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L’Odissea di Nolan nella civiltà terminale

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Odissea

Una fotografia del clima postmoderno: la profanazione di un capolavoro amputato di epica, poetica, forza primigenia e valore archetipico

Chissà che penserebbe Omero – o chi scrisse l’Odissea – del successo, a tre millenni di distanza dal poema, della versione cinematografica di Christopher Nolan di uno dei testi fondanti della civiltà classica e poi europea.

Ha già incassato un miliardo di dollari, un affarone. La stampa italiana si premura di ricordare che il kolossal hollywoodiano ha superato al botteghino Buen Camino di Checco Zalone.

Sono i soli metri di paragone – quantitativi, mercantili, aritmetici – di una civiltà allo stremo, che tratta l’Odissea più o meno alla stregua di una serie di Netflix, curiosamente ambientata in un passato remoto tra i caldi mari mediterranei.

Ulisse non è che un furbastro reduce dall’inganno del cavallo con cui aveva sconfitto i Troiani assediati, in difficoltà nel ritorno avventuroso (dieci anni, quanti la guerra vittoriosa) a Itaca, l’isoletta di cui è re. Gli capita di tutto, ma l’Odissea non è un romanzo di avventure.

Nel film sfuma ogni tema fondamentale, diventa impalpabile il senso degli archetipi che Omero scolpisce da cento e più generazioni.

Lo spettatore – diverso per natura dal lettore – non è condotto a riflettere sui fondamenti dell’esistenza esplorati da Omero nella fase germinale della civiltà.

La nostalgia per la patria natia, l’amore coniugale, il rapporto con il padre e il figlio Telemaco, a sua volta in viaggio alla ricerca del padre, ossia delle radici e della legittimità, la sofferenza, la violenza, la mortalità e l’immortalità, il ruolo del destino e degli déi, la guerra e la pacificazione dell’animo, il rapporto con vizi e desideri messi alla prova nella grande avventura del ritorno; il senso del limite violato, uno dei capisaldi del senso greco della vita, il desiderio di mettersi “per l’alto mare aperto”, colto da Dante nella Commedia, formidabile affresco della visione cristiana medioevale.

E poi la guerra, l’odio, la violenza, la dura lotta con i Proci, i pretendenti al trono e alla mano della sposa Penelope, il talamo nuziale intagliato dal giovane Ulisse, la cui violazione sarebbe un sacrilegio quanto l’atto di usurpare il trono.

Lasciamo da parte le scivolate woke, ammettiamo senz’altro che si tratta di un prodotto ben confezionato a uso del pubblico contemporaneo, ma rimpiangiamo la decorosa Odissea della Rai di fine anni Sessanta dei tre registi (Bava, Rossi, Schivazappa, poiché l’impresa pareva troppo grande per uno solo) interpretata dalla maschera dura, sofferta di Bekim Fehmiu (Ulisse) e dal volto intenso, profondamente greco, di Irene Papas (Penelope).

Dimentichiamo anche il fatto umanissimo che un’opera come l’Odissea, al pari di altre narrazioni poetiche e letterarie che hanno plasmato la civiltà – Iliade, Eneide, Bibbia, Divina Commedia, tragedia greca, teatro di Shakespeare, romanzi di Dostoevskij – ha tante interpretazioni quanti sono i lettori.

Resta l’amarezza di vedere sul grande schermo una pietra miliare di ciò che siamo (o eravamo) ridotta a intrattenimento per un pubblico ingozzato di popcorn e coca cola, invitato non a riflettere, ma a stupirsi per gli effetti speciali e l’indubbia maestria delle immagini e delle scenografie.

Sarà passatismo, ma anche i protagonisti – Matt Damon e Anne Hathaway – non ci sembrano della statura di altri attori che hanno impersonato Ulisse e Penelope.

