Home Cultura Lo stato dell’arte – The Rest l’altra parte del mondo

Lo stato dell’arte – The Rest l’altra parte del mondo

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Quanto è autosufficiente l’altra parte del mondo?

Partendo dal pane e passando per miniere ed energia, The Rest ricostruisce un ecosistema fatto di risorse immense, nodi lontani e relazioni indispensabili. Ne emerge un mondo fortemente interdipendente, nel quale cooperazione e tensione possono nascere dalla stessa relazione.

Parte I – Le risorse

È buono questo pane, ma siamo proprio sicuri che venga soltanto dal forno?

Il pane viene dal forno, ma per arrivarci è passato dalla farina e dal grano, che qualcuno ha dovuto coltivare. Per farlo sono serviti acqua, sementi, macchine, energia e fertilizzanti.

Il raccolto è stato conservato, trasportato, trasformato. Quando il fornaio accende il forno, potrebbe essere già cominciato un viaggio di migliaia di chilometri.

È da qui che entriamo in The Rest. Non da un vertice internazionale o da una carta delle alleanze, ma da ciò che mettiamo in tavola.

Alimentazione

The Rest -alimentazione

Cina e India sono insieme giganteschi produttori e giganteschi consumatori. Brasile, Russia e Argentina hanno grandi capacità produttive ed esportatrici per alcune derrate. Indonesia e Malesia occupano posizioni importanti negli oli vegetali.

Ma basta cambiare alimento perché cambino produttori, necessità e relazioni.

La Cina produce enormemente e nello stesso tempo acquista enormemente. La soia brasiliana attraversa gli oceani per raggiungere il mercato cinese. L’India è una delle maggiori potenze agricole del pianeta eppure importa una parte consistente degli oli alimentari che consuma.

Neppure il Brasile basta a se stesso.

Guardiamo un campo di soia brasiliano. Terra, acqua, sole. Sembrerebbe tutto lì. Invece una parte rilevante dei fertilizzanti arriva dall’esterno. Ed ecco comparire Russia e Bielorussia. Poi il Marocco con i fosfati e altri produttori.

Il nostro pane si è già complicato.

Per produrre fertilizzanti azotati serve soprattutto gas naturale; per altri occorrono fosfati e potassio. Senza quasi accorgercene siamo usciti dal campo e siamo entrati in un giacimento, in una miniera, in uno stabilimento chimico. Poi serviranno un treno, un porto, forse una nave.

Per mangiare non basta seminare.

Lasciamo allora il pane sul tavolo e guardiamo la carta nel suo insieme.

L’ecosistema che abbiamo davanti possiede complessivamente una grandissima capacità alimentare. Ciò che manca in un nodo è spesso disponibile in un altro. Ma questa relativa autosufficienza appartiene al sistema nel suo complesso, non necessariamente ai singoli Stati.

Ed è proprio qui che cominciano le tensioni.

Chi vende vuole vendere bene; chi compra vuole garantirsi quantità, continuità e condizioni favorevoli. Ma qui il mercato non è fatto soltanto di domanda e offerta. Entrano gli Stati, con accordi commerciali, politiche sulle esportazioni e strategie di sicurezza alimentare. Chi dipende troppo da un fornitore cerca alternative; chi dispone di una risorsa importante cerca di conservarne il mercato e il valore.

Non servono nemici. Bastano interessi.

Palmerston lo disse con parole rimaste celebri: non esistono alleati eterni o nemici perpetui; permanenti sono gli interessi. Era il 1848. Davanti a un sacco di grano, il principio perde ogni solennità diplomatica e diventa molto concreto.

Due Paesi possono avere bisogno l’uno dell’altro e, nello stesso momento, cercare di ridurre quella dipendenza.

Il primo nodo ci consegna così una fotografia abbastanza nitida: elevata autosufficienza complessiva, fortissime relazioni fra i nodi e tensioni generate proprio da quelle relazioni.

Sotto terra

The Rest - Miniere

Il pane ci ha già portati sottoterra. Adesso scendiamo più in profondità.

Questa volta cerchiamo cobalto, rame, nickel, bauxite, grafite, manganese, platino, terre rare.

La Repubblica Democratica del Congo è il grande nodo del cobalto. Lo Zambia è importante per il rame, la Guinea per la bauxite, il Sudafrica per platino, cromo e manganese. L’Indonesia è diventata un gigante del nickel. Altri nodi compaiono in Asia centrale e America Latina.

La domanda però non è chi possieda più miniere.

È se The Rest, nel suo complesso, disponga delle materie prime necessarie alla propria vita industriale.

In larga misura sì. Ma ancora una volta non sono tutte nello stesso posto.

E soprattutto la miniera è soltanto l’inizio.

Il minerale deve essere estratto, concentrato, raffinato e trasformato prima di poter entrare nella fabbrica. Il Paese che possiede il giacimento non è necessariamente quello che controlla i passaggi successivi.

La Cina ha costruito una posizione particolarmente forte nella raffinazione e trasformazione di numerose materie strategiche provenienti anche da altri territori.

È una dinamica che, in forme completamente diverse, avevamo già incontrato con l’oro del Mali nel Medioevo. L’oro nasceva in un luogo, attraversava il Sahara e incontrava mercanti, città, porti, navi e zecche. Il valore continuava a formarsi durante il viaggio.

Oggi la tecnologia è incomparabile, ma rimane una distinzione essenziale:

possedere la materia non significa controllare la filiera.

E proprio qui compare un’altra tensione.

Il paese minerario può domandarsi perché debba limitarsi a estrarre. Perché lasciare altrove lavorazione, occupazione, tecnologia e una parte crescente del valore?

L’Indonesia offre un caso particolarmente chiaro. Il nickel c’era già; il paese ha cercato però di trattenere una parte maggiore della lavorazione, attirando capitali e costruendo impianti.

La miniera comincia a diventare industria.

Il Congo, con strumenti differenti, ha cercato di esercitare maggiore controllo sull’esportazione del proprio cobalto. Altri produttori di materie strategiche stanno tentando di trattenere una quota maggiore del valore generato dalle proprie risorse.

Chi possiede la materia vuole salire lungo la catena. Chi già occupa il gradino successivo vuole conservarlo.

Possono commerciare, investire insieme e avere bisogno l’uno dell’altro. Ma questo non significa che i loro interessi coincidano.

Il secondo nodo conferma dunque la prima impressione: grande autosufficienza complessiva, risorse geograficamente disperse, trasformazione molto più concentrata e tensioni sulla distribuzione del valore.

Accendere la macchina

The Rest - Energia

Abbiamo il cibo e abbiamo le materie prime. Ma campi, miniere, raffinerie, città e fabbriche hanno qualcosa in comune: senza energia si fermano.
Guardiamo nuovamente la carta.

Russia, Golfo e Iran dispongono di immense risorse di petrolio e gas. Il Kazakistan aggiunge petrolio, gas, carbone e uranio. Cina, India, Indonesia, Russia e Sudafrica possiedono grandi risorse carbonifere. Intanto solare, eolico e altre rinnovabili stanno crