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L’Occidente e la guerra cognitiva

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guerra cognitiva

Le nuove frontiere belliche dopo il secondo conflitto mondiale, con l’Occidente che lascia campo libero a Russia e Cina

Al termine del secondo conflitto mondiale, nel corso del quale la guerra ha interessato scenari sostanzialmente globali, originando un numero enorme di morti e un dispendio di risorse mai visto nel corso della storia, per non parlare dell’utilizzo dell’arma atomica, il contesto politico e sociale è radicalmente mutato, in particolare nel mondo “più evoluto”.
Un contesto che si è rapidamente caratterizzato, soprattutto in Occidente, come una società dei consumi, sostanzialmente opulente, una sorta di società signorile di massa, come ha acutamente scritto al riguardo in un suo libro Luca Ricolfi, la quale non accetterebbe né sopporterebbe facilmente sacrifici comunemente intesi, figuriamoci quelli enormemente più grandi che possono derivare da una guerra.

Nonostante il bipolarismo imperiale che ha contrapposto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, con il corollario di alcune potenze minori, fra le quali Gran Bretagna e Francia, i conflitti che si sono succeduti hanno interessato aree limitate con il coinvolgimento di paesi poco rilevanti.

Un andamento che è comunque continuato dopo la caduta dell’impero sovietico, allorché si è cominciato a delineare un multilateralismo, che ha visto emergere in modo rilevante in primis la Cina e poi l’India.

Al di là dell’evoluzione tecnologica che ha caratterizzato, soprattutto il Novecento, che ha rivoluzionato le strategie riguardanti la guerra terrestre e marittima, cui si aggiunta la guerra nei cieli e anche nello spazio, l’evoluzione del contesto sociale rende necessaria pertanto tutta una serie di azioni, in genere “poco cruente”, che in realtà lo diventano per le conseguenze che determinano nei campi avversi.

Ecco che allora nasce la guerra ibrida, caratterizzata da modalità fino a qualche decennio prima impensabili. Con l’evoluzione tecnologica che si è avuta e che stiamo avendo continuamente, in modo esponenziale, la tecnica ha permesso la nascita di tutta una serie di azioni volte al dominio cognitivo.

In particolare, le democrazie europee e gli Stati Uniti hanno un sistema di governo che risente in modo determinante della opinione pubblica, soprattutto per quanto riguarda l’influenza che si trasla nei momenti elettorali e la composizione dei governi.

Tale andamento appare così determinante e decisivo, soprattutto stimola una continua evoluzione delle metodologie adottate, in un contesto bellico, sia nell’attacco sia nella difesa.

Si è creata nel tempo, al fine di vincere un conflitto, una vera e propria arma basata sul dominio cognitivo, che ha lo scopo di condizionale i cittadini e i loro convincimenti, quali i valori che è indispensabile difendere, il che si traduce nella accettazione della motivazione e della volontà di combattere.

Nei fatti la guerra cognitiva si sostanzia in una azione volta a manipolare l’informazione e la percezione dei cittadini, al fine di coinvolgere emotivamente gli stessi e influenzare, così, la conduzione della guerra e raggiungimento degli obiettivi strategici.

Queste dinamiche, pertanto, ricomprendono tutta una serie di azioni che incidono sulla capacità di percepire, riferite sia ai militari che ai civili.

Tale modalità, resa possibile dal fatto che i cittadini sopportano le criticità e le privazioni quando sono convinti di subire una sopraffazione, appare essenziale, per sostenere un conflitto.

La guerra cognitiva include operazioni, sia di disinformazione che di informazione, volte ad influenzare, i destinatari di quella che può essere considerata una raffinata propaganda, che può essere messa in atto a livello operativo, tattico e strategico.

A livello operativo, ad esempio, i russi hanno cercato di convincere gli ucraini che i loro sforzi sono inutili, con l’obiettivo di portarli quindi a pensare di arrendersi.

In Cina, soprattutto con l’avvento dell’era Xi Jinping, una delle azioni introdotte ha come obiettivo una campagna di informazione in base alla quale si vuole convincere le controparti interessate che è in corso un inarrestabile declino.

L’attività della Russia e della Cina è costante ed efficace, basata anche a un’ostilità nei confronti dell’Occidente e in particolare riguardo gli Stati Uniti.

