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Al Jazeera: trent’anni di informazione, potere e propaganda

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Al Jazeera

Ora il Qatar cambia regia

Al Jazeera compirà trent’anni il prossimo 1° novembre.
Nacque infatti a Doha nel 1996, quando l’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani investì 137 milioni di dollari per creare qualcosa che il mondo arabo non aveva mai conosciuto: una televisione satellitare capace di spezzare il monopolio delle asfittiche emittenti di regime.

Lo slogan era magnifico: “L’opinione e l’altra opinione”.

Per milioni di arabi significò ascoltare oppositori, dissidenti e voci fino ad allora escluse.

Al Jazeera introdusse dibattiti veri, linguaggio moderno, collegamenti internazionali e una libertà sconosciuta nelle televisioni statali della regione.

Durante le Primavere arabe divenne la voce delle piazze e uno dei principali motori della mobilitazione popolare.

Ma quella libertà aveva e conserva, un confine molto preciso: gli interessi del Qatar.

Al Jazeera non è una sola rete e non parla ovunque con la stessa voce.
Esiste il canale in lingua inglese, nato nel 2006 e costruito per conquistare il pubblico occidentale, che presenta uno stile vicino alla BBC e ospita anche opinioni israeliane.

Ed esiste Al Jazeera Arabic, enormemente più influente nel mondo arabo e molto più aderente alla politica estera di Doha.

È questa la prima verità da ricordare: Al Jazeera English mostra il volto internazionale, sofisticato e pluralista del Qatar; Al Jazeera Arabic ne esercita più direttamente la potenza politica regionale.

Durante le Primavere arabe la rete sostenne con enorme forza alcune rivolte, offrendo uno spazio privilegiato anche alle componenti legate alla Fratellanza musulmana.

Ma la stessa energia critica non fu applicata con identica intensità agli assetti interni del Qatar o ai governi amici di Doha.

L’indignazione, insomma, non era sempre distribuita secondo criteri esclusivamente giornalistici.

Non sorprende che nel 2017 Arabia Saudita, Emirati, Bahrain ed Egitto, durante il blocco imposto al Qatar, chiedessero addirittura la chiusura di Al Jazeera: la consideravano un’arma non convenzionale usata da Doha per sostenere la propria politica e influenzare le società degli altri Paesi arabi.

Una pretesa inaccettabile sul piano della libertà d’informazione, certamente. Ma anche il riconoscimento della straordinaria potenza raggiunta dalla rete.

Al Jazeera è cresciuta fino a diventare un colosso mondiale. Secondo i numeri riportati dal Venerdì, Al Jazeera English conta 17,9 milioni di iscritti su YouTube, quasi quanto la CNN e più di Fox News.
Sommando il canale inglese a quello arabo, la rete supera i 40 milioni di iscritti.

Ma dietro questa gigantesca macchina non esiste una normale impresa editoriale. Non vi sono azionisti indipendenti capaci di contestare la proprietà, né un mercato pubblicitario dal quale dipenda realmente la sua sopravvivenza.

Il conto finale viene pagato dall’emiro del Qatar.
Al Jazeera sostiene formalmente di essere una fondazione privata di pubblica utilità e di non ricevere direttive dal governo.

Tuttavia, la sua stessa storia mostra una continua corrispondenza fra linea editoriale e interessi strategici di Doha.

È il paradosso fondamentale: una rete capace di vero giornalismo, grandi reportage e coraggiosa presenza sul campo, ma, contemporaneamente, inserita nell’apparato di potere di una monarchia assoluta.

Il caso Gaza lo dimostra con particolare evidenza.

Al Jazeera ha avuto reporter sul terreno, ha documentato sofferenze reali e ha pagato un prezzo altissimo in vite umane.

Ma, soprattutto, il canale arabo ha costruito una narrazione spesso quasi completamente coincidente con quella di Hamas, lasciando in secondo piano la natura terroristica dell’organizzazione, il massacro del 7 ottobre, gli ostaggi e l’impiego della popolazione civile dentro la propria strategia militare.

Contestare questa impostazione non significa negare la sofferenza dei palestinesi né identificare Hamas con tutti gli arabi o con tutti i palestinesi.
Significa distinguere le vittime civili da un’organizzazione terroristica e riconoscere che anche la scelta delle immagini, delle parole e delle omissioni è uno strumento politico.

Ora, però, qualcosa si sta muovendo.

Dal 1° settembre 2025 Al Jazeera è diretta dallo sceicco Nasser bin Faisal bin Khalifa Al Thani, giovane diplomatico e, soprattutto, componente della famiglia regnante. Ha sostituito Mostefa Souag, rimasto alla guida per dodici anni.

La nomina è ufficialmente presentata come un progetto di innovazione, indipendenza editoriale e modernizzazione; nella sostanza rappresenta anche un rafforzamento del controllo dinastico sulla rete.

Al Jazeera Media Network⁠

Non è ancora una svolta dichiarata, ma i segnali raccolti da Manacorda sono chiari: Al Jazeera starebbe diventando meno “la voce di chi non ha voce” e più attenta agli equilibri fra le monarchie del Golfo.

Su Gaza si noterebbe un calo dell’attenzione e una minore centralità dei giornalisti della Striscia.

Durante lo scontro fra Stati Uniti e Iran, la rete ha dovuto compiere autentici contorsionismi: sostenere la strategia americana e israeliana contro Teheran, diventata improvvisamente nemica del Qatar, ma mostrare contemporaneamente i danni prodotti dagli attacchi iraniani contro la base statunitense di Al Udeid.

Perché il problema di Al Jazeera è sempre lo stesso: il confine tra pluralismo e contorsionismo coincide spesso con la politica estera di Doha.

Intanto, la rete si sta nuovamente espandendo proprio nei Paesi che nel 2017 ne pretendevano la chiusura. Al Jazeera World è arrivata gratuitamente su Samsung TV Plus in Arabia Saudita, Emirati ed Egitto; Al Jazeera English è disponibile anche in Italia e in altri mercati europei.

È soft power travestito da semplice streaming: non occorre conquistare militarmente uno spazio quando si può entrare gratuitamente in milioni di televisori.

Al Jazeera⁠

È qui che Al Jazeera deve essere ricollocata nel più vasto sistema Qatar di cui abbiamo già parlato: investimenti, immobili, sport, università, fondazioni, rapporti politici e media.

Doha è un Paese minuscolo che usa la propria ricchezza per acquistare non soltanto beni, squadre o prestigio, ma soprattutto accesso, relazioni, reputazione e influenza.

Al Jazeera ne è il capolavoro.

Non è soltanto una televisione e non può essere liquidata neppure come una banale fabbrica di menzogne.

È qualcosa di molto più raffinato e, proprio per questo, più potente: una grande organizzazione giornalistica capace di produrre vera informazione, ma collocata dentro la strategia internazionale di una monarchia che finanzia la rete e decide la direzione complessiva del proprio potere.

La nuova Al Jazeera non sarà necessariamente meno politica.
Potrebbe diventare semplicemente più prudente, più commerciale, più internazionale e più funzionale alla nuova diplomazia del Qatar.

Cambieranno il tono, le priorità e forse alcuni bersagli.

Non cambierà il proprietario della voce.

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