Home editoriali Meloni e la lezione di Kissinger: un leader non si dimette

Meloni e la lezione di Kissinger: un leader non si dimette

0
Kissinger e Meloni

La nomina di Stefania Craxi ci riporta al concetto di leadership

La nomina di Stefania Craxi a capogruppo di Forza Italia al Senato pone al centro, come afferma l’amico Pietro Imberti, firma del giornale, la questione della leadership.

Silvio Berlusconi è stato un leader. Bettino Craxi è stato un leader. La Meloni è una leader.

Un leader non se la fa sotto alla prima battaglia persa, perché ha una strategia, una visione, una resistenza psicologica che gli impedisce di essere una marionetta che al primo vento contrario scappa.

Se un leader al primo vento contrario scappa, non è un leader, ma un burattino.

La nomina di Stefania Craxi a capogruppo di Forza Italia al Senato è l’indicazione precisa di una scelta che impegna Giorgia Meloni ad essere leader fino in fondo. Se così non fosse, Giorgia Meloni butterebbe alle ortiche la sua credibilità e la sua leadership.

Chi oggi, dall’opposizione, le chiede di dimettersi, non vuole le elezioni anticipate, ma un governo tecnico.

È del tutto ovvio che se Giorgia Meloni dovesse dimettersi, esprimerebbe solamente la sua inesistenza come leader e consentirebbe al Capo dello Stato, visti i precedenti, di avviare la sperimentazione emergenziale di un governo tecnico che rimetterebbe in gioco chi la leadership non sa nemmeno dove stia di casa.

Sarebbe una disgrazia immane.

Giuseppe Conte non è un leader, in quanto esegue le politiche altrui, ossia quella della Mafia di San Gallo, oggi armata antipapa, dopo che è arrivato sul soglio di Pietro Leone XIV. Giuseppe Conte è il gestore accorto di linee politiche di altri.

Elly Schlein non è una leader in quanto non ha saputo esprimere, sino ad ora, una visione che sia una ed è stata catapultata alla guida del PD da mondi che oggi sono allo sbando, in Europa e negli USA.

È stato un leader Umberto Bossi e non è un leader Matteo Salvini.

Se è comprensibile, pertanto, il giochetto dell’opposizione (dimissioni, governo tecnico, gioco delle tre carte), è del tutto incomprensibile chi chiede le dimissioni all’interno della maggioranza, a meno che non si voglia passare dal terreno della leadership a quello della contrattazione clientelare (la tentazione è sempre forte anche nel centro destra).

Il concetto di leadership politica si riferisce al processo attraverso il quale un individuo (o un gruppo ristretto) influenza, orienta e mobilita un gruppo più ampio — cittadini, elettori, partiti o istituzioni — per perseguire obiettivi comuni, spesso legati al bene pubblico, all’interesse generale o a visioni collettive di società.

Leadership politica, secondo l’enciclopedia Treccani, si distingue dal semplice potere. Mentre il potere può basarsi su coercizione o risorse materiali, la leadership implica spesso un consenso e uno scambio di beni simbolici (valori, visioni, identità).

In Italia, il concetto ha esempi storici vari: dal carisma di Alcide De Gasperi nella ricostruzione post-bellica, fino alle figure più recenti come Silvio Berlusconi e Bettino Craxi.

Il 28 luglio 2023 a Villa Firenze, residenza dell’ambasciatrice d’Italia a Washington, durante la sua prima visita ufficiale negli Usa, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha incontrato Henry Kissinger.

Il colloquio, durato circa due ore, è stato definito dalla premier un “privilegio” e un’occasione per dialogare con una delle menti più lucide della strategia internazionale.

Nel suo “Leadership, Sei lezioni di strategia globale” (Mondadori) Kissinger, uno dei più sottili, abili e fini cultori dell’arte della politica, scrive: “Ogni società, qualunque sistema politico abbia, si trova eternamente in bilico tra un passato che rappresenta la sua memoria e una visione del futuro che ispira la sua evoluzione.

Lungo questa strada è indispensabile avere una leadership: occorre prendere decisioni, conquistarsi fiducia, mantenere promesse, proporre una rotta da seguire.

All’interno delle istituzioni umane – Stati, Chiese, eserciti, aziende, scuole – è necessaria una guida che aiuti il popolo a passare dal punto in cui si trova a un punto in cui non è mai stato e, a volte, non sa neanche immaginare di andare. Senza una leadership, le istituzioni vanno alla deriva e le nazioni rischiano di diventare sempre più irrilevanti e, alla fine, crollare.

