I diritti umani non si negoziano in nome di una tradizione o di un’identità religiosa
Forse dovremmo fare il punto della situazione per capire a che punto sia oggi la condizione della donna nel mondo, chiedendoci se, globalmente, stia migliorando o peggiorando.
È una domanda da porsi con onestà, senza retorica consolatoria e senza paura di guardare ciò che non vogliamo vedere.
Esistono certamente delle aree in cui la parità di genere è un orizzonte concreto, anche se non pienamente raggiunto: l’Europa, l’Oceania, gran parte dell’America Latina di lingua spagnola e portoghese – Paesi che spesso arrivano da dittature militari e mostrano un progresso reale rispetto a un passato oppressivo.
Ma già qui il quadro si complica.
Corea del Sud e Giappone, pur essendo democrazie avanzate, mostrano tra i divari salariali di genere più ampi tra i Paesi OCSE, e la Corea del Sud, in particolare, ha visto negli ultimi anni un forte movimento di reazione antifemminista tra i giovani uomini, con effetti politici concreti – nel 2022 un presidente è stato eletto anche promettendo l’abolizione del ministero per l’uguaglianza di genere.
La Cina, poi, non è un modello positivo: decenni di politica del figlio unico hanno prodotto uno squilibrio demografico di genere tra i più gravi al mondo, dovuto ad aborti selettivi e infanticidi femminili; oggi lo Stato spinge attivamente le donne verso la maternità per ragioni demografiche, reprimendo il movimento femminista come minaccia alla stabilità sociale.
Negli Stati Uniti, il ribaltamento nel 2022 della sentenza Roe v. Wade sul diritto all’aborto ha segnato un’inversione concreta, non solo simbolica, su un diritto che sembrava consolidato da decenni.
In Russia, il regime di Putin – sempre più intrecciato con la Chiesa ortodossa guidata dal patriarca Kirill – promuove apertamente un modello di donna ridotto alla funzione riproduttiva: madre, moglie, strumento di rigenerazione demografica della nazione.
Ma è oltre questi confini che si apre la parte più grave del quadro.
In India, fuori dalle aree urbane, la condizione femminile resta spesso durissima: pratiche come la selezione prenatale del sesso, la violenza legata alla dote – illegale ma ancora diffusa – e i delitti d’onore restano fenomeni radicati, aggravati in molte aree da dinamiche patriarcali che si intrecciano, ma non si esauriscono, con il sistema delle caste.
In Pakistan, Afghanistan, Bangladesh e Iran, la radicalizzazione religiosa e una vera e propria apartheid di genere sono realtà consolidate da anni, con leggi che escludono le donne dalla vita pubblica e le sottopongono a violenze istituzionalizzate.
In gran parte del Medio Oriente e nord Africa – Egitto, Libia, e con forme diverse anche in Turchia – la Fratellanza Musulmana e movimenti affini impongono modelli patriarcali e teocratici; l’Algeria affronta pressioni simili da parte di forze radicali. Tunisia e Marocco restano eccezioni parziali, con progressi fragili e reversibili.
In ampie parti dell’Africa subsahariana, la violenza contro le donne è quotidiana e sistemica: le mutilazioni genitali femminili restano diffuse in diversi Paesi, i matrimoni precoci con uomini anziani sono ancora comuni, forme di sfruttamento e schiavitù sessuale colpiscono milioni di donne senza alcuna prospettiva concreta di cambiamento nel breve periodo.
Il quadro complessivo, quindi, non è positivo. In alcune aree la condizione femminile migliora; in molte altre, che coprono una parte enorme della popolazione mondiale, resta stazionaria o peggiora – non solo per l’arretratezza di certi sistemi, ma anche per la dissoluzione di strutture sociali tradizionali che, per quanto patriarcali, garantivano un minimo di protezione, sostituite oggi da nuove forme di sfruttamento che si sommano a quelle antiche.
Per questo la lotta per i diritti delle donne non può essere trattata come una questione culturale negoziabile, relativa al contesto. I diritti delle donne sono diritti umani, e i diritti umani non si negoziano in nome di una tradizione o di un’identità religiosa.
Serve intervenire con tutti gli strumenti disponibili – diplomatici, economici, culturali, di pressione internazionale – perché la libertà delle donne è, storicamente, la misura più affidabile della libertà di un intero popolo. E se quella libertà arretra, arretra la libertà di tutti.





