di Antonio Bettelli
Volendo fungere da contraltare critico al valore dei tre punti incassati a favore di Putin per effetto della presunta insurrezione di Prigozhin e dei suoi wagneriani, enunciati e descritti da Silvano Danesi nell’articolo apparso ieri su NGN, vorrei esprimere – pur con la cautela che si addice a chi si limiti a osservare quanto accaduto attraverso una lente a pochissimi ingrandimenti e da un punto di vista lontano e sicuramente fuori fuoco – alcune considerazioni.
Quanto finora successo in Ucraina, non solo dal 24 febbraio 2022, appartiene indiscutibilmente al novero delle mattanze che a diverse latitudini e longitudini insanguinano e hanno insanguinato il pianeta. Nel subdolo divenire di una terza guerra mondiale combattuta in modo più o meno ibrido e a macchia di leopardo, come peraltro evidenziato da Papa Francesco, l’aggravante che pesa sulle spalle di Putin è che il sedicente Zar della new wave panslavista nel cuore dell’Europa non è uno squinternato qualsiasi, un nostalgico rivoluzionario, un capo tribù africano o un puppet sudamericano nelle mani di qualche potentato criminale. Putin è Capo indiscusso di un grandissimo Stato la cui antropologia, così come la giurisprudenza storica descritta nei secoli dai fatti occorsi all’immensa Nazione euroasiatica, rende il popolo russo, in particolare quello europeo, tra i più solidi sul piano della disciplina dei comportamenti collettivi. Ho avuto occasione di conoscere alcuni dei caratteri della gente proveniente dalla Russia a noi più prossima geograficamente e raramente mi è capitato di percepire in altri interlocutori un senso di appartenenza collettiva più profondo, arricchito dalla vivifica presenza della traccia di un passato austero. In quei cittadini provenienti da Mosca e dalle campagne di San Pietroburgo ho riconosciuto i tratti di una poderosa identità socioculturale, un retaggio epigenetico in grado di animare azione e intelletto, tanto nel contadino-operaio quanto nello studioso-professore. Ho dunque provato fascino per gente che con autorevolezza naturale esternava, attraverso i propri comportamenti, sia la sofisticata eredità intellettuale dei grandi che sono stati e sono indiscussi portabandiera della cultura russa nel mondo sia la rustica resilienza derivante dal duro lavoro nei campi e nelle fabbriche, finanche sotto il giogo fallimentare del collettivismo della repubblica socialista sovietica del secolo scorso.
Putin, rinunciando ad agire come Capo saggio di una Nazione forte e straordinaria, ha tradito il valore della propria gente ed egli – seppur forse non il peggiore (ma chi può stilarne la classifica?) – è sicuramente un “macellaio”, e lo è anche a danno del proprio popolo.
Riguardo a Prigozhin, non ho personalmente mai creduto troppo alla possibilità che una guerra simmetrica e ad alta intensità come quella andata tragicamente in scena in Ucraina, a sprazzi ancora oggi nel Donbass e nelle regioni di Zaporisha e di Kherson, potesse essere affidata e risolta da un manipolo anche nutrito e ben equipaggiato di mercenari. Il confronto bellico convenzionale su larga scala richiede unitarietà d’intenti, masse critiche importanti, concentrazione degli sforzi, organizzazione di comando e controllo rigidamente gerarchizzata ma al tempo stesso flessibilmente devoluta ai minori livelli, controllo di asset statali di rilevanza strategica, dominio della comunicazione interna ed esterna, padronanza dell’intelligence informativa e contro informativa, pianificazione condotta in parallelo a più strati (politico, strategico, operativo e tattico) e costantemente adeguata agli sviluppi della situazione sul campo.
Forse, allora, Prigozhin era ed è il vero puppet prezzolato al quale affidare compiti di dettaglio, tanto puntuali quanto sporchi, assurto a un ruolo più grande di lui solo in ragione di una mediatizzazione facile e anch’essa mercenaria ovvero, se non proprio tale, lontana dalla verità, poiché manipolabile con qualche video dato in pasto ai social media. Prigozhin e i suoi sedicenti rivoltosi non possono rientrare nei ranghi di un esercito regolare che, come tale, esige e impone addestramento metodico, comprovati standard comportamentali, rigida disciplina. Le residuali formazioni paramilitari del capitano di ventura, salvate dall’atto di clemenza di Putin, possono, anzi devono per loro stessa ulteriore sopravvivenza, tornare nell’alveo del mercimonio, unico ammesso per renderne possibile l’esistenza. Il contesto africano sarebbe perfetto, se di perfezione si può parlare, molto meno invece quello bielorusso, esso stesso manifestazione verticistica di una rigorosa struttura statalista impersonata e governata autocraticamente dall’altro falso nume Lukashenko.




