Si rischia l’aumento del prezzo economico, politico e umano della guerra
Il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, avrebbe avvertito privatamente i principali consiglieri del presidente Donald Trump della necessità di individuare una via d’uscita dal conflitto con l’Iran, sostenendo che un’ulteriore intensificazione delle operazioni militari potrebbe produrre conseguenze opposte a quelle desiderate.
Secondo quanto riportato dalla CNN, la superiorità aerea americana, per quanto netta, difficilmente sarebbe sufficiente a raggiungere gli obiettivi politici fissati dalla Casa Bianca.
Il problema riguarda la distanza tra capacità militare e risultato politico. Gli Stati Uniti possono dominare lo spazio aereo, distruggere installazioni, colpire centri di comando e danneggiare infrastrutture strategiche, ma questo non comporta necessariamente la resa di Teheran.
L’Iran è un Paese di quasi novanta milioni di abitanti, con un territorio molto esteso, una complessa struttura statale e una rete di forze militari, apparati di sicurezza e organizzazioni alleate presenti in diverse aree del Medio Oriente.
Washington dovrebbe quindi stabilire con precisione quale sia l’obiettivo del conflitto: distruggere il programma nucleare iraniano, indebolire o rovesciare il governo, interrompere il sostegno alle organizzazioni regionali oppure costringere Teheran a negoziare.
Si tratta di obiettivi differenti, che richiedono strumenti e strategie altrettanto differenti. Gli impianti nucleari possono essere colpiti, ma le conoscenze necessarie per ricostruirli non possono essere eliminate con i bombardamenti.
Allo stesso modo, un tentativo di provocare un cambio di governo potrebbe alimentare il nazionalismo iraniano e compattare una società altrimenti attraversata da profonde divisioni.
L’Iran dispone, inoltre, di strumenti di risposta asimmetrica che potrebbero rendere molto costoso un conflitto prolungato.
Teheran non avrebbe bisogno di sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, ma potrebbe cercare di aumentare progressivamente il prezzo economico, politico e umano della guerra.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei principali strumenti di pressione. Anche senza bloccarlo completamente, l’Iran potrebbe rendere più rischiosa la navigazione attraverso mine, missili costieri, incursioni navali e attacchi contro porti e petroliere.
L’aumento del rischio avrebbe conseguenze sui costi assicurativi, sui trasporti marittimi e sui prezzi dell’energia, con ripercussioni soprattutto in Europa e Asia, ma anche sull’economia americana.
Un altro problema riguarda il consumo delle munizioni di precisione. Una campagna aerea prolungata richiede grandi quantità di missili costosi e difficili da rimpiazzare rapidamente, necessari anche per gli scenari europeo e asiatico.
Ogni ordigno utilizzato contro l’Iran riduce temporaneamente le scorte disponibili per affrontare eventuali crisi con Russia e Cina.
Secondo la ricostruzione della CNN, Caine avrebbe organizzato incontri riservati con consiglieri che condividono le sue preoccupazioni, nel tentativo di costruire una posizione comune prima del confronto con Trump.
Non si tratterebbe di un’opposizione dei vertici militari alla Casa Bianca, quanto della volontà di presentare al presidente una valutazione complessiva dei rischi derivanti da un’ulteriore escalation.
La questione centrale resta quindi politica. Trump deve poter rivendicare un risultato senza trascinare gli Stati Uniti in una guerra terrestre che Washington non sembra intenzionata a combattere.
Anche Teheran, tuttavia, avrebbe bisogno di una soluzione che non possa essere interpretata internamente come una capitolazione.
Una possibile via d’uscita potrebbe passare attraverso pressione militare e mediazione regionale, fino a un accordo limitato che comprenda la cessazione degli attacchi, restrizioni verificabili sul programma nucleare iraniano, garanzie sulla libertà di navigazione e un graduale allentamento delle sanzioni. Più che una pace definitiva, sarebbe una tregua armata.
Il messaggio attribuito al generale Caine è dunque che la superiorità militare americana non garantisce automaticamente una vittoria politica.
Senza uno sbocco diplomatico, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi impegnati in un conflitto sempre più costoso, capace di infliggere gravi danni all’Iran ma senza una chiara strategia per la sua conclusione.
In collaborazione multimediale con Notizie Geopolitiche.