A quanto accennato “contribuisce” un Occidente che pensa sempre più di essere moralmente inferiore, il che fa ritenere a molti “destinatari” che attacchi oggettivamente inaccettabili siano un’ineluttabile conseguenza.

Come pure considerare ineccepibile quanto sostiene la Russia, allorché la stessa si proclama la detentrice dei valori tradizionali.

La base “ideologica e culturale” utilizzata dagli avversari dell’Occidente è il colonialismo e la necessità di ridimensionare ulteriormente lo stesso.

La Russia e la Cina sono, pertanto, gli stati che utilizzano notevoli risorse per la guerra cognitiva.

La spesa stimata, riferita alla Russia, in questo settore, si avvicina a 2 miliardi di dollari, utilizzati soprattutto per la disinformazione e la propaganda.

Per quanto riguarda la Cina siamo di fronte a una spesa pari a 10 miliardi di dollari, parimenti utilizzati per finanziare la disinformazione e la propaganda e un esercito di hacker.

Sempre riguardo le stime riguardanti le spese sostenuto per questo tipo di guerra, è indubitabile che l’Occidente sostiene una spesa nettamente inferiore.

L’architettura degli stati democratici, con i loro complessi pesi e contrappesi istituzionali hanno maggiore difficoltà ad attivare le azioni necessarie per una guerra di comunicazione.

Cosa questa che riguarda in misura minore gli stati autoritari i quali, per evidenti ragioni, hanno maggior facilità nell’attuazione di queste strategie.

Basti pensare al loro controllo interno, che consente agli stessi di monitorare e censurare le opinioni e la diffusione delle stesse.

Diversamente dal passato, allorché ha vinto la grande guerra cognitiva del XX secolo con la vittoria della democrazia e del capitalismo, l’Occidente è oggi affetto da una sorta di inerzia, cui si affiancano l’inefficienza delle strutture statuali, lotte politiche interne, norme del tutto inadeguate ai tempi, logiche etiche anacronistiche e la paura, non disgiunta a viltà, di affrontare eventuali conflitti.

Fiduciosi della bontà del sistema democratico e delle idee, come pure della possibilità di superare le guerre, tranne qualche eccezione, i Paesi dell’occidente non hanno ideato meccanismi atti a fronteggiare con successo la guerra cognitiva.

Grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione coloro che utilizzano le nuove armi belliche condizionano pesantemente i media occidentali, per il tramite di fake news, false identità e quant’altro.

L’Occidente, in particolare Stati Uniti, ha come abbandonato questo fronte, preferendo sanzioni e ipotesi militari contro gli avversari di turno.

Recentemente alcuni Paesi occidentali hanno cominciato a comprendere la necessità di saper condurre una guerra idrologica, soprattutto volta ad una azione di contrasto.

Azione che rimane condizionata dai criteri che si basano soprattutto sulla necessità militare.

Appare evidente che è necessario un cambio di paradigma per poter affrontare con successo la guerra cognitiva. È del tutto erroneo pensare che Cina e Russia vogliano solo affiancarsi nella gestione del potere mondiale, in quanto essi voglio tale potere per sé.

Non si può continuare a far finta di credere che si possono difendere i propri valori senza combattere. Nessuna guerra può essere vinta con la pavidità e la fuga.

È necessario comprendere che guerra cognitiva è una guerra vera e propria. Ciò implica che vanno definiti i valori da difendere e creati tutti gli strumenti necessari per acquisire il dominio della conoscenza, che deve affiancarsi alle armi e alla tecnologia, per l’evidente ragione che queste ultime da sole non bastano.

Ciò in quanto rappresenta uno degli aspetti più sfuggenti e complessi del nostro mondo contemporaneo. La natura di questa guerra può essere definita ibrida – un insieme che ricomprende psicologia, informativa, tecnologia e condizionamento politico-sociale – che richiede una metodologa multidisciplinare, che non può essere originato da un unico idea o filosofia di base.

C’è bisogno, dunque, di una triplice chiave di lettura.

