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Le ciclabili del ciclofanatismo woke

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Smettiamo di demonizzare l’automobile e creiamo infrastrutture efficienti

L’automobile non è il nemico. È uno strumento di libertà.
Negli ultimi anni sembra essersi diffusa l’idea che l’automobile sia il problema e che la bicicletta rappresenti la soluzione universale alla mobilità urbana.

È una visione tanto suggestiva quanto irrealistica.

La bicicletta serve per fare un po’ di movimento e può essere utilizzata per piccoli spostamenti.

Il problema nasce quando qualcuno pretende di trasformare una scelta individuale in un obbligo collettivo.

L’automobile e la bicicletta non svolgono la stessa funzione.
L’automobile consente di percorrere lunghe distanze indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, di trasportare bambini, anziani, persone con disabilità, bagagli, attrezzature da lavoro e la spesa di un’intera famiglia.

Permette di arrivare a un appuntamento di lavoro vestiti in modo adeguato, senza essere fradici sotto la pioggia o sudati dopo decine di minuti di pedalata.

Consente di accompagnare un familiare dal medico, di affrontare un’emergenza, di rientrare a casa la sera in maggiore sicurezza, soprattutto in aree isolate o poco illuminate.

Una bicicletta, semplicemente, non può sostituire tutto questo.

Pretendere il contrario significa ignorare la realtà della vita quotidiana di milioni di persone.

Le politiche pubbliche dovrebbero offrire alternative, non eliminare possibilità.

Eppure, in molte città assistiamo a un fenomeno diverso: restringimento delle carreggiate, eliminazione di corsie, riduzione dei parcheggi e crescente penalizzazione dell’automobile, come se renderne più difficile l’utilizzo fosse di per sé un progresso.

Il risultato, spesso, non è una mobilità più efficiente, ma code più lunghe, maggior tempo trascorso nel traffico, aumento dei costi per cittadini e imprese e una riduzione della libertà di scelta.

Naturalmente, esistono contesti nei quali l’uso della bicicletta è possibile: centri storici, brevi percorsi casa/scuola, aree universitarie, tragitti brevi

Scoraggiare artificialmente l’automobile fino a renderne difficile l’utilizzo anche quando rappresenta il mezzo più razionale è fanatismo ideologico.

La buona politica non dovrebbe decidere quale mezzo debbano usare milioni di persone.

Dovrebbe creare infrastrutture efficienti affinché ciascuno possa scegliere il mezzo più adatto alle proprie esigenze.

Una famiglia con tre figli avrà esigenze diverse rispetto a uno studente universitario.

Un artigiano che trasporta utensili avrà necessità completamente diverse rispetto a chi percorre due chilometri per andare in ufficio.

Una persona anziana o con problemi di mobilità non può essere trattata come un ciclista di venticinque anni.

L’errore nasce quando si pensa che un’unica soluzione possa andare bene per tutti.

Come scriveva Gilbert Keith Chesterton, stiamo arrivando al punto in cui bisogna sguainare la spada per dimostrare che l’erba è verde.

Oggi sembra quasi necessario ricordare un’evidenza: un’automobile e una bicicletta non sono beni sostitutivi.

Una società libera non impone il mezzo di trasporto “giusto”.

Lascia che siano i cittadini, in base alle proprie esigenze, a decidere se quel giorno sia meglio andare a piedi, in bicicletta, con i mezzi pubblici o in automobile.

Perché la libertà consiste proprio in questo: poter scegliere, non nel vedersi imporre la scelta da qualcun altro.

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