
Giovani e industria: l’Italia non può più permettersi un esercito di inattivi
Anche come Presidente di OpenIndustria guardo con estrema preoccupazione a un dato che è diventato ormai insostenibile: in Italia abbiamo 1,4 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano. Sono i cosiddetti Neet, e il loro costo è impressionante: quasi 25 miliardi di euro all’anno, pari all’1,23% del Pil. È come bruciare un’intera manovra finanziaria. Il nostro Paese si trova penultimo in Europa con un tasso del 15,2% contro l’11% della media Ue, lontano dall’obiettivo del 9% fissato per il 2030.
Il problema non è solo economico ma culturale: negli ultimi 15 anni si è diffusa una pericolosa moda che ha reso socialmente accettabile l’inattività, promuovendo assistenzialismo e scoraggiando il merito. In questo contesto, 453mila giovani hanno smesso perfino di cercare lavoro o formazione; il fenomeno colpisce soprattutto le donne (69%), il Mezzogiorno (46%) e chi ha un basso livello di istruzione (42%).
I dati sulla dispersione scolastica sono altrettanto drammatici: il 9,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni (408mila ragazzi) ha abbandonato la scuola senza diploma. Tra gli stranieri extra-Ue il tasso tocca il 27,4%. Ogni anno perdiamo poi 37mila laureati che scelgono l’estero, un esodo che vale 5,1 miliardi di euro, mentre la quota di laureati in Italia è appena il 31,6%, contro il 65% dell’Irlanda e il 53% della Francia. E chi resta trova stipendi stagnanti: dal 2000 a oggi i salari medi reali sono calati del 3,5%, mentre nella media Ocse sono saliti del 17,8%.
Come OpenIndustria proponiamo tre linee d’azione. Primo: rafforzare gli istituti tecnici superiori e i percorsi professionalizzanti, portandoli almeno a 200mila iscritti entro il 2030 (oggi sono poco più di 45mila), perché laddove ci sono ITS il tasso di Neet scende al 10%. Secondo: agganciare scuola e industria con un grande piano di orientamento nazionale che porti studenti e famiglie dentro le fabbriche, i laboratori, i distretti produttivi, facendo vedere che l’Italia resta leader mondiale in oltre 900 nicchie manifatturiere. Terzo: premiare il rientro dei cervelli e trattenere i talenti, con sgravi fiscali mirati alle imprese che assumono giovani laureati e con un sistema di borse di studio e dottorati industriali che raddoppi le opportunità entro cinque anni.
Se riuscissimo a ridurre il tasso di Neet dal 15,2% al 9% europeo recupereremmo 500mila giovani al lavoro e alla formazione, liberando circa 10 miliardi l’anno. Se abbattessimo la dispersione scolastica di soli tre punti, avremmo 120mila diplomati in più nell’arco di un decennio. E se trattenessimo almeno la metà dei laureati che oggi espatriano, l’Italia risparmierebbe 2,5 miliardi l’anno.
Il punto è chiaro: i giovani non sono un costo.





