Intanto, le sinistre favoriscono la partecipazione alla politica dei musulmani
È tempo di porsi una domanda: dobbiamo preoccuparci se cresce la presenza dei musulmani nella società e la loro partecipazione alla politica?
Finora quella musulmana era una pressione solo dall’esterno; ora è anche dall’interno.
Cambiano le modalità, ma si chiarisce meglio il fine: arrivare a società occidentali che si pieghino ad un programma politico gradito ai musulmani.
Quella islamica non è una religione qualunque. Pur non essendo un monolite c’è una caratteristica che ha sempre prevalso: la lotta per imporsi agli infedeli conquistando territori e popoli.
Se non si trattasse di una religione guerriera non sarebbero arrivate le armate islamiche a dominare una porzione di mondo seconda solo per estensione all’Impero Romano (dalla Spagna al Pakistan con notevoli proiezioni a nord e a sud).
Dal dissolvimento dell’Impero ottomano il confronto si è spostato in Medio Oriente e la fondazione dello stato israeliano è stata l’occasione per una guerra aperta iniziata subito dopo la Seconda guerra mondiale.
Il dato rilevante è che le fazioni più radicali hanno prevalso, imponendosi anche al nazionalismo arabo, che ne è uscito sconfitto. Qualcosa del genere sta accadendo adesso a seguito della sconfitta degli Stati Uniti e, quindi, delle monarchie del Golfo, con l’affermazione dell’Iran come potenza regionale in grado di controllare i due stretti di Bab el-Mandeb e di Hormuz.
Si tratta di una guerra all’Occidente che ha scelto Israele come innesco e che ha imboccato la via del terrorismo potendo contare su stati, finanziamenti e militanti votati al sacrificio oltre che su popolazioni che le leadership possono portare al massacro come vogliono (vedi Hamas, Houthi, Hezbollah e Iran).
È per questo che è un problema se i seguaci di una religione, che è anche ideologia e movimento transnazionale, rivendicano un maggiore peso nelle decisioni che riguardano la collettività.
È un problema perché ha in sé la spinta per realizzare una trasformazione profonda secondo precetti religiosi. La separazione tra potere politico e religioso in Europa si è realizzata nel corso dei secoli e non è stata semplice.
Anche la libertà di culto è una conquista arrivata dopo tragedie immani come quella della persecuzione degli ebrei durata millenni e sfociata nell’Olocausto.
Due conquiste che non sono in linea con la visione del mondo degli islamici.
La richiesta di un maggiore protagonismo dei musulmani ha già portato ad alcune elezioni “eccellenti” come quella del sindaco di New York. Negli Stati Uniti Mamdani ha aperto la strada, El-Sayed, che ha vinto le primarie del Partito Democratico in Michigan, la prosegue.
Entrambi rappresentano una novità, perché appartengono a una tendenza socialista e anticapitalista che si riteneva residuale negli Stati Uniti ma che sta guadagnando sempre più consensi.
Elemento unificante è il contrasto a Israele e l’appoggio al palestinismo, ovvero alla realizzazione del programma di Hamas “Palestina libera dal fiume al mare”.
Veicolo di questa campagna sono le sinistre che in Europa è già una realtà di fatto.
Hanno fatto scalpore in Italia i volantini di candidati bengalesi nelle liste del PD ad elezioni locali in Veneto con tanto di invocazione iniziale ad Allah “clemente e misericordioso”.
In Francia l’islamo-gauchisme non è certo una novità. In Gran Bretagna è già notevole il peso della componente islamica nella società e nella politica.
Il numero degli immigrati costituisce la base di massa indispensabile per esercitare una crescente pressione e le seconde generazioni spesso sono più legate all’origine dei genitori e all’identità fornita dalla religione che al Paese dove sono nati o dove sono cresciuti.
La penetrazione degli islamici nei Paesi europei e negli USA è in corso da molti anni ha seguito anche la via dei finanziamenti alle università, della creazione di una fitta rete di moschee per orientare e coordinare milioni di immigrati, dell’ingresso nel mondo dell’economia con i grandi capitali dei Paesi arabi.