La prima è quella storico-comparativa, che consente di collocare la guerra cognitiva nel giusto contesto storico, che parte dalle riflessioni classiche di Sunzu sull’inganno e sulla manipolazione delle percezioni, per poi passare per il tramite della propaganda adottata nei conflitti mondiali e le teorie della comunicazione di massa del Novecento, fino alle dottrine più recenti sviluppate in ambito NATO, russo e cinese.

Cosa questa che ci offre una prospettiva, la quale ci permette di distinguere continuità e discontinuità, partendo dall’assunto in base a quale qualora i meccanismi cognitivi appartengano a una dimensione universale della mente umana, le tecniche e gli strumenti attraverso cui vengono attivati variano in base ai contesti storici e tecnologici.

La seconda chiave è nello stesso tempo teorico e schematica. L’analisi si dovrebbe fondare su un quadro concettuale multidisciplinare che integra neuroscienze, psicologia cognitiva, teoria dell’informazione e scienze sociali.

I bias cognitivi, le azioni euristiche, la formazione delle credenze e il ruolo delle emozioni vengono assunti come variabili indipendenti cruciali nella determinazione dei comportamenti collettivi.

Allo stesso tempo, i contributi della teoria dei sistemi complessi e dei modelli di rete consentono di descrivere la propagazione delle informazioni come processi non lineari, caratterizzati da soglie, retroazioni e dinamiche di autoeccitazione.

In questa prospettiva, la guerra cognitiva appare come un sistema “adattivo” che sfrutta vulnerabilità antropologiche e tecnologiche per ottenere effetti strategici.

La terza chiave è sperimentale-operativa che passa per un uso sistematico di strumenti di misurazione mutuati dalle scienze e dalle scienze sociali avanzate.

Tra questi si includono fasi acicliche dirette per la rappresentazione causale, modelli di potenziali esiti per la valutazione delle manipolazioni cognitive, quasi-esperimenti come difference-in-differences o regression discontinuity design per isolare effetti specifici, oltre a metriche percettive quali curve ROC e test sequenziali di probabilità per valutare l’accuratezza decisionale in condizioni di incertezza.

Il tutto con l’obiettivo di ridurre l’ambiguità interpretativa e ancorare l’analisi a parametri falsificabili e replicabili.

L’impianto metodologico necessario non si limita tuttavia a una combinazione eclettica di strumenti. Esso è guidato da tre principi di fondo: falsificabilità, replicabilità e identificazione. La falsificabilità assicura che le ipotesi formulate possano essere sottoposte a verifica empirica.

Ciò in quanto la replicabilità garantisce che gli stessi fenomeni, osservati in condizioni simili, producano risultati comparabili. Come pure l’identificazione riguarda la capacità di distinguere nessi causali reali da correlazioni spurie, problema cruciale in un contesto caratterizzato da manipolazioni intenzionali e ambienti altamente rumorosi.

La prospettiva è di tipo sinergico, atteso che la guerra cognitiva viene esaminata come parte di un circuito che opera congiuntamente con i domini informativi, cyber e fisici.

Quindi, con modalità che escludono livelli separati, bensì con un sistema integrato in cui impulsi iniziali – emozionali o narrativi – possono trasformarsi in onde persistenti, capaci di tradursi in azioni fisiche e di ridefinire ambienti istituzionali e geopolitici.

L’approccio metodologico qui illustrato consente di osservare questa catena di trasformazioni, mettendo in luce la coerenza temporale e semantica che lega eventi apparentemente distanti.

La guerra cognitiva, pertanto, per sua natura, sfida le categorie disciplinari consolidate, che richiedono una metodologia che sia in grado di rispondere a tale sfida con un impianto rigoroso, aperto al confronto e orientato alla costruzione di conoscenza cumulativa.

Ed è, proprio per la sua natura, uno strumento che l’Occidente non può continuare ad ignorare, in nome di concetti politici e sociali che necessitano a questo punto di essere adeguati ai tempi, altrimenti avremo un nuovo Romolo Augustolo.

Autore

  • Augusto Vasselli

    Augusto Vasselli, già funzionario della Banca d’Italia, esperto in supervisione bancaria, ricerca economica e amministrativa. Presidente e amministratore di diverse società e vari consessi associativi, fra i quali il soggetto editore del quotidiano “Nuovo Giornale Nazionale”.

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