Il sindaco vuole trasformare la presenza del leader israeliano a New York in uno scontro politico e simbolico di portata internazionale
Negli ultimi giorni il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha dichiarato che la sua amministrazione sta valutando se esista una base giuridica per far arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu qualora si rechi a New York, come previsto, per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel prossimo mese di settembre.
Le sue parole sono state inequivocabili:
«Credo che Netanyahu debba stare all’Aia. È un criminale di guerra incriminato dalla Corte Penale Internazionale.»
Successivamente, ha precisato di aver incaricato l’ufficio legale del Comune di verificare se esista un modo, nel rispetto della legge americana, per dare esecuzione al mandato della Corte Penale Internazionale.
È una dichiarazione che ha un enorme peso politico. Ma è anche necessario capire che cosa significhi realmente sul piano giuridico.
Prima precisazione: la Corte citata è quella sbagliata
Molti giornali italiani hanno scritto che Mamdani si riferiva alla Corte Internazionale di Giustizia.
Non è corretto.
La Corte Internazionale di Giustizia giudica le controversie tra Stati.
Il mandato contro Netanyahu è stato invece emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI), che giudica persone fisiche accusate di determinati crimini internazionali.
Sono due organismi completamente diversi.
Netanyahu non è stato condannato
Un’altra precisazione importante.
La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto, ma non una sentenza di condanna.
Nel diritto internazionale esiste una differenza fondamentale tra essere destinatari di un’accusa e essere riconosciuti colpevoli dopo un processo.
Questo vale per qualunque imputato.
Il vero problema: gli Stati Uniti non riconoscono l’obbligo di eseguire quel mandato
Ed è qui che nasce tutta la questione.
Gli Stati Uniti non hanno aderito allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte Penale Internazionale.
Di conseguenza, non sono giuridicamente obbligati a eseguire automaticamente i mandati emessi dalla CPI.
Anzi, l’attuale amministrazione americana continua a contestare apertamente la competenza della Corte nei confronti di Israele.
Un sindaco non decide la politica estera degli Stati Uniti
Qui occorre distinguere tra politica e diritto.
Il sindaco di New York esercita certamente un’importante autorità amministrativa sulla città e sul NYPD, New York Police Department, il Dipartimento di Polizia della città di New York.
Ma non può decidere autonomamente la politica estera americana.
Non può riconoscere una giurisdizione internazionale che gli Stati Uniti non riconoscono.
Non può trasformare un mandato internazionale in un mandato esecutivo valido negli Stati Uniti.
La NYPD non può arrestare qualcuno semplicemente perché lo desidera il sindaco.
Per effettuare un arresto serve una base giuridica prevista dall’ordinamento americano.
Ad esempio:
un mandato emesso da un tribunale statunitense;
un’accusa penale federale;
una richiesta di estradizione riconosciuta;
oppure un reato commesso sul territorio americano.
Nessuna di queste condizioni deriva automaticamente dal mandato emesso dalla Corte Penale Internazionale.
C’è poi il problema delle Nazioni Unite
Netanyahu arriverebbe a New York come capo del governo israeliano per partecipare all’Assemblea Generale dell’ONU.
Gli Stati Uniti, in quanto Paese ospitante delle Nazioni Unite, hanno sottoscritto accordi internazionali che garantiscono ai rappresentanti degli Stati membri la possibilità di raggiungere la sede dell’ONU e partecipare ai lavori dell’Assemblea.
Bloccare o impedire quella partecipazione significherebbe aprire un conflitto diplomatico di proporzioni enormi.
Esiste anche il tema dell’immunità
Netanyahu è il capo del governo di uno Stato sovrano.
La questione delle immunità dei capi di governo è estremamente complessa e viene valutata soprattutto dal governo federale americano e dal Dipartimento di Stato, non dal sindaco di una città.
Anche sotto questo profilo, New York non può decidere autonomamente.
Se il sindaco ci provasse davvero?
È difficile immaginare che una simile iniziativa possa andare avanti.
Interverrebbero quasi certamente:
il Dipartimento di Giustizia;
il Dipartimento di Stato;
i tribunali federali;
le autorità incaricate della sicurezza delle delegazioni straniere.
La politica estera degli Stati Uniti non è competenza del Comune di New York.
Il paradosso
Durante l’Assemblea Generale dell’ONU la sicurezza dei capi di Stato viene coordinata tra le autorità federali americane, il Dipartimento di Stato, l’FBI, il Secret Service, l’ONU e la stessa NYPD.
Paradossalmente, mentre queste autorità sarebbero impegnate a garantire la sicurezza della delegazione israeliana, il sindaco vorrebbe verificare se esista un modo per far arrestare il suo primo ministro.
È una situazione senza precedenti.
Che cosa può realmente fare Mamdani?
Può rilasciare dichiarazioni politiche.
Può chiedere pareri ai propri legali.
Può criticare Netanyahu.
Può organizzare iniziative simboliche.
Può alimentare il dibattito pubblico.
Quello che difficilmente può fare è utilizzare la polizia municipale per eseguire un mandato internazionale che gli Stati Uniti non sono obbligati a riconoscere.
Una riflessione finale
Questa vicenda dimostra quanto il conflitto israelo-palestinese sia ormai entrato anche nella politica interna americana.
Le parole di Mamdani hanno un fortissimo significato politico e mediatico, ma sul piano giuridico sembrano scontrarsi con ostacoli enormi.
Non esiste oggi un mandato americano contro Netanyahu.
Gli Stati Uniti non hanno aderito alla Corte Penale Internazionale.
La politica estera e il riconoscimento delle immunità spettano al governo federale, non al sindaco di New York.
Per questo motivo, allo stato attuale, l’ipotesi di un arresto di Benjamin Netanyahu durante una visita all’ONU appare estremamente improbabile, mentre resta evidente la volontà di trasformare la sua presenza a New York in uno scontro politico e simbolico di portata internazionale.