Nolan ha messo in scena arrogante prodotto sotto culturale pieno di grossolanità, scarso senso della composizione, rivolto in maniera sin troppo corriva a un pubblico il cui gusto è stato sfigurato dalle serie televisive, dicevamo, ma anche dalla riduzione di tutto a spettacolo, meraviglia ricercata a ogni costo, indifferenza ai temi esistenziali che fanno di Omero – che sia esistito o meno – il padre di un’intera civiltà e visione del mondo.

Le riflessioni da spettatori riguardano il fatto che la fine meritata del nostro angolo di mondo non è colpa dell’islamizzazione ma dell’americanizzazione, della riduzione materialista, mercantilista e superficialmente emotiva che rende impossibile lo sguardo dall’alto e impedisce di vedere se non con i canoni incapacitanti del regno della quantità.

In questo senso dovremmo applaudire l’Odissea di Nolan perché è un successo commerciale. Genera profitto, dunque l’opera è riuscita, perfino bella, nell’estetica capovolta dominante.

Ma la negatività più profonda è, a nostro avviso, la confutazione di Omero e del suo poema messa in scena dal regista.

Incapace di riprodurne la grandezza, la delicatezza e insieme la potenza suggestiva, si dedica a profanarla.

La bellezza suprema dell’Odissea risiede nel mostrarci che noi esseri umani possiamo estrarre dolce miele dal triste fiore della vita; che, anche se le porte tenebrose dell’Ade ci attendono dietro l’angolo, siamo animati da un fuoco che trionfa sull’amarezza e sui destini più cupi.

Omero narra una storia di innumerevoli orrori; eppure Ulisse ne esce più ricco di saggezza, più temprato, più magnanimo: in breve, più umano. E. in mezzo all’orrore, lo stupore riaffiora come brezza che rinfranca, senza privare la realtà di un solo briciolo della sua durezza, profumandola di una gioia segreta e serena.

Il suo apice è, forse, nel palazzo dell’ospitale Alcinoo, re dei Feaci. Lì Ulisse racconta le sue peripezie, lì affronta la tentazione più complessa, l’amore di Nausicaa, figlia del re, incarnazione perfetta di grazia verginale, pudica ed esuberante, timida e seducente.

Ama l’eroe in segreto e forse anche Ulisse ne è innamorato, ma sa rifiutare – in modo insieme sottile e tenero – un amore mai espresso a parole, un amore fattosi rugiada, un sentimento mattutino che, nella sua freschezza primigenia, ignora le ferite del desiderio.

Un’opera che non riesce a catturare quel momento sublime (Nolan ignora Nausicaa) non merita di essere chiamata adattamento dell’Odissea. Ne costituisce una sordida profanazione.

Ci sono molti momenti memorabili amputati nel film: incomprensione, soggezione ai canoni commerciali, scelta consapevole che abbassa l’epica a trama.

Ciò che Nolan non trascura è smantellato, decostruito. Un esempio è il canto delle sirene – le voci del mondo, dei piaceri che separano dai grandi obiettivi – che non possiamo udire, soffocato dalla fastidiosa voce dell’Io narrante, un discorsetto pseudo lirico con frasi da almanacco.

Nolan ci deruba della più sublime esperienza acustica della storia. L’artista senza spirito, anziché mostrare, spiega; ed è una stanca lezione di impotenza creativa.

Impone un monologo roboante invece di offrirci il canto delle sirene. Almeno ci avesse mostrato il cambiamento successivo nell’anima dell’eroe.

La natura impoetica di Nolan non ci arriva, costringendo ad ascoltare un pomposo pistolotto. Ci priva, altresì, dell’umorismo malizioso di Ulisse, dei suoi astuti giochi di parole con Polifemo: la retorica, l’intelligenza, più potenti della forza bruta del ciclope.

Il regista ci sottrae il pianto furtivo di Ulisse di fronte al nobile Argo morente, il vecchio cane che lo riconosce a Itaca.

Sorprende la misoginia che maltratta e mostra di non comprendere personaggi femminili memorabili come Circe e Calipso, trasformate l’una in una sciatta trasandata, l’altra in un corpo rifatto da pubblicità di profumi. Il risultato è l’imperdonabile perdita della grandezza morale dell’opera di Omero.

