Persiste il mismatch tra domanda e offerta
Nonostante un’occupazione record, il mercato del lavoro continua a mostrare dei problemi strutturali.
La crescita si concentra soprattutto in settori a basso valore aggiunto, mentre persiste il mismatch tra domanda e offerta che alimenta una spirale negativa.
Gli ultimi dati relativi al mercato del lavoro italiano raccontano di un numero di occupati record oltre 24 milioni, di un tasso di disoccupazione sui livelli più bassi della serie storica Istat dal 2004 e di una riduzione dei contratti a termine in favore di quelli a tempo indeterminato che mostra una tendenza verso una maggiore stabilità occupazionale.
Tutti segnali incoraggianti che sembrano indicare un buono stato di salute dell’economia, un ampliamento della base di contribuenti e, quindi, un aumento di gettito per le casse dello Stato.
Tuttavia, la realtà dei dati sembra raccontare una storia diversa: nonostante il record, siamo ancora in fondo alla classifica europea sui tassi di occupazione, mentre svettiamo per quanto riguarda il numero di inattivi; la crescita dei salari rimane modesta e insufficiente a recuperare la perdita di potere d’acquisto, evidenziando un calo in termini reali.
Continua poi a permanere quello che è ormai diventato una delle principali criticità strutturali del nostro mercato del lavoro, ossia il disallineamento tra domanda e offerta, il cosiddetto mismatch.
Una problematica ormai consolidata e che rischia di essere ulteriormente esacerbata dal trend di invecchiamento della popolazione e dalla rivoluzione tecnologica dell’intelligenza artificiale, che da un lato aumenterà l’offerta di nuove competenze votate all’innovazione e dall’altro ridurrà la domanda di mansioni poco qualificate.
Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro: un fenomeno strutturale
Secondo il Report sul Mismatch tra domanda e offerta di lavoro, realizzato in collaborazione tra CNEL e Unioncamere, i contratti programmati dalle aziende nel secondo semestre 2025 sono stati 2,59 milioni, evidenziando una lieve contrazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-1,7%) che riflette un rallentamento del mercato.
Non solo, la maggior parte delle entrate previste (oltre il 70%) continua a concentrarsi nel settore dei servizi e in particolare in impieghi a basso valore aggiunto e caratterizzati da bassi livelli salariali.
Tra questi, infatti, l’andamento migliore riguarda i servizi turistici, di alloggio e ristorazione (+4,8%), mentre diminuiscono i servizi finanziari e assicurativi (-13%), i servizi informatici e delle telecomunicazioni e i servizi avanzati di supporto alle imprese (-14,3%).
Dall’altra parte, nel settore industriale si osserva una dinamica complessivamente negativa (-6,8%), con cali diffusi nella maggior parte dei comparti manifatturieri e la contrazione più rilevante in valore assoluto che riguarda le industrie metalmeccaniche ed elettroniche (-10,7%).
Anche a livello di dimensione aziendale, si confermano alcune caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano: le micro e piccole imprese (1-9 e 10-49 dipendenti) registrano un lieve decremento delle previsioni di assunzione (-1,2% a 1,585 milioni), continuando tuttavia a svolgere un ruolo centrale nella dinamica occupazionale perlopiù concentrata nei settori dei servizi e nelle attività a più elevata intensità di lavoro e, più in generale, caratterizzate da scarsa capacità di innovazione.
Le imprese di medie dimensioni (50-499 dipendenti), invece, mostrano maggiori variazioni negative, che possono riflettere strategie di consolidamento degli organici e una più attenta valutazione delle condizioni economiche generali, mentre quelle con oltre 500 dipendenti presentano un incremento moderato delle assunzioni previste (+3,3% a 375mila) confermando una maggiore capacità di tenuta e di pianificazione nel medio periodo.
