L’artigiano del potere e inventore del “Manuale” si è spento a Roma all’età di 90 anni
“La politica è l’arte del possibile, la scienza delle proporzioni e il compromesso tra la realtà e la speranza”.
Otto von Bismarck
La notizia che Massimiliano Cencelli si è spento all’età di 90 anni segna l’addio definitivo a uno degli architetti più enigmatici della storia repubblicana italiana.
Sebbene il suo nome sia diventato nel tempo un vero e proprio sostantivo comune, quasi una categoria dello spirito istituzionale, l’uomo dietro la formula è rimasto a lungo lontano dai riflettori della prima linea.
Cencelli non fu un parlamentare di lungo corso, né un ministro acclamato dalla folla; fu, piuttosto, un maestro dell’ingegneria politica interna, un funzionario capace di leggere i rapporti di forza con la precisione chirurgica di un matematico e la scaltrezza di un diplomatico d’altri tempi.
La nascita di un metodo: il 1967 e l’intuizione di Verona
Per comprendere la portata storica della sua intuizione occorre fare un salto indietro nel tempo, precisamente al 1967, in occasione del congresso della Democrazia Cristiana a Verona.
In quel clima denso di tensioni, dove le diverse correnti della DC – dai dorotei alla sinistra interna – si contendevano l’egemonia del partito e del Paese, la gestione delle ambizioni individuali e collettive rischiava sistematicamente di paralizzare la macchina di governo.
Fu proprio in quel contesto che nacque quella che le cronache giornalistiche avrebbero poi ribattezzato con un filo di ironia il “Manuale Cencelli”. Non si trattava di un libro stampato o di un codice giuridico formale, bensì di un criterio matematico-proporzionale di pura pragmatica politica.
L’idea alla base era d’una semplicità disarmante: assegnare incarichi di governo, ministeri, sottosegretariati e presidenze di enti pubblici in stretta misura percentuale rispetto al peso elettorale o congressuale di ciascuna corrente o partito alleato.
Se una fazione raccoglieva il 20% dei consensi interni, le spettava esattamente il 20% del potere esecutivo. L’aritmetica sostituiva così l’improvvisazione, trasformando il conflitto potenziale in un’equazione contabile.
Un’architettura di bilanciamento tra stabilità e paralisi
Il sistema ideato da Cencelli si rivelò un’arma a doppio taglio per la storia della Prima Repubblica.
I punti di forza
Pacificazione interna: ridusse drasticamente i sconti selvaggi all’interno del partito guida.
Inclusività sistemica: garantiva che nessuna fazione rilevante venisse del tutto esclusa dalla gestione della cosa pubblica.
Prevedibilità: offriva uno schema chiaro su cui negoziare i governi di coalizione.
Le criticità storiche
Lottizzazione pervasiva: il merito individuale veniva spesso posposto all’appartenenza di corrente.
Ipertrofia burocratica: per accontentare ogni sigla, la macchina statale finì per moltiplicare poltrone e sotto-incarichi.
Frammentazione: alimentò una micro-partitocrazia dove anche la minima percentuale di consenso diventava potere di ricatto.
Dalla Prima alla Seconda Repubblica: la sopravvivenza del mito
Quando nei primi anni ’90 la tempesta di Tangentopoli e la riforma elettorale in senso maggioritario sembrarono spazzare via il vecchio modo di fare politica, molti credettero che il metodo Cencelli fosse destinato agli archivi di storia. La narrazione dell’epoca prometteva governi forti, decisionismo e l’abbandono delle logiche di spartizione da manuale.
Tuttavia, la realtà delle dinamiche parlamentari si è dimostrata ben più complessa delle riforme costituzionali. Con il riemergere della frammentazione e la necessità costante di formare coalizioni eterogenee, il fantasma di Cencelli è tornato a fare capolino nei corridoi del potere.
Che si trattasse di bilanciare le liste elettorali, di distribuire le commissioni parlamentari o di nominare i vertici delle aziende partecipate dallo Stato, il principio della ripartizione ponderata ha continuato a regolare, in modo più o meno trasparente, le trattative di ogni esecutivo.
La crisi di Schengen e la mancanza di una mente lucida
Proprio oggi, di fronte ai cortocircuiti della politica contemporanea, la figura di un negoziatore metodico ed equilibrato appare quantomai attuale. Ora ci vorrebbe una mente lucida come la sua per risolvere il pasticcio del blocco del trattato di Schengen, mentre la Germania già reagisce rinviando a noi e alla Grecia gli immigrati arrivati qui e il governo non sa come uscirne.
Nel mezzo di questa profonda impasse europea, dove gli egoismi nazionali sembrano prevalere sul coordinamento comunitario, emerge la totale assenza di figure capaci di orchestrare una sintesi pragmatica.
Senza un’architettura negoziale solida e condivisa, l’Italia rischia di trovarsi compressa tra le decisioni unilaterali dei partner nord-europei e la cronica incapacità interna di elaborare una contromossa efficace.
L’eredità culturale e il linguaggio della politica
Oggi il cognome di Massimiliano Cencelli è entrato a pieno titolo nei dizionari, nei saggi di scienza politica e persino nei manuali universitari di diritto pubblico. È diventato la metafora per eccellenza della negoziazione istituzionale, usata sia con accetto critico per denunciare la “lottizzazione”, sia con pragmatica rassegnazione per descrivere l’unico modo reale per tenere insieme forze eterogenee.
La figura di Cencelli incarna l’immagine di un’Italia politica che preferiva la mediazione continua allo scontro frontale, la ricerca del compromesso alla vittoria schiacciante.
Un “artigiano del potere” che ha saputo codificare la complessità della democrazia consociativa italiana in formule aritmetiche, lasciando un’impronta indelebile che sopravvive alla sua stessa scomparsa.
Mentre il Paese saluta uno degli ultimi testimoni diretti di quella stagione straordinaria e controversa, resta la consapevolezza che, al di là delle mode e delle riforme della legge elettorale, la matematica della rappresentanza continua ad alimentare il motore invisibile di ogni Palazzo.