Chi si avvicina all’Odissea attraverso il film non comprende per nulla le ragioni della sua forza primigenia, del suo valore archetipico, la suggestione senza tempo dei suoi temi più profondi.

Perché, infine, Ulisse vuole fortissimamente tornare a Itaca sino a rinunciare all’immortalità promessa dalla ninfa Calipso che lo soggioga per anni, perché Telemaco lo cerca, perché Penelope lotta per sottrarsi alle trame dei Proci (pretendenti, in greco)?

Ulisse non fu mai nell’oblio completo tra le braccia di Calipso. Restò l’uomo che, pur soccombendo al fascino e agli incantesimi della ninfa, seppe resistere alle sue profferte di immortalità.

Nostalgico della sua isola pietrosa, desideroso di tornare all’amore coniugale la respinse; la divina creatura assaporò il gusto amaro, profondamente umano, della disillusione e della sconfitta, sciogliendosi in lacrime nella sua grotta ricoperta di viti.

Nolan, ottuso o politicamente corretto, non sa rappresentare la crudeltà degli eroi che saccheggiano le città, uccidono gli uomini e si spartiscono le donne, che nel film vengono uccise.

Tuttavia, in quegli eroi ancestrali c’è tragica nobiltà e compassione, timore dell’ira divina, senso dell’onore, generosa offerta del sangue, accettazione virile del destino.

Nel film abbondano nichilismo, brutalità e caos. Nessuno combatte per la gloria, nessuno è mosso da ideali, tutti agiscono per paura o interesse.

Una fotografia del clima postmoderno, volgare come il tempo che ci è toccato in sorte. L’apice negativo è mostrare quasi con compiacimento Elena – il casus belli dell’assedio di Troia – con il volto mutilato da Menelao, re e marito tradito: un atto inconcepibile nell’universo ellenico, prova della misoginia di Nolan, nascosta dal femminismo di maniera.

Menelao ha l’aspetto di un lottatore televisivo; i compagni di Ulisse chiamano il loro re “bastardo fortunato”. I Proci sembrano teppisti da discoteca, il re Agamennone è vestito non da guerriero, ma da eroe dei fumetti alla Batman.

La sequenza in cui Ulisse stermina i Proci è di una volgarità assoluta. Nulla del vindice incanto del poema, solo una rozza scena d’azione che rovina la sanguinosa magia omerica, trasformata in una insistita sequenza pulp.

Ulisse non combatte i pretendenti, li massacra ritualmente lasciandoli pietrificati dall’orrore. Quando si spoglia degli stracci che lo camuffano, tende l’arco come solo lui sa fare e trafigge la gola di Antinoo – capo dei Proci – le ginocchia e i cuori dei pretendenti superstiti cedono. Non a un guerriero superiore, ma un nemico che credevano confinato negli incubi più oscuri.

Nolan ci fa trascorrere più di tre ore a demitizzare (il triste lavoro di mezzo secolo di decadenza) gli eroi omerici, realizzando uno scintillante pasticcio che alla fine mitizza nella forma più rozza Ulisse, un essere senz’anima.

Un vincente nel senso che recupera il successo, il regno, Penelope, senza dirci in nome di che cosa, da quale movente fu spinto, a quali impulsi ideali e spirituali rispose, tanto importanti da farne l’eroe eponimo di una civiltà millenaria. Nessuno, forse, se non il Caso o il Caos.

Evviva Zalone sconfitto alla cassa, che si limita a strapparci una risata e non pretende di riscrivere maldestramente un poema mito e pietra angolare che resta nell’anima di chiunque si avvicini ai suoi versi immortali.

“Musa, quell’uom di moltiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra
Gittate d’Iliòn le sacre torri;
Che città vide molte, e delle genti
L’indol conobbe; che sovr’esso il mare
Molti dentro del cor sofferse affanni”
Odissea – Incipit

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