
Giorgia Meloni, nel suo viaggio negli Stati Uniti d’America, ha incontrato vari soggetti politici e istituzionali, ma due sono gli incontri che fanno capire quale sia oggi il ruolo geopolitico che l’Italia può avere nel futuro.
L’incontro di Stato, ossia tra due rappresentati di due Stati, si è svolto, ovviamente con il presidente Joe Biden, nella sede istituzionale della Casa Bianca e non poteva che essere così.
Una visita di Stato ha i suoi protocolli e i suoi ritmi, anche se va notato che alla fine non abbiamo dovuto riscontrare due dichiarazioni, ma un comunicato congiunto, la qual cosa, da un punto di vista dello stile comunicativo diplomatico, ha il significato di un’intesa netta e forte.
Vedremo in seguito cosa davvero significherà questa intesa, ma che Roma e Washington siano in sintonia pare sia stato comunicato in modo chiaro e forte.

Giorgia Meloni non si è prestata alle richieste del pollaio politico di trasformare un evento che riguarda il rapporto tra Stati in un evento da cortile per soddisfare i soliti giochetti di una stampa che ha ormai il paraocchi e viaggia a comando con il solo intento di una miseranda polemica politica ad uso interno.
C’è chi, come al solito, ha tentato di giocare la partita dell’accoppiata Meloni-Trump e lo ha fatto nel tentativo di trascinare il Presidente del Consiglio in una rissa da pollaio funzionale alla propaganda interna italiana.
La risposta di Giorgia Meloni è stata secca: “Ho una evidente sintonia con il partito repubblicano – ha detto Giorgia Meloni – ma questo non mi impedisce di avere un ottimo rapporto con Biden. Usa e Italia hanno sempre avuto buone relazioni, indipendentemente dal colore dei governi. I rapporti tra governi si basano sugli interessi nazionali e non sulla politica, altrimenti sarebbe disastroso. A volte queste relazioni si guardano con il filtro della politica. Io – ha continuato Giorgia Meloni – sono sempre stata dalla mia parte e sempre resterò dalla mia parte, ma sul piano internazionale difendo l’interesse nazionale. E mi pare di saperlo fare benissimo”.
Amen.
Serviti i frequentatori del pollaio, la parola è passata al comunicato congiunto, nel quale si legge che Stati Uniti e Italia “hanno ribadito l’incrollabile alleanza, il partenariato strategico e la profonda amicizia tra gli Stati Uniti e l’Italia. I legami tra Italia e Stati Uniti sono radicati nella storia, nell’affinità culturale e nella cooperazione economica. Si fondano su valori e principi condivisi – democrazia, libertà, rispetto dei diritti umani, rafforzati dall’obiettivo comune di promuovere la pace e la sicurezza, aumentare la prosperità e far progredire la sostenibilità in tutto il mondo”.
Nel comunicato si sottolinea che “i legami tra i nostri popoli sono al centro di questa relazione: entrambi i leader hanno sottolineato l’importanza del ruolo della comunità italo-americana, il cui contributo rende gli Stati Uniti più forti e più prosperi. Il Primo Ministro Meloni ha anche affermato il contributo fondamentale delle comunità italiane all’estero”.
“Gli Stati Uniti – prosegue sempre il comunicato – attendono con ansia la leadership italiana del G7 nel 2024 che aumenterà gli sforzi per accelerare la transizione verso l’energia pulita e per affrontare le sfide globali più urgenti, tra cui la crisi climatica, la povertà, l’insicurezza alimentare, la sicurezza economica, le forniture di minerali critici e la migrazione, impegnandosi ulteriormente nel dialogo e nella cooperazione su tutti questi temi con i Paesi in via di sviluppo, in particolare con i Paesi africani. I leader sono uniti nell’impegno di aumentare il livello di ambizione e di impegno nel sostenere i Paesi in via di sviluppo duramente colpiti da molteplici crisi e nell’accelerare i progressi verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs)”.
Fin qui l’incontro di Stato.
Tuttavia, c’è stato un incontro di due ore all’ambasciata italiana, che ha tutto il sapore di una sorta di trasmissione di conoscenza, da bocca a orecchio, da parte di un vecchio lucido maestro della politica, della diplomazia e della strategia geopolitica come Henry Kissinger alla giovane Presidente del Consiglio.

