
di Gianvito Caldararo
L’ex toga Nello Rossi, già avvocato generale presso la Corte di Cassazione e uno dei massimi esponenti di Magistratura Democratica, è colui che sulla separazione delle carriere afferma: ” E’ il grimaldello per dare alla politica il controllo dell’azione penale”. L’ex autorevole toga, è intervenuto prontamente sul caso del giudice Apostolico del tribunale di Catania con un poderoso articolo sulla newsletter n°36/2023 del 9-14 ottobre di “Questione Giustizia” dal titolo: “Il caso Apostolico: essere e apparire imparziali nell’epoca dell’emergenza migratoria”.
Per l’autorevolezza dell’autore dell’articolo e la ricchezza degli argomenti sostenuti, ritengo doveroso riportare integralmente il pensiero espresso dalla ex toga Nello Rossi, il quale così scrive: “Senza attesa, senza speranza, senza pretesa di imparzialità non c’è possibilità di giustizia. I cittadini, infatti, accettano di farsi giudicare dai magistrati non perchè questi siano più intelligenti, più capaci, più colti, più saggi di loro (giacchè spesso non lo sono affatto) bensì per l’aspettativa di trovarsi di fronte a giudici imparziali, capaci di chinarsi sul loro caso senza pregiudizi per adottare decisioni conformi al diritto.
E però il giudice non è l’essere inanimato vagheggiato da Montesquieu, vuoto di idee e di convinzioni, ma una persona immersa nella vita della “città “. Se anche non avesse idee generali sulla politica e sulla società egli avrebbe comunque esperienza – un divorzio difficile, l’essere stato coinvolto in un incidente stradale o vittima di un furto – e potrebbe essere chiamato a giudicare proprio di incidenti stradali, di furti o di separazioni coniugali.
La imparzialità del giudicante non può essere dunque concepita come un dato a priori, un tratto della personalità del magistrato esistente una volta per tutte, ma un “risultato” da raggiungere, di volta in volta nello svolgimento dell’attività giudiziaria. In altri termini l’imparzialità è la più alta prestazione professionale del magistrato, frutto di una consapevole “tensione” verso l’obiettività all’atto del decidere realizzato da chi è in grado di fare la tara alle proprie convinzioni per garantire la corretta applicazione del diritto nel caso concreto.
Peraltro, riguardo la giusta esigenza di garantire anche “l’apparenza” dell’imparzialità, non può esaurirsi nell’elogio del silenzio e della ipocrisia ma riguarda soprattutto il “come” un magistrato si comporta nel processo o prende la parola in pubblico e partecipa alla vita collettiva. In particolare quando è un magistrato a prendere la parola o a scrivere per il grande pubblico, il cittadino ha il diritto di attendersi che il suo potenziale accusatore o giudice parli e argomenti in modo chiaro e comprensibile; che partecipi al discorso pubblico come un attore razionale, capace di ascolto degli argomenti altrui e di repliche meditate; che non prorompa nell’urlo fazioso, nell’invettiva, nella semplificazione magari brillante ma brutale e fuorviante.
E’ il rispetto di questi criteri di misura, di sobrietà, equilibrio, ragionevolezza e disponibilità al dialogo ed al confronto nella vita pubblica che vale a preservare, meglio di ogni silenzio, astensione o smascheramento, la credibilità e l’immagine imparziale dei magistrati. Le argomentazioni descritte dall’ex magistrato Nello Rossi, sono in linea generale condivisibili, ma poco aderenti al caso specifico del giudice Apostolico, la quale ha partecipato ad una manifestazione nel corso della quale venivano scandite frasi contro la Polizia di Stato, frasi come “assassini…assassini “. Il minimo che un cittadino possa pensare dell’Apostolico, è che si è in presenza di un magistrato apertamente “schierato” dalla parte di coloro che sono schierati per una politica a favore della immigrazione. E in una situazione del genere la imparzialità non solo non è garantita, ma è notevolmente affievolita. Ecco perchè era doveroso astenersi dal giudicare sulla decisione assunta dal governo.