Gli statisti pensano e agiscono all’intersezione di due coordinate: l’asse tra passato e futuro, e l’asse tra i valori profondi e le aspirazioni dei popoli che essi governano. Il loro primo compito è affrontare un’analisi che parta da una valutazione realistica della società e sia basata sulla storia, i costumi e le capacità della società stessa.

Poi devono trovare un equilibrio tra quanto sanno perché l’hanno giocoforza appreso dal passato e quanto intuiscono del futuro, che è per sua stessa natura aleatorio e incerto. È questa lucida intuizione della direzione da prendere che consente ai leader di porsi obiettivi e studiare strategie”.[i]

Nei periodi di crisi, nelle “nazioni fortunate – scrive Kissinger -, tali crisi sono affrontate da persone capaci di trasformare la società. I leader dotati di queste qualità si dividono idealmente in due categorie: quella dello statista e quella del profeta. […].

Il leader saggio del genere «statista» intuisce quando nuove circostanze impongono di andare oltre le istituzioni e i valori esistenti, ma comprende pure che, al fine del benessere sociale, deve garantire che il cambiamento non vada oltre il limite della sostenibilità”. [ii]

“Gli attributi essenziali di un leader che voglia assolvere questi compiti, e gettare un ponte tra passato e futuro – aggiunge Kissinger -, sono il coraggio e il carattere: il coraggio di scegliere una direzione tra varie opzioni complesse e difficili, il che significa disponibilità a trascendere la routine, e la forza di carattere necessaria a restare fedeli a un piano d’azione i cui rischi e benefici si intravedono solo in parte al momento della scelta. Il coraggio fa appello alla virtù quando occorre decidere, mentre il carattere rafforza la propria fedeltà ai valori nel lungo periodo”.[iii]

Nessun leader che sia tale si dimette al primo intoppo e, infatti, Giorgia Meloni, a quanto si apprende dalle agenzie, non ha un rimpasto in agenda. Il presidente del Consiglio si è tenuta le deleghe che erano della Santanchè ad interim e il provvedimento è già stato firmato da Mattarella.

Per Giorgia Meloni c’è, indubbiamente, un problema di squadra.

Scrive sempre Kissinger: “I buoni leader suscitano nelle persone il desiderio di seguire il loro cammino. Il buon governante deve far sì che i suoi stretti collaboratori traducano il suo pensiero in pratica, adattandolo alle questioni concrete del momento. La presenza di una squadra di collaboratori dinamici è il complemento visibile dell’innata vitalità del leader, giacché essi gli offrono sostegno nel suo itinerario e gli alleviano l’onere di prendere decisioni. I governanti possono essere resi migliori – o peggiori – dalle caratteristiche di chi li circonda”. [iv]

Non v’è dubbio che nella squadra della Meloni ci siano collaboratori validissimi e altri meno validi, ma quello che importa è che la leadership sia portata a compimento fino al momento nel quale il leader e la sua squadra saranno sottoposti al giudizio popolare con le normali elezioni.

“La gestione del rischio – scrive sempre Kissinger – ha, per lo statista, la stessa cruciale importanza della capacità di analisi razionale”.

La gestione del rischio è che una serie di fattori, in gran parte ancora da comprendere a dovere, abbiano fatto sì che una riforma votata dal Parlamento non abbia avuto la conferma dei cittadini elettori.

Se un generale, che ha pianificato un’azione, alla prima battaglia andata male, scappa a gambe levate, è un caporale. La gestione del rischio, come insegna Kissinger, è una delle doti fondamentali del leader, accanto alla capacità di analisi razionale.

Di analisi razionale c’è assoluto bisogno se Giorgia Meloni vuole arrivare al giudizio elettorale vincente.

Ci sono problemi di squadra, di accelerazione di provvedimenti che impattano con la vita del popolo e ci sono problemi di comunicazione, fino ad ora, con tutta probabilità, sottovalutati.

In ogni caso un leader non scappa; aggiusta la rotta e procede a tutta forza verso l’obiettivo che si è proposto.

Note

[i] Henry Kissinger, “Leadership, Sei lezioni di strategia globale” (Mondadori)

[ii] Henry Kissinger, “Leadership, Sei lezioni di strategia globale” (Mondadori)

[iii] Henry Kissinger, “Leadership, Sei lezioni di strategia globale” (Mondadori)

[iv] Henry Kissinger, “Leadership, Sei lezioni di strategia globale” (Mondadori)

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui