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NEUTRALITÀ E PACE NON SONO NEL LESSICO DELL’UE

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Gli Stati che compongono l’Europa geografica, Russia inclusa, riunitisi nel Congresso di Vienna (1815), al fine di evitare “una seconda Rivoluzione francese, o la catastrofe ancora peggiore di una rivoluzione generale europea sul modello di quella francese” (Hobsbawm), misero le basi per un’architettura di sicurezza e stabilità del continente (un complesso sistema di equilibrio della potenza) che sostanzialmente durò fino al 1918. Di quell’epoca, al netto della reazione repressiva che il Congresso impose sulle aspirazioni sociali e nazionali in tutto il continente, fu l’adozione riconosciuta e garantita del concetto di “potenze neutrali” che ha una rilevanza strategica ancora oggi nella geopolitica dell’Europa. Una potenza neutrale è uno stato sovrano e indipendente che può essere armato oppure no (esempio: la neutralità armata della Svizzera), che mantiene una politica (estera) di non belligeranza in assoluto o in specifici contesti bellici, soprattutto evitando di aderire ad alleanze militari (si noti che il concetto di non belligeranza non è definito nel diritto internazionale).

La neutralità e i paesi neutrali sono stati un elemento importante ma anche impegnativo nella storia del gioco di potere imperialista, come spazio per la formazione dell’internazionalismo e di vari antimperialismi. Ciò è verificabile storicamente per la rilevanza della neutralità nelle aree geografiche di contatto tra potenze. Infatti, la neutralità, nel più ampio quadro normativo internazionale in materia di conflitti bellici (inclusi i crimini di guerra), fu definita e tutelata dalle norme delle Convenzioni dell’Aia del 1899 e 1907 che portarono alla firma di Trattati multilaterali, tuttora in vigore, fortemente voluti e promossi dai leader politici della Russia e degli Stati Uniti. Questi ultimi erano l’unica potenza a disporre di una legislazione sulla condotta e sui crimini di guerra, il Lieber Code (1863), proclamato dal presidente Lincoln durante la guerra civile. Queste convenzioni che diedero luogo anche alla creazione della Corte Permanente di Arbitrato per la soluzione delle controversie internazionali, purtroppo un ente prevalentemente amministrativo con scarsa efficacia, sono ad oggi ratificate da più di 120 Stati.

Prima di intervenire nella Prima Guerra Mondiale, che sconvolse gli equilibri europei del 1815, il presidente americano Wilson, memore della tragica guerra civile nel suo paese, dichiarò: “Neutralità è una parola negativa. Non esprime ciò che l’America dovrebbe sentire. Non stiamo cercando di tenerci lontani dai guai; Stiamo cercando di preservare le basi su cui si può ricostruire la pace”. Infatti, in conformità con la politica non interventista stabilita da George Washington, gli Stati Uniti dichiararono la loro neutralità all’inizio di entrambe le guerre mondiali. Il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania e nell’estate del 1918 all’Austria-Ungheria, ma non dichiararono lo stato di belligeranza con nessun altro degli imperi centrali o dei loro alleati. Nel 1941, gli Stati Uniti dichiararono guerra al Giappone dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour e alle potenze dell’asse (Germania e Italia), e nel 1942 a Bulgaria, Ungheria e Romania. Tutti i numerosi successivi interventi bellici degli Stati Uniti non sono più stati preceduti da una dichiarazione di guerra, che è prerogativa esclusiva del Congresso che, però, non ha negato ai presidenti l’autorizzazione all’uso della forza.  Le ultimi esperienze belligeranti degli Stati Uniti sono state le più controverse e da allora nessuna nuova autorizzazione all’uso della forza è stata concessa (2001-2021 Guerra al Terrore (globale); 2003-2021 Guerra in Iraq).

Questi brevi cenni sulla neutralità come importante fattore geopolitico sono di pregnante attualità nel contesto attuale dell’Europa, caratterizzato da una guerra in corso da tre anni in Ucraina (in continuazione della guerra civile ucraina iniziata dopo il 2008), da trent’anni di guerre a bassa intensità nei Balcani (Bosnia Erzegovina, Kosovo, Moldova), da quasi vent’anni di guerre nel Caucaso (Georgia, Armenia), e da due anni di gravissimo conflitto israeliano in Palestina (in continuazione di quello iniziato nel 1948), oltre a vari conflitti estesi pluridecennali  in gran parte dell’Africa del Nord (dalla Siria alla Libia) e dell’Africa sub-sahariana (Sudan, RDC, Somalia).  

