Uno straordinario motore di riflessione sul destino del mondo
In mezzo alla complessità del mondo contemporaneo, attraversato da crisi, guerre e tensioni geopolitiche, economiche e spirituali, esiste anche la necessità di fermarsi per un momento e riprendere fiato.
Avvicinandoci alla fine della Quaresima, forse il modo più profondo per farlo è tornare alla potenza della bellezza che l’arte sa trasmettere.
Alcune opere non sono soltanto oggetti estetici, diventano luoghi interiori, dispositivi di meditazione, specchi nei quali l’uomo osserva la propria condizione e il rapporto indissolubile tra etica ed estetica.
L’opera di Matthias Grünewald conservata a Colmar può essere letta proprio in questa prospettiva.
Joseph Ratzinger, divenuto papa Benedetto XVI, la evocò come una sorta di segno per il nostro tempo, un’immagine capace di suggerire la possibilità di sopravvivenza della vita solo a condizione di cambiare rotta e trasformare radicalmente i paradigmi con cui abbiamo finora guardato il mondo.
Nel libro “Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio”, Ratzinger apre con un capitolo dal titolo Il venerdì santo della storia. Uno sguardo sul ventesimo secolo.
Il volume raccoglie scritti composti nell’arco di oltre cinquant’anni e affronta uno dei nodi centrali della modernità: come impedire che la libertà, separata da ogni riferimento ultimo, si trasformi in una forma di autodistruzione.
Nel terzo millennio, osserva Ratzinger, il rischio è quello di una libertà che, non riconoscendo più nulla come definitivo, finisca per sottomettersi alle ideologie del momento o al potere economico.
Dentro questa riflessione l’altare di Isenheim diventa quasi una chiave simbolica. Anche quando Dio sembra assente, afferma Ratzinger, egli non è realmente scomparso, è nascosto nella sofferenza degli innocenti.
Il “venerdì santo” della storia non è soltanto il tempo della tragedia, ma il passaggio attraverso cui può aprirsi la possibilità della Pasqua. Il grido di dolore del mondo può diventare preghiera e, nella prospettiva della fede, la storia stessa si trasforma in una grande drammaturgia della salvezza.
Ratzinger definisce la Crocifissione dipinta da Grünewald l’immagine della Croce più toccante di tutta la cristianità, una vera macchina pittorica capace di mettere in movimento la coscienza di chi guarda.
In essa viene evocata una dimensione dell’esistenza umana che oggi tende sempre più a sfuggirci e che tuttavia costituisce il nucleo autentico dell’esperienza cristiana, il punto da cui diventa possibile comprendere l’agire dell’uomo nel mondo.
Philippe Daverio, alsaziano di Mulhouse, definì quest’opera custodita nel Museo Unterlinden di Colmar la Cappella Sistina del Nord. Non si tratta soltanto di una formula suggestiva. Nell’altare di Isenheim è davvero racchiusa una visione totale della condizione umana.
La pittura di Grünewald nasce nel cuore di un’Europa centrale attraversata da profonde tensioni spirituali e sociali. Il suo linguaggio non cerca l’armonia classica né la proporzione rinascimentale. È un linguaggio visionario, quasi cosmico.
Tutto sembra essere sconvolto e trasformato. La vita e la morte, il principio e la fine, la gloria e la vergogna, il trionfo e la catastrofe si riflettono l’uno nell’altro come in un immenso specchio metafisico.
L’opera non è una semplice rappresentazione degli eventi evangelici. È piuttosto una manifestazione dell’essere nella sua totalità. In essa convivono dimensioni diverse della realtà: il divino e l’umano, il dolore della carne e la tensione verso la trascendenza, la materia e la luce.
Il corpo del Cristo crocifisso appare quasi deformato dal peso del mondo, coperto di ferite, come se assorbisse su di sé la sofferenza universale dell’umanità. Non è una bellezza rassicurante, ma una bellezza che interroga, inquieta e costringe lo spettatore a confrontarsi con il mistero del male e con la possibilità della redenzione.
L’altare di Isenheim appartiene a un universo culturale molto diverso da quello che, pochi anni prima, aveva generato la Cappella Sistina di Michelangelo. In quest’ultima tutto appare ordinato, il racconto della creazione, della caduta e del giudizio finale segue una sequenza chiara, quasi cosmologica.
Il tempo e lo spazio sono organizzati secondo una logica perfettamente leggibile. È l’immagine di un mondo in cui l’ordine della creazione coincide con l’ordine dell’autorità.
Grünewald costruisce invece una visione completamente differente. Nel suo altare non esiste una sequenza lineare della storia. Le immagini sembrano aprire varchi tra il tempo terreno e un’altra dimensione, più oscura e più luminosa allo stesso tempo. È una pittura che non si limita a descrivere, ma che rivela. Ogni tavola diventa una soglia simbolica attraverso cui il visibile lascia intravedere l’invisibile.
La Cappella Sistina e l’altare di Isenheim rappresentano due vertici assoluti della civiltà artistica occidentale, ma nascono in contesti profondamente diversi. La prima è legata alla magnificenza della Roma papale e ai riti solenni del potere spirituale. Il secondo nasce lungo la riva sinistra del Reno, nel mondo dei monasteri e delle confraternite ospedaliere.
L’altare fu infatti realizzato per il monastero degli Antoniani di Isenheim, un ordine religioso che si dedicava alla cura dei malati colpiti dal cosiddetto fuoco di Sant’Antonio, una malattia devastante provocata dall’ergotismo.
I malati venivano condotti davanti a quell’immagine terribile del Cristo sofferente. Guardando le ferite del corpo divino riconoscevano le proprie. In quel confronto doloroso trovavano una forma di consolazione e di speranza.
In questo senso l’opera possiede una dimensione quasi terapeutica. Non è soltanto arte sacra, ma una vera medicina spirituale. Il complesso sistema di tavole che si aprono e si chiudono secondo il calendario liturgico rivela progressivamente scene diverse: la Crocifissione, la Deposizione, la Resurrezione. Il dolore assoluto si trasforma lentamente in luce. La notte della sofferenza si apre alla possibilità dell’alba.
Siamo intorno al 1515, in un’Europa che sta per entrare in una delle più grandi trasformazioni della sua storia. Pochi anni dopo Martin Lutero affiggerà le sue tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg, aprendo la stagione della Riforma protestante e inaugurando una nuova frattura spirituale nel continente.
L’altare di Isenheim sembra collocarsi esattamente su questo margine della storia. È come se raccogliesse dentro di sé la tensione di un mondo che sta cambiando profondamente. Non offre soluzioni semplici, ma invita a guardare più in profondità nel mistero dell’esistenza.
Forse è per questo che, a distanza di cinque secoli, continua a parlare con tanta forza anche al nostro tempo. In un’epoca in cui tutto sembra accelerare e frammentarsi, quell’immagine ci ricorda che la storia attraversa sempre il suo venerdì santo prima di intravedere la luce della resurrezione. In quella ferita del mondo si nasconde già, in forma misteriosa, la promessa della luce.