Si rivela più che mai vera la profezia attribuita ad un imam molti anni fa: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.
Le nostre società aperte non sono in grado di sbarrare la strada a nessuno. Le nostre libertà sono sacre, ma pochi sono consapevoli di quanto siano preziose e che hanno bisogno di essere difese e non trasformate in dogmi intoccabili.
L’Occidente ha creato la bella narrazione del diritto internazionale ed umanitario e adesso questo è diventato una gabbia per chi l’ha generato. Gran parte del mondo non lo riconosce e non si sente vincolato.
Così tutti sono liberi di organizzare l’immigrazione irregolare senza alcun riguardo per la vita dei deboli, ma se una barca fa naufragio ci sentiamo dire dalle nostre autorità, dalla Chiesa, dai leader politici di area progressista, dai mezzi di comunicazione, dagli intellettuali che noi ne siamo responsabili.
Dopo il 7 ottobre 2023 la nascita del movimento proPal è il fenomeno più impressionante degli ultimi anni per la vastità del coinvolgimento delle opinioni pubbliche, di partiti, intellettuali, istituzioni culturali, giornalisti.
Si è arrivati al punto che la propaganda di Hamas è stata la base dell’informazione di gran parte delle tv e della stampa per tutta la durata della guerra a Gaza.
La falsità del genocidio dei palestinesi è entrata nella comunicazione pubblica come verità inconfutabile. Si può ben dire che il massacro dei gazawi scientificamente progettato e attuato da Hamas (e invocato apertamente dai suoi leader!) ha portato grandi risultati.
L’internazionale islamista ha rivelato in questa occasione la sua potenza comunicativa ed è la stessa che spinge l’ingresso dei musulmani in politica nei Paesi occidentali.
Il fine è conquistare spazi politici, permettere ai musulmani di avere la piena agibilità politica in quanto musulmani per attuare il loro programma di islamizzazione della società.
Il processo è in corso e dovremmo chiederci se sia un bene per noi. Se si guarda all’esempio dei Paesi islamici non vi possono essere dubbi: NO. Se andassimo in quella direzione tutto peggiorerebbe per no.
Basta forse qualche rivendicazione di carattere sociale per giustificare una scelta di campo così netta?
Alle sinistre sembra che basti.
La vicinanza tra sinistra, progressisti e islamici è molto strana. La visione del mondo, delle relazioni sociali e in particolare di quelle uomo-donna, della famiglia, delle istituzioni statali di un musulmano sembrerebbe più vicina alla destra reazionaria.
Negli Stati Uniti pochi anni fa il Partito Democratico era dominato dalla cultura woke e aveva tra i suoi dogmi la santificazione di tutte le minoranze e specialmente di quelle sessuali.
Quale musulmano può accettare il protagonismo del mondo LGBTQ+ e la connessa idea di famiglia? Probabilmente nessuno.
L’incontro tra islamici e sinistre risponde ad una reciproca convenienza: le sinistre fanno finta che gli islamici rappresentino i nuovi oppressi da salvare dalle grinfie del capitalismo e così recuperano una base di massa già pronta; i musulmani salgono su un tram che li aiuterà ad arrivare alle istituzioni che gestiscono il potere e da lì proveranno ad attuare il loro programma.
Un matrimonio di convenienza che potrebbe funzionare fino al momento in cui i musulmani si ricorderanno di appartenere alla Umma la comunità globale dei fedeli alla quale devono la loro primaria fedeltà, un collante speciale che supera le rivalità di fazione.
Il progetto è di lunga durata, ma la conquista e colonizzazione dei Paesi occidentali non bada al tempo.
Dopo tutto si tratta di società deboli e penetrabili da un pensiero forte e semplice che colloca ognuno nel suo ruolo in ossequio ad una solida visione del mondo alla quale è difficile opporsi





