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MUSSOLINI E IL GRAN CONSIGLIO

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di Gianvito Caldararo

Il 25 luglio 1943 è la data che rappresenta la fine del ventennio fascista e l’avvio per la nascita della Repubblica e l’ordinamento democratico e pluralista. Mussolini, da subito mirava a trasformare il Regno d’Italia da monarchia parlamentare a dittatura fascista. Il primo passo fu l’approvazione della legge elettorale nota come ” legge Acerbo”, che attribuiva i 2/3 dei seggi al partito che conseguiva il 25% dei voti validi. Il passo decisivo successivo fu l’approvazione della legge 24 dicembre 1925 n. 2263 avente per oggetto: “Attribuzioni e prerogative del Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato”. Con tale legge veniva sancita la supremazia del Capo del Governo sui Ministri Segretari di Stato. Infatti, l’articolo 1 recitava quanto segue:
“Il potere esecutivo è esercitato dal Re per mezzo del suo Governo. Il Governo del Re è costituito dal Primo Ministro Segretario di Stato e dai Ministri Segretari di Stato”. L’altro decisivo atto verso la “dittatura fascista”, fu quello realizzato con la legge 9 dicembre 1928 n. 2683 e avente per oggetto: “Ordinamento e attribuzioni del Gran Consiglio del Fascismo”. Con tale legge il Gran Consiglio, da organo interno al PNF – Partito Nazionale Fascista – entra a pieno titolo nell’ordinamento statale come istituzione di raccordo tra il partito e lo Stato. Il Gran Consiglio era costituito da membri nominati dal Re su proposta del Capo del Governo. Il Gran Consiglio, che era convocato e presieduto dal Capo del Governo, aveva come competenza principale quella dell’esame di questioni aventi carattere politico-costituzionale, per le quali diveniva obbligatorio richiedere il suo parere prima di assumere qualunque decisione. Spettava al Gran Consiglio predisporre la lista da sottoporre al Re per una eventuale successione del Capo del Governo.
Sostiene Vincenzo Iacovissi, autore del libro “Il Socialista a Palazzo Chigi – I governi Craxi (1983-1987) “pur non avendo efficacia giuridica vincolante, la decisione del Gran Consiglio assumeva un indubbio valore politico, divenendo una sorta di “autorevole indicazione” per il Sovrano circa gli orientamenti e gli umori del regime. Viene richiesta la convocazione del Gran Consiglio, con l’obiettivo di mettere in evidenza le responsabilità del Duce in ordine alla conduzione delle operazioni militari. Durante la discussione viene presentato da Dino Grandi, Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, un ordine del giorno con il quale si invitava il Duce a restituire al Re, Vittorio Emanuele III, il comando delle Forze armate previsto dall’articolo 5 dello Statuto albertino.
Tale ordine del giorno è approvato dalla maggioranza dei membri del Gran Consiglio, che diveniva un vero e proprio atto di sfiducia verso il Duce, da parte del quale non vi fu alcuna replica. L’approvazione dell’ordine del giorno Grandi segna la fine del regime fascista. Infatti, il giorno dopo Mussolini fu convocato dal Re, il quale gli comunicava la sua sostituzione e la contestuale nomina alla guida del Governo del Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio.
Per molti storici non pare azzardato leggere l’epilogo del fascismo come un vero e proprio “colpo di Stato”, realizzato con le forme legali e senza un cruento rovesciamento del potere. Un Benito Mussolini, sfiduciato dal suo Gran Consiglio del Fascismo, organo che lui volle trasformare da organo interno al PNF a istituzione dell’ordinamento statale.
 
 

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  • Redazione

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