Se, da una parte, la crescita occupazionale mostra segnali di frenata, dall’altra persiste il divario tra domanda e offerta di lavoro. Una difficoltà nel reperire risorse adeguate che si manifesta in tutti i settori produttivi, sebbene si osservi una lieve riduzione complessiva rispetto al secondo semestre del 2024 (dal 48,4% al 46,1%, calcolato come quota rispetto al totale delle entrate).
Il settore delle costruzioni conferma le maggiori difficoltà di reperimento, con oltre il 60% delle entrate interessate da criticità.
Elevati livelli di difficoltà si registrano anche nell’industria (49,6%), soprattutto metalmeccanica ed elettronica (59,2%), mentre nei servizi (42,4%) il settore informatico e delle telecomunicazioni evidenzia le criticità maggiori (51,4%), segnalando una complessità nella individuazione di profili con competenze digitali avanzate.
Non sorprende, inoltre, che le microimprese (1-9 dipendenti) mostrino i livelli più alti di difficoltà che riguardano oltre la metà delle entrate, una percentuale che si riduce progressivamente all’aumentare della dimensione fino a quasi dimezzarsi per le grandi imprese (500 e più dipendenti).
In linea generale, infatti, queste ultime beneficiano di una maggiore forza contrattuale, di politiche retributive più competitive e di una più ampia visibilità sul mercato del lavoro.
Il report si concentra poi sulla condizione professionale dei giovani, sottolineando come nonostante le difficoltà delle imprese nel reperire personale e il persistere di fabbisogni elevati in diversi settori, una quota crescente resti ai margini del mercato del lavoro.
Non è un mistero che la crescita occupazionale degli ultimi anni sia stata trainata dalle fasce di età più anziane, mentre nel terzo trimestre 2025 al contemporaneo calo di occupazione e disoccupazione dei giovani in età 15-34 anni è corrisposto un aumento degli inattivi, che si traduce in una minor partecipazione al mercato del lavoro: su 12 milioni di giovani, oltre la metà (6,1 milioni) sono inattivi.
Un fenomeno che può essere spiegato in parte dall’allungamento dei percorsi formativi, ma che al tempo stesso mostra le criticità nei processi di transizione verso il lavoro e una distanza in crescita tra una parte della popolazione giovanile e il sistema produttivo.
A ciò si aggiunge la dinamica migratoria, che aggrava ulteriormente il problema del mismatch e conferma la scarsa attrattività professionale del nostro Paese: in Italia tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni).
Nello stesso periodo, si sono registrati 55mila arrivi di giovani cittadini delle prime dieci nazioni avanzate verso cui espatriano i giovani italiani (Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e USA) a fronte di 486mila partenze dall’Italia.
Nel complesso, dunque, questi dati accendono più di un campanello di allarme che alimentano una spirale negativa tra crescita economica, innovazione, incremento e competitività dei salari.
L’aumento occupazionale è trainato soprattutto dagli over 50 e da settori generalmente caratterizzati da basso valore aggiunto e, quindi, basse retribuzioni. Il tutto mentre persiste una domanda inevasa di lavoro a causa della mancanza di profili qualificati e una parte consistente di giovani resta fuori dal mercato o sceglie di “esportare” capitale umano all’estero in cerca di migliori condizioni lavorative.
In diversi comparti l’offerta di lavoro appare relativamente inelastica, poiché il sistema formativo e i tempi di acquisizione delle competenze non riescono ad adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda.
Non si tratta però solo di un disallineamento di competenze, problema che è sicuramente evidente in settori tecnologici e digitali.
In molti casi le criticità riguardano anche una domanda non sempre in linea con le aspettative dell’offerta in termini di livelli di retribuzione, prospettive di carriera e mansioni, soprattutto se paragonate con le opportunità offerte all’estero.


Bruno Bernasconi, laureato in Economia delle imprese e dei mercati ha conseguito il diploma CEFA rilasciato da AIAF. Dal 2016 si occupa della realizzazione di articoli e contenuti su informazioni sensibili per gli investitori e su temi di finanza ed economia, collaborando con siti specializzati e blog di settore.


