Home Opinioni PRIMO MAGGIO, UNA OCCASIONE PER RITROVARE IL “CUORE” DEL SINDACATO

PRIMO MAGGIO, UNA OCCASIONE PER RITROVARE IL “CUORE” DEL SINDACATO

0

di Antonio Foccillo

Siamo arrivati a un’altra pagina della storia positiva del nostro vivere: il Primo Maggio. Come il 25 aprile si ricordano i sacrifici e gli eroismi per liberare l’Italia dal nazifascismo, così il Primo Maggio si ricordano i sacrifici e le battaglie dei lavoratori per liberarsi dai soprusi, per affermare relazioni civili e democratiche, per il rispetto, la dignità e il valore del lavoro.

Il Primo Maggio da anni non può essere più considerata una festa, al massimo una celebrazione di un ricordo di quello che è avvenuto in più di cento anni nel lungo cammino per l’emancipazione dei lavoratori.

Deve essere una giornata di mobilitazione e di lotta, in quanto troppe problematiche affliggono il mondo del lavoro: dalle morti sul lavoro ai contratti a termine; dal salario e dalle pensioni che hanno perso tantissimo potere di acquisto ai diritti e tutele negate.

La situazione in cui vive di conseguenza il sindacato oggi, indubbiamente pone l’esigenza di riflettere profondamente sullo stato di salute di questo nostro Paese e della sua democrazia.

Le dinamiche politiche di questo ultimo periodo, l’arroganza del nuovo corso, testimoniano la volontà di fare a meno di qualsiasi posizione intermedia di rappresentanza e con ciò si tende a indebolire anche il peso politico del sindacato, nel sistema socioeconomico, per determinare, di conseguenza, un declino delle sue capacità di influenzare le scelte del governo, sia quelle economiche e sia quelle politiche.

Questo atteggiamento, dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni, di presupponenza e protagonismo assoluto prima o poi si scontrerà con un forte dissenso e ci vorranno le forze intermedie per mediare i conflitti, com’è sempre avvenuto.

Detto ciò, comunque, non si può disconoscere che qualche problema l’hanno anche le forme di rappresentanza produttiva e sociale. Troppo spesso il movimento sindacale non ha rappresentato più un elemento unitario e sostanzialmente omogeneo ai bisogni della società, non ha costituito più una forza sociale portatrice di un’unica identità rivendicativa e contrattuale.

Il sindacato, nel suo ruolo sociale, deve valutare e comprendere come oggi sia possibile trovare consenso nei confronti di un tessuto comunitario indirizzato verso una diversa, rispetto al passato, distribuzione delle caratteristiche mediante le quali è ricercata e richiesta una funzione rappresentante.

Perché rispetto al passato, molte cose sono cambiate! Nella struttura economica vi è stata un’enorme evoluzione: da una società industriale, fondata su grandi concentramenti, su grandi aziende, su un gran numero di lavoratori e su aziende di piccola e media grandezza, laddove era chiaro chi fosse il padrone e con lui si potevano costruire rapporti e relazioni si è passati a una diversa situazione, caratterizzata da un declino dell’occupazione nell’industria, con ambiti produttivi molto più piccoli e in continua trasformazione, con manager anonimi con i quali è più difficile costruire relazioni e che hanno l’unico obiettivo di ridurre l’occupazione.

A una conflittualità di tipo ideologico si è sostituita una variegata costellazione di interessi che vanno dalla soddisfazione economica a quella estetica, culturale e individuale. Nuove parole d’ordine e nuovi disvalori si sono susseguiti: globalizzazione, velocità di decisioni, fine dell’ideologie, non più interventi dello Stato, precariato, rischio, individualità, il malaffare, l’evasione fiscale, la pandemia, la guerra.

La domanda che bisogna farsi è: dove è finito tutto quello per cui intere generazioni si sono battute? Cioè la democrazia partecipata, le istituzioni che rappresentavano tutti, le tutele e le garanzie, il bene comune, le battaglie collettive, il benessere, lo stato sociale, i valori di coesione e solidarietà, le battaglie ideali per costruire una società migliore.

Questo per affermare che bisogna uscire da questa situazione e riprogrammare un’azione rivolta a ricreare sviluppo, creazione di ricchezza e distribuzione della stessa, rinnovare le tutele e costruire una società che possa diventare più equa e più giusta.

Il sindacato deve ritornare a essere un soggetto propositivo. Le sue proposte possono e devono essere ancora vincenti e soprattutto coinvolgenti, se si continua a guardare la società, i cittadini lavoratori, i giovani in quest’ottica di partecipazione e non come i protagonisti passivi di scelte solo economiche.

Il sindacato però non deve ripetere gli errori del passato, in cui le tradizioni, le sacralità, i cerimoniali si ripetono in continuazione, come un rito religioso, che non muta nei secoli.

Ha bisogno di ricordare la sua tradizione, ma ha bisogno di un cambiamento continuo, di ricerca costante, di evoluzione perenne, cercando di rappresentare le esigenze del proprio tempo e con una costante presenza, strategicamente diretta alle più adeguate soluzioni dei problemi indotti dai cambiamenti fisiologici di una società in divenire.

