di Marco Rocchi
A parte l’umana simpatia che molti di noi hanno provato per Papa Francesco, il modo in cui lo Stato Italiano ha affrontato il suo decesso merita alcune considerazioni.
Intanto preme sottolineare che per la prima volta nella storia repubblicana si è proclamato un lutto nazionale così lungo.
Neanche per il veneratissimo (anche se a mio modo di vedere assai discutibilmente) Giovanni Paolo II si era arrivati a tanto, limitandosi il lutto nazionale a tre giorni, che era comunque il record fino a quel momento.
E su questo tema ci sono due considerazioni da fare: la prima è che il governo ha mentito facendo dichiarare a un proprio portavoce che era la prassi per i capi di Stato. Una menzogna multipla, perché appunto non era mai stata applicato il lutto in maniera così estesa, e soprattutto perché, se si tratta il papa da capo di stato, allora lo è di un paese straniero. E non mi risulta che abbiamo avuto giorni di lutto nazionale per la regina Elisabetta II, tanto per dirne una.
La seconda è nella constatazione che con una estensione di tale portata (a volte il caso è davvero beffardo), il 25 aprile con le sue commemorazioni ricadrà come ultimo dei giorni di lutto nazionale. Il cattolicissimo Giulio Andreotti sosteneva che a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca.
Ma, si potrebbe rispondere, magari questo governo aveva un feeling particolare con Papa Francesco. E allora, sarà bene riportare alla memoria che il vicepremier Matteo Salvini si faceva orgogliosamente fotografare con una delle sue infinite magliette, tutte ugualmente imbarazzanti, con l’immagine di Bergoglio e la scritta “Il mio papa è Benedetto”. Ma, anche una volta derubricato Salvini a quella macchietta folkloristica che è, occorrerà ricordare che l’intera politica del governo è opposta agli insegnamenti di Papa Francesco, sostanzialmente su tutti i temi (con la sola eccezione di aborto e eutanasia): dai migranti all’emergenza climatica, dalla tutela dei lavoratori a quella dei più poveri.
Ma se ci soffermassimo solo sul tema della lunghezza del lutto nazionale, rischieremmo di perdere completamente di vista un punto essenziale: e cioè che un paese laico non dovrebbe proclamare il lutto nazionale per il capo di una delle (tante) religioni praticate sul proprio territorio, a meno che non lo faccia anche per tutte le altre. E infatti, quando l’Italia, sebbene a inamovibile guida democristiana, era assai più laica di ora, neppure un giorno di lutto fu proclamato per un amatissimo pontefice come Giovanni XXIII.
Non è certamente possibile dare un giudizio storico su un personaggio del genere a salma non ancora raffreddata e a ciglio non ancora asciugato. E mi sembrano accelerazioni sfrontate quelle di chi inizia ad intitolargli – come accade proprio nella mia città, Pesaro – ponti, o anche strade, scuole giardini e via discorrendo. Un po’ di cautela non guasterebbe.
E quindi le considerazioni seguenti vanno prese per quello che sono: opinioni personali e non analisi storica. Con la premessa che il mio personalissimo giudizio è negativamente influenzato dalla formazione gesuitica del Papa, che mi instilla una istintiva sfiducia.
Ma non posso fare a meno di fare mie le parole di un comunicato dei Radicali italiani, che così si sono espressi, senza nessuna ipocrisia. Quella ipocrisia che è l’ingrediente più diffuso, così tanto da diventare nauseabondo come tutti gli ingredienti usati in modo esagerato, nelle commemorazioni in corso.
«Oggi, mentre ti salutiamo con gratitudine, lo facciamo anche con amarezza. Perché quel pontificato che pareva un’alba, troppo spesso è rimasto un crepuscolo. Hai scosso il mondo con parole potenti, ma non sei riuscito a scardinare la struttura opaca e conservatrice della Chiesa. Hai parlato di misericordia, ma il tuo silenzio su verità oscure – come quella su Emanuela Orlandi – ci ha avvelenato con la speranza.
Hai detto “Costruiamo ponti”, ma di fronte all’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, sei rimasto nel mezzo, troppo cauto, troppo vago. La neutralità davanti al crimine non è saggezza, ma complicità.
In te avevamo visto un alleato. E spesso lo sei stato. Ma avremmo voluto vederti anche come il rivoluzionario capace di cambiare davvero. Forse era solo un’illusione. Forse nemmeno tu potevi sfuggire al peso del trono su cui sedevi.
Oggi non salutiamo un papa. Salutiamo un uomo. Addio, Jorge Mario Bergoglio. Non hai cambiato la Chiesa. Ma per un istante, ci avevamo creduto. E questa, forse, è già una rivoluzione».
Non avrei saputo dirlo meglio. La terra ti sia lieve, Jorge Mario.