Come si pongono gli Stati europei rispetto a questa situazione contingente (cronica?) di belligeranza che, almeno indirettamente, coinvolge gli europei? E qual è la posizione dell’Unione europea?

Sono neutrali quattro micro Stati (Andorra, San Marino, Monaco, Lichtenstein) e la Città del Vaticano (1929-) in base al Trattato del Laterano (“Il Papa si era impegnato a mantenere la neutralità perpetua nelle relazioni internazionali e ad astenersi dalla mediazione in una controversia, a meno che non fosse specificamente richiesto da tutte le parti”).   

Sono neutrali sei Stati europei (tre sui ventisette membri dell’UE): Austria (1955-) la Costituzione proibisce la partecipazione ad alleanze militari e di ospitare basi militari straniere sul territorio; Irlanda (1939-) posizione di neutralità ribadita anche nell’adesione all’UE; Malta (1980-) in seguito ad un Trattato con l’Italia; Svizzera (1815-); Moldova (1994-) la Costituzione (1994) proclama la “neutralità permanente” ma un emendamento (2024) permette l’adesione all’UE; e Serbia (2007-) per decisione dell’Assemblea nazionale ha dichiarato la “neutralità militare”.

È stata un determinato difensore della propria neutralità la Svezia (1814-2022) che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è diventata membro della NATO (2024). Anche la Finlandia è stata neutrale (1956-2022) ma per le stesse ragioni della Svezia è diventata membro della NATO (2023).

Uno Stato europeo con lunga e risoluta tradizione di neutralità fu la Federazione di Jugoslavia (1949-1992) che, dopo un decennio di disastrose riforme economiche decise dal FMI, con il coinvolgimento coperto di potenze europee (che sostenevano l’indipendenza unilaterale di Slovenia e Croazia) si è dissolta in una tremenda guerra civile (1991-1999) lasciando tuttora irrisolti i problemi della Bosnia Erzegovina e del Kosovo (Stati tenuti in piedi solo dai cospicui trasferimenti finanziari europei e dalla missione delle forze militari NATO). La guerra civile jugoslava si è conclusa in due fasi: nel 1995 con il bombardamento NATO delle forze serbe in Bosnia Erzegovina, avvenuto con autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e nel 1999 con il bombardamento NATO della Serbia, avvenuto senza dichiarazione di guerra e senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Da allora, l’UE conduce un vasto e costosissimo programma di stabilizzazione, riforme e preadesione che, fatta salva l’adesione della Croazia all’UE (2013), rischia di non avere successo.

Un altro Stato europeo con una lunga e più recente neutralità era l’Ucraina che è stata costituzionalmente uno Stato “non allineato” sin dalla Dichiarazione di Sovranità (1990): “l’intenzione di diventare uno Stato permanentemente neutrale che non partecipi a blocchi militari e aderisca a tre principi liberi dal nucleare” (art. 9, poi ribadito nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1991). I principi della sua Costituzione adottata nel 1996 e riconfermati nel 2010 sono inequivocabili: “non coalizione e futura neutralità”. Ciò non sorprende poiché l’Ucraina, come le Krajine serbe tra Croazia e Bosnia, fino al 1918 erano territori di “separazione” sui confini dell’Impero Austria-Ungheria con quello ottomano e russo. Luoghi che geopoliticamente dovevano restare neutrali. Come nel caso della Jugoslavia, il FMI già dal 1991, e ancor di più dal 2008, ha imposto un vasto programma di privatizzazioni e di riforme che resero disfunzionale il già debole Stato ucraino, rompendo il sistema consociativo interetnico e così favorendo la “cattura” dello Stato e dei beni pubblici, produttivi e non solo, da parte di bande etnico-criminali-politiche (gli oligarchi)[1]. Una situazione ingestibile di instabilità (Stato fallito e guerra civile interna nelle regioni orientali) che portò nel 2014 la Federazione Russa ad “assicurarsi” che la penisola di Crimea (importante base militare russa) non fosse coinvolta dagli sviluppi ucraini. A seguito dell’operazione russa in Crimea, il parlamento ucraino votò la revoca dello stato di paese “non allineato” e nel 2017 chiese l’adesione alla NATO. Gli anni successivi sono stati caratterizzati dall’ignavia e incapacità degli europei e dell’UE nel forgiare un nuovo sistema consociativo interetnico ucraino (fallimento di Minsk I e II) sostenendo una distruttiva narrazione antirussa che è poi sfociata nella guerra di invasione della Russia in Ucraina (2022-). Da esempio di paese schiettamente neutrale, l’Ucraina è in guerra e si è trasformata in un consistente deposito di armamenti europei e statunitensi con metà dell’originaria popolazione rimasta sul territorio riconvertita all’economia di guerra.

