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Maturità, bocciare costa e sale il numero dei diplomati ignoranti

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Meritocrazia e competitività: i nemici della sinistra italiana che gonfia i curriculum

Aboliti i somari. Alla maturità italiana i voti non dipendono più da quanto uno studente sa. Dipendono da chi, in commissione, ha in mano la penna quel giorno.

Le stranezze abbondano.

La Calabria è la regione con più cento e lode d’Italia. Ma è anche tra le ultime tre in matematica. L’Umbria premia come la Sicilia. Le Marche danno il triplo delle lodi del Piemonte. Il Lazio ha i risultati della Campania e i voti della Lombardia.

Nessuna geografia spiega questi numeri. Nessuna sociologia li spiega. Cambia una cosa sola da un’aula all’altra: chi e come decide i voti.

La prima da una prova standardizzata INVALS, che non conosce facce, famiglie, storie.

La seconda da cinque adulti chiusi in un’aula a giugno, con un nome, un cognome e i genitori nel corridoio.

Dove la valutazione non ha volto, l’Italia dice la verità. Dove ha un volto, mente. E mente sempre verso l’alto.

La verità senza volto è questa: quasi uno studente su due arriva alla maturità senza raggiungere il livello adeguato in italiano. Quasi uno su due non ce la fa in matematica. Tredici anni di scuola pubblica.

Poi arriva giugno. In Puglia solo due maturandi su cento escono con il sessanta, il voto minimo. In una regione intera, quasi nessuno è mediocre.

E i bocciati? Due su mille. Non due su cento: due su mille. Perché bocciare costa sempre di più.

Alla famiglia che ha già prenotato la festa e in ventiquattr’ore trova un avvocato. Al professore che deve motivare per iscritto ogni insufficienza, sapendo che quel verbale può finire davanti a un giudice e che un vizio di forma resta addosso a chi ha firmato. Alla scuola che perde iscritti e con gli iscritti le cattedre.

Bocciare costa a tutti, ma l’unico che paga davvero è il ragazzo. E paga di più se non lo bocciano. Perché la bocciatura te la porti per un anno. Un diploma che non vale niente te lo porti per sempre.

Nessuno di quei professori, da solo, poteva dire di no. Li hanno lasciati soli a fare l’unica cosa che questo Paese ha deciso di non fare più: dire a qualcuno che non ha raggiunto il livello.

L’articolo 34 della Costituzione dice che i capaci e i meritevoli hanno diritto di arrivare in alto anche senza mezzi. Lo votarono i comunisti di Togliatti nel 1947, quando in Italia si moriva di fame.

Nel 2022 quella parola entra nel nome del ministero e per la sinistra diventa un’oscenità.

Meritocrazia e competitività sono categorie del sistema capitalista e neoliberista, dichiara l’Unione degli Studenti. Parlare di merito è parlare del nulla.

E, ancora: assegnare una valutazione negativa o bocciare uno studente è anzitutto una sconfitta del sistema educativo, non del singolo. Insomma è colpa nostra, non del somaro.

A scuola merito è diventato una parolaccia. Eppure chi non ne ha se lo inventa.

Febbraio 2013. Oscar Giannino guida un partito nato per fermare il declino, con la parola merito nel programma.

Il suo curriculum è spettacolare: due lauree, Economia e Giurisprudenza, un master alla Booth School of Business di Chicago. L’università di Milton Friedman. Peccato che tutti i titoli fossero falsi.

Il 5 febbraio, in televisione, cita quel master. E lo fa nominando l’uomo che a Chicago insegna davvero: Luigi Zingales, cofondatore del suo stesso movimento.

Zingales lo scopre per caso, tredici giorni dopo. Lo smentisce e lascia il partito: una bugia insopportabile in un movimento che predica la meritocrazia. Il 20 febbraio Giannino si dimette.

Quindici giorni dalla bugia alle dimissioni. Tenete a mente il numero.

Maggio 2018. Un altro curriculum, quello di Giuseppe Conte. Ventotto pagine fitte depositate alla Camera cinque anni prima.

Vi si legge che dal 2008 al 2012 ha soggiornato ogni estate, per non meno di un mese, alla New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi.

La New York University risponde al New York Times che quel nome non compare nei registri. Né studente, né ricercatore, né docente. La Sorbona, anch’essa nel curriculum, non lo trova negli elenchi ufficiali.

A Vienna, dove il curriculum indica il perfezionamento degli studi di diritto, aveva frequentato un corso di tedesco di primo livello. Un mese, agosto 1990.

Attenzione: nessun titolo falso.

A New York Conte c’era stato davvero e usava la biblioteca. Il punto è tutto nelle parole. Perfezionare e aggiornare i suoi studi.

Chi legge immagina un percorso accademico. Chi ha scritto sa che parla di una sala di lettura aperta a chiunque abbia un tesserino.

Quel curriculum era depositato dal 2013 e per cinque anni nessuno lo aveva letto. Quando qualcuno lo lesse, Conte stava per giurare a Palazzo Chigi.

Da allora ha guidato due governi e oggi comanda un partito. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Quindici giorni per chi mente male. Otto anni per chi sceglie bene gli aggettivi. E poi ci stupiamo delle commissioni d’esame.

Perché il conto lo paga sempre lo stesso. Lo studente somaro.

Il ragazzo con cento e lode e competenze da terza media non è stato promosso. È stato ingannato. Se ne accorgerà al primo esame all’università o al primo colloquio di lavoro.

E lì il figlio del professionista avrà le ripetizioni, la rete di famiglia, il posto trovato da un amico del padre. Il figlio dell’operaio avrà solo quel pezzo di carta.

Perché abolire la selezione a scuola non la elimina. La sposta. La toglie dalla scuola, dove è pubblica e contestabile e la consegna alla società, dove è privata e definitiva.

I somari non li hanno aboliti. Li hanno diplomati.

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