
di Giovanni Fasanella
Un gentilissima lettrice mi scrive:
«Gentile Giovanni, sono rimasta colpita da alcune sue affermazioni fatte nel post su Napolitano. Dice che i sovietici sapevano dei suoi legami con l’America e che al Cremlino compilavano le pagelle dei dirigenti comunisti italiani. Non voglio polemizzare con lei, ma da dove ha tratto queste notizie? E poi volevo chiederle che cosa pensa delle dichiarazioni di Formica sull’isolamento di Napolitano nel Pci. Grazie»
Carissima,
che i sovietici compilassero le pagelle dei dirigenti del Pci, me lo confermò Emanuele Macaluso. La sua dichiarazione è nel libro “Berlinguer deve morire”, l’inchiesta sull’ormai famoso “incidente” in Bulgaria del 1973 (Giovanni Fasanella e Corrado Incerti, Sperling&Kupfer). Che nel mirino dei sovietici ci fossero anche i dirigenti della destra socialdemocratica, lo fece capire molto chiaramente il leader bulgaro Todor Zhivkov nei colloqui con il segretario comunista italiano, durante la sua drammatica visita a Sofia.
Quanto a Rino Formica, immagino che lei si riferisca all’intervista rilasciata a La Repubblica, in cui il sempre lucidissimo dirigente del Psi craxiano racconta che Napolitano, il più filo socialista dei dirigenti comunisti, fu isolato all’interno del suo partito. Credo che Formica dica la verità. Ma le sue parole vanno contestualizzate. Si riferisce a un’altra fase storica, a cavallo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, in cui il tema caldo dello scontro con Berlinguer era il rapporto con Craxi. Personalmente ho sempre pensato che Amendola, Napolitano, Macaluso, Pajetta e Lama avessero ragione. Ma non ho mai demonizzato l’ultimo Berlinguer, a differenza di molti ex comunisti passati armi e bagagli nel Psi. Pur con tutti i suoi limiti, infatti, l’”ultimo” Berlinguer fu anche quello dello strappo definitivo con Mosca, dopo il colpo di Stato del generale Jaruzelski in Polonia.
Chiusa la stagione della solidarietà nazionale, gli rimproverano di essersi chiuso nel suo fortino, a difesa di una rendita storica, invece di uscire in campo aperto rilanciando il dialogo con i socialisti per il governo del Paese. E’ una critica in parte condivisibile. Ma diventa ingenerosa quando l’astio contro Berlinguer, che spinge persino a negare ancora oggi la sua disavventura del 1973, prende il sopravvento sull’analisi. Dopo l’”incidente” di Sofia e l’assassinio di Moro (5 anni dopo, 1978), Berlinguer sapeva che i tempi non erano ancora maturi per una svolta ancora più radicale.
Conservo un biglietto che Giulio Andreotti mi inviò dopo aver letto la nostra inchiesta su Sofia: «Caro Fasanella, la giornata festiva mi ha consentito di leggere il suo libro (ringrazio per l’invio) e di apprezzarne il valore anche oltre il giallo dell’attentato. E’ questo il momento giusto -non troppo vicino né troppo lontano- per ridiscutere nel quadro della politica italiana il ruolo e l’evoluzione del Pci. Purtroppo l’assassinio di Moro bloccò un processo che stava maturandosi. Cordiali saluti. Giulio Andreotti».