Queste due ultime tragedie, Jugoslavia e Ucraina, si sarebbero potute evitare se l’UE avesse promosso e difeso una narrazione di neutralità e politiche di pace invece di appiattirsi su logiche belliciste e di difesa militare, su condanne politiche pregiudiziali (spesso senza sufficiente veridicità), e adottando raffiche di sanzioni economiche che hanno principalmente favorito la polarizzazione e l’estremizzazione delle parti coinvolte (oltre a danneggiare le economie europee). Un errore concettuale che l’UE avrebbe potuto evitare se avesse avuto conoscenza e coscienza della storia continentale, almeno dal 1815[2].

Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (2009), i membri dell’UE sono vincolati dall’articolo 42, paragrafo 7, del TUE, che obbliga gli Stati ad assistere un altro membro vittima di un’aggressione armata. Accorda “l’obbligo di aiuto e assistenza con tutti i mezzi in potere [degli altri Stati membri]”, ma “non pregiudicherebbe il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di alcuni Stati membri” (politiche neutrali), consentendo ai membri di rispondere con aiuti non militari. 

Con l’avvio della cooperazione strutturata permanente (PESCO) nel settore della difesa alla fine del 2017, l’attività dell’UE in materia militare è aumentata. La politica è stata progettata per essere inclusiva e consente agli Stati di aderire o meno a specifiche forme di cooperazione militare. Ciò ha permesso alla maggior parte degli stati neutrali di partecipare, ma le opinioni variano ancora. Alcuni membri del parlamento irlandese hanno considerato l’adesione dell’Irlanda alla PESCO come un abbandono della neutralità. È stato approvato con il governo che sostiene che la sua natura opt-in ha permesso all’Irlanda di “unire elementi della PESCO che erano vantaggiosi come l’antiterrorismo, la sicurezza informatica e il mantenimento della pace… Quello che non faremo è comprare portaerei e aerei da combattimento”. Malta, a partire dal dicembre 2017, è l’unico Stato neutrale a non partecipare alla PESCO. Il governo maltese ha sostenuto che avrebbe aspettato e visto come si svilupperà la PESCO per vedere se avrebbe compromesso la neutralità maltese.

Purtroppo, la rielezione della baronessa tedesca Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea (2024) ha obliterato ogni tentativo dell’UE di avere una narrazione e delle politiche di neutralità e di pace. La diplomazia europea è stata affidata ad un ex prima ministra estone, Kaja Kallas, ossessionata da un’imminente invasione della Russia! Tre giorni fa è stato sbloccato il fondo SAFE che offre prestiti fino a 150 miliardi di euro agli Stati che lo richiedono per investire in produzione di armamenti. Nelle frenesie belliche, Ursula ha anche ventilato la possibilità di liberare dai limiti di spesa a credito circa 600 miliardi per spese nazionali in difesa e armamenti (chiaramente creando debito pubblico). A questo, si aggiungono le frenesie nazionali anglo-francesi per inviare truppe in Ucraina oppure le faraoniche spese del nuovo governo tedesco (1000 miliardi di euro) in difesa, armamenti, innovazioni, per “costruire il più bel esercito europeo”.

Una situazione sempre più pericolosa con europei e americani di fatto cobelligeranti, quindi incapaci di azione diplomatica.

 

[1] https://www.imf.org/external/pubs/ft/ar/2015/eng/spotlight-ukraine.htm

[2] Susan Woodward, “Balkan Tragedy: Chaos and Dissolution after the Cold War,” e “The Ideology of Failed States: Why Intervention Fails”

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