Giusto per ricordare alcuni tratti essenziali del centenario premio Nobel per la pace, Henry Kissinger è nato Heinz Alfred Kissinger a Fürth, in Germania.
Membro del Partito Repubblicano, Kissinger è stato Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato degli Usa con i presidenti Nixon e Ford tra il 1969e il 1977.
Ovviamente non sappiamo cosa si siano detti Henry Kissinger e Giorgia Meloni, anche se a volte le fotografie rendono l’idea più di tante parole su un rapporto che si percepisce di simpatia nel senso letterale del termine.
Mi piace però pensare che il centenario maestro abbia trasmesso a Giorgia Meloni alcuni concetti che si ritrovano nel suo libro: “L’arte della diplomazia”, laddove scrive che “il sistema internazionale del ventunesimo secolo sarà caratterizzato da un’apparente contraddizione: da un lato frammentazione, dall’altro globalizzazione crescente. A livello di rapporti internazionali il nuovo ordine sarà più simile al sistema di stati del diciottesimo e diciannovesimo secolo che ai rigidi schematismi della guerra fredda. Sarà composto da almeno sei grandi potenze – Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, Russia e probabilmente India – come pure da una molteplicità di paesi di dimensioni medie e piccole”.
In buona sostanza è pensabile che Kissinger abbia ribadito al sua propensione per il multipolarismo e, pertanto, per un nuovo equilibrio mondiale.
Nuovo equilibrio delle forze che “per definizione – si legge nel libro di Kissinger – non può soddisfare del tutto ogni membro del sistema internazionale, ma funziona in modo ottimale quando mantiene l’insoddisfazione al di sotto del livello al quale la parte contestante cercherebbe di sovvertire l’ordine internazionale”
E ancora: “I leader americani danno talmente per scontati i loro valori che raramente si rendono conto di quanto possano apparire rivoluzionari e sovversivi. Nessun’altra società ha affermato che i princìpi etici si devono applicare allo stesso modo nei rapporti internazionali e in quelli individuali, concetto che è l’esatto opposto della raison d’état di Richelieu”.
Multipolarismo, realismo politico, equilibrio, arte del possibile, capacità di affermare le proprie ragioni tenendo presenti le ragioni degli altri. Questi i concetti del maestro.
L’incontro a noi trasmette segnali importanti.
Il primo riguarda il canovaccio sul quale si svolgerà la politica italiana, improntata, probabilmente, agli insegnamenti del maestro Kissinger.
Il secondo che Giorgia Meloni è stata pienamente accolta dal mondo repubblicano americano, che ha in Kissinger un rappresentante storico e super partes.
Il terzo che Giorgia Meloni ha il semaforo verde del deep state Usa, del quale Kissinger è intimamente un rappresentante e un autore.
Giorgia Meloni torna a casa con un cesto pieno di buoni semi da piantare e da far fruttare.
Nel frattempo, in Europa, si trova ad avere a che fare con un mondo allo sfascio.
La Spagna, in confusione, al massimo può aspirare a mendicare prebende dagli alleati della Commissione da distribuire nella speranza di alimentare le clientele socialiste in funzione di un voto futuro.
La Germani vive una delle sue più profonde crisi.
L’Inghilterra, dopo l’ubriacatura della Brexit, si sta accorgendo di non essere più la potenza imperiale che sta nei suoi sogni.
La Francia, cacciata in malo modo dall’Africa, vede in crisi il suo sistema ex coloniale, comprensivo del Franco africano. Difficile capire quanto Macron, che viaggia di fallimento in fallimento, possa essere un alleato.
In questo senso anche i nostrani politici di varia natura e posizione che continuano a guardare a Bruxelles e alla Francia sono rimasti senza alcuna sponda credibile e, in più, hanno perso quella Usa, che ora, come è chiaro vede gli States confidare nella capacità di Giorgia Meloni di essere una statista.
Quella fotografia di Meloni e Kissinger mano nella mano dice molto di più di molte parole.
Con gli insegnamenti del maestro Giorgia Meloni ha l’opportunità di fare molta strada.
Vedremo.





