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PAPA FRANCESCO E LA LOBBY GAY

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di Vito Sibilio
Chiariamo i concetti nel titolo. La lobby gay è il potente movimento internazionale degli LGBTIQ, non è l’insieme degli omosessuali. Questi sono sempre esistiti e hanno goduto a volte di grande libertà e altre volte hanno dovuto condurre esistenze catacombali. La lobby è il movimento trasversale, e quindi anche ecclesiastico, internazionale, e quindi anche vaticano, politico, e quindi fatto anche da etero, e culturale, e quindi potente nei media e nella finanza, che, per emancipare del tutto la disforia di genere sessuale, vuol distruggere l’idea stessa di genere. Essa è stata una dei principali avversari di Papa Wojtyla e di Papa Ratzinger, il quale si è illuso di averla disarticolata in Vaticano, come ha detto a Peter Seewald in “Ultime Conversazioni”, perché la lobby, avendo la testa fuori delle sacre mura, si rigenera continuamente anche al loro interno e, alleandosi con altre lobby, finanziarie e politiche, con cui condivide mezzi e scopi, ha a disposizione enormi risorse, anche nella gerarchia ecclesiastica. Essa è un fatto politico, prima ancora che una mitologia manichea, con cui tutti oggi devono fare i conti.
Papa Bergoglio è invece Francesco, l’atipico Vescovo di Roma che siede sul trono petrino da 10 anni, le cui parole e i cui gesti sono comprensibili, anche in relazione al mondo gay, solo alla luce del peronismo argentino, nel quale si è formato e che è l’attitudine estremamente pragmatica mediante cui egli filtra tutti i fatti politici. E siccome, come ho detto, la lobby gay è un fatto politico, dentro e fuori la Chiesa, Papa Francesco la tratta allo stesso modo.
Eletto per decantare lo scontro con il mondialismo di sinistra, al potere con Obama e Clinton, Bergoglio ha capito che doveva declassare la questione omosessuale dai principi non negoziabili a quelli da passare sotto silenzio, per quanto possibile a un Papa. Francesco è stato accusato di essere favorevole all’omosessualità, al transessualismo, al transgenderismo e i partigiani di queste “attitudini” spesso inneggiano al suo nome come i patrioti italiani facevano con quello di Pio IX, ma Bergoglio non è più omosessualista di quanto Papa Mastai fosse patriota, e la sua prudenza verso il mondo gay non è diversa da quella, tutta politica, di Papa Pacelli verso il nazismo, come la sua attitudine al dialogo verso di esso non è meno strumentale di quella di Papa Montini verso il comunismo. E questi paragoni provocatori sono voluti, non casuali, data la tendenza eversiva e totalitaria della cultura LGBTIQ. In verità non vi è una sola parola scritta di Papa Francesco sull’omosessualità che la legittimi. Quando era Primate di Argentina si battè contro l’introduzione dell’omomatrimonio. Nel 2019 la Congregazione per l’Educazione Cattolica ha promulgato un documento sulle teorie di genere che, pur dichiarando la disponibilità della Chiesa al dialogo con il mondo gay, non ha spostato di una virgola le posizioni del Vaticano sul tema. Qualche giorno fa il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato una Risposta a monsignor Josè Negri di Santo Amaro sulla partecipazione dei transessuali e degli omosessuali alla celebrazione del Battesimo e del Matrimonio che, a dispetto della cagnara mediatica, non ha cambiato nulla nella morale cattolica. E però il linguaggio del Papa e dei suoi prelati è diverso: tende a fagocitare l’interlocutore, a imbrigliarlo in una melassa dialogante, perché appunto lo percepisce come un contraltare, interno ed esterno alla Chiesa, con cui negoziare, piaccia o non piaccia. Il Pontefice si accompagna a persone molto aperte in materia e accoglie esponenti del mondo gay in udienza. Nell’ultima sessione del Sinodo il cardinale Gerhard Muller lo ha accusato di essersi comportato in modo tale da preparare lo sdoganamento morale della sodomia. Cosa pensa dunque Papa Francesco?
Secondo me Bergoglio non pensa nulla sull’omosessualità in quanto tale, ma si interroga molto su come rapportarsi ad essa. E’ un uomo di ottantasei anni che viene da un paese latino americano, dove nonostante tutto i gay hanno meno margini di azione dell’Europa e dell’America del Nord. E’ stato gesuita ai tempi della contestazione, ha frequentato il Gruppo di San Gallo, è stato votato dai progressisti della Curia e dai neomodernisti tedeschi, ma non ha mai parlato come nessuno di loro. Non è mai andato oltre a generiche dichiarazioni di principio pastorale, a volte pressappochistiche, altre volte furbesche, altre ancora intelligenti – come quando ha riconosciuto che nel mondo occidentale l’emancipazione dei gay implica le unioni civili, sebbene il matrimonio sia altra cosa – ma null’altro. Tuttavia il Papa, che in questo è stato peronista, è dominato, come tanti, dall’idea che il movimento gay è destinato ad imporsi ancora di più. Una sorta di socialismo sessuale di cui egli intravede una irresistibile ascesa, come tanti conservatori convertiti, per necessità, al riformismo non per andare incontro al futuro, ma per rallentarne l’avanzata. Un Montini, un Moro del XXI sec. in relazione con l’omocomunismo annidato in Occidente. In ragione di ciò il Papa, applicando lo schema che predilige, ossia l’opposizione polare di Guardini, da lui studiato in Germania in anni lontani, non impedisce i conflitti e le contraddizioni nella Chiesa, anzi li libera, credendo che da soli, in futuro, essi troveranno un punto di equilibrio. Tutte cose, beninteso, che è tutto da dimostrare che accadano, ma in cui lui crede.
In ragione di ciò Papa Francesco è diventato ad un tempo la bestia nera dei progressisti e dei conservatori. I siti di cultura gay e i media mainstream mondialisti di sinistra lo criticano per il suo passatismo, per non aver mantenuto promesse di stravolgimento dottrinale che non si capisce bene quando e a chi avrebbe fatto. I forum conservatori, rimpiangendo l’approccio muscolare dei predecessori al tema omoerotico e delle teorie di genere, lo spacciano per cappellano della nuova Sodoma. In realtà il Papa si comporta da politico e quindi la preoccupazione dottrinale è per lui secondaria. Sarà la storia a giudicarlo, oltre che Dio, ma il dato è evidente. Anche quando si spende per qualche singola figura apparentemente collegata alla lobby gay, uno sguardo attento mostra che il suo fine è diverso da quel che appare. E’ il caso del gesuita James Martin, che cerca di battezzare il mondo arcobaleno e che è stato incoraggiato dal Papa, sapendo quanto è forte la tendenza che lui incarna nella galassia gesuita e nel progressismo americano, ma anche quanto essa piaccia all’alta finanza mondialista alla quale Bergoglio è politicamente e parzialmente sottomesso, per ragioni che in passato ho illustrato da queste colonne. E’ il caso di monsignor Battista Mario Salvatore Ricca, nominato ad interim Prelato dello IOR da Papa Francesco, subito dopo la sua elezione. Ricca è un diplomatico di carriera accusato di aver intrattenuto scandalose relazioni omosessuali durante la nunziatura in Uruguay e per questo declassato a direttore della Casa del Clero in Via della Scrofa. Il neo Papa lo volle in quel delicato incarico e dovette difenderlo dalle accuse dei giornalisti, quando disse di non aver trovato alcuna traccia di presunti scandali nel suo fascicolo personale. Ora, appare ovvio che è meglio credere a un Papa che alla stampa scandalistica, ma la domanda nasce spontanea: Bergoglio non ha trovato nulla sul fascicolo di Ricca perché non era completo o perché non c’era nulla da trovare? E soprattutto, promuovendolo, ha favorito un esponente della lobby gay o della lobby dei diplomatici, che sotto il segretariato di Stato di Tarcisio Bertone aveva perso posizioni importanti nel Torrione di Niccolò V? Onestamente, credo che la seconda sia molto più probabile, anche perché i dettagli sulla presunta depravazione di Ricca erano tanto doviziosi da sembrare davvero inventati per fare invidia a Boccaccio e mettere la Chiesa in condizione di non predicare una morale tanto esigente.
La partita tra Francesco e la lobby gay è quindi ancora aperta, perché la strada che la storia ha preso è opposta a quella che la Chiesa ha percorso per duemila anni. Ma il Pontefice, che non brilla per la sua chiarezza, pensa di poter risolvere i problemi morali usando il soggettivismo etico, che non modifica i principi ma relativizza le responsabilità. In attesa che i rapporti di forza si precisino e gli lascino più libertà di movimento.

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