Voglio ricordare che già la dottrina ufficiale della socialdemocrazia e ribadita da Turati nel gennaio 1894 ai primi vagiti del socialismo italiano per individuare un ruolo del sindacato si sosteneva: “Il sindacato deve trovare la sua dimensione di soggetto politico per il rafforzamento della democrazia e la modernizzazione economica del Paese visti, non tanto quanto valori in sé, quanto come la condizione preliminare perché i lavoratori possano proseguire il cammino verso la completa emancipazione”.

Questi assunti di allora prefiguravano l’azione del partito socialista e del sindacalismo riformista, ma sono ancora attuali e possono essere tranquillamente riproposti alla discussione di oggi.

Su queste basi il sindacato deve, ancora di più, rivendicare con forza il suo ruolo, contestualizzando i diversi ambiti di azione sindacale, integrandoli tutti in una politica che leghi e unisca la realtà dei luoghi di lavoro con le condizioni di sviluppo macroeconomico e le condizioni di distribuzione sociale delle tutele e delle garanzie.

Deve rafforzare il suo impegno nel richiedere nuovamente e con più decisione una politica di partecipazione per poter essere nuovamente soggetto interlocutore nei processi di decisione e di realizzazione delle realtà economiche, politiche e sociali.

Di fronte ai tanti drammi che riguardano ancora i vari aspetti del lavoro e della disoccupazione, il sindacato deve rivendicare una politica da parte del governo in grado di intervenire con una reale programmazione per impegnare investimenti, per riavviare il circuito dell’occupazione e stabilire nuove regole e garanzie per difendere la centralità del lavoro.

Il sindacato, in tantissimi anni è stato una forza di progresso, di emancipazione e di distribuzione della ricchezza in modo più equilibrato, e in tutti i momenti difficili del Paese è stato in prima fila ad assumersi responsabilità e a difendere le istituzioni dai pericoli del terrorismo. Per questo merita rispetto e attenzione.

Infine, come tutte le rappresentanze del sistema produttivo, è una forza essenziale per rilanciare l’economia, in quanto anche in un momento di crisi del sistema economico, se le nostre aziende hanno mantenuto un alto livello di esportazioni, è merito essenzialmente della capacità produttiva delle aziende e di chi ci lavora.

Il sindacato, quello riformista è stato sempre un sindacato difensore dei diritti di tutti e soprattutto dei diritti delle minoranze, che combatte l’egemonia in qualunque campo la si voglia affermare, e salvaguarda il pluralismo, la libertà di pensiero, la libera espressione e i diritti di partecipazione.

Il rapporto fra sindacato e sistema politico-economico deve essere quello di rivendicare un confronto nelle scelte e nella progettazione economiche e produttive, dimostrando in questo una legittimità che è frutto di una responsabilità che coniuga produttività e occupazione, lavoro e capitale, democrazia economica e democrazia sociale.

L’auspicio che faccio è che l’intero movimento sindacale recuperi la capacità propositiva predisponendo una piattaforma rivendicativa unitaria nei confronti del governo e degli imprenditori, ma anche che riacquisti il suo ruolo politico.

La democrazia è stata conquistata anche in lunghi anni di azione e lotte del movimento sindacale e che oggi appare invece ridimensionata per questo deve vederlo ancora impegnato in prima fila a difenderla.

Ugualmente non dobbiamo cadere nel pensare che vi sia disinteresse su queste tematiche da parte dei lavoratori, a causa dell’alibi dei cambiamenti avvenuti, piuttosto se trasformazioni vi sono state, si deve anche trasformare il modo di essere del sindacato per nuovamente coinvolgere e interessare.

Vorrei concludere con un tema che ritengo particolarmente determinante, di cui si è persa traccia, e che ha fatto inaridire tutto, cioè il valore dell’idealità.

Tutti abbiamo consapevolezza del momento difficile che interessa il ruolo della politica e delle forze sociali, ma ciò che più determina l’attuale fragilità del ruolo sindacale è l’affievolirsi di uno spirito di idealità che costituiva la spinta profonda della sua forza e di quella dei lavoratori che a esso davano il consenso.

Vale a dire, è andata smarrendo cosi la forza di un’opera che nella società immetteva un ampio progetto di costruzione di valori di idee e di cultura.

Così, spesso alla volontà comune e solidale si è sostituita la volontà individuale, un pragmatismo che ha inaridito il valore della mutualità, della progettazione condivisa.

Ovviamente i fatti che hanno concorso a questi cambiamenti sono molteplici – economici, politici, culturali, etc, ma ciò che vorrei sottolineare è l’aspetto meno razionale, eppure egualmente fondamentale, mi riferisco all’entusiasmo e alla motivazione che presiedono all’operare quotidiano.

Se è vero che occorre professionalizzare il lavoro sindacale, dotarlo di competenze specifiche e approfondite, ugualmente il movimento sindacale non funziona senza un “cuore”, perché proprio dal cuore si originano le idealità forti, quelle che si proiettano nel futuro.

Solo nel connubio tra intelligenza e cuore, tra sapere e sentimento, oggi il sindacato e coloro che in esso lavorano, potranno sostenere i tempi e quel futuro che appare così necessitante di umanità e non solo di tecnologia.

In tal senso anche questo Primo Maggio dovrà alimentare la ricerca del contenuto di un’idealità, che può rianimare il senso e il “cuore” dell’essere sindacato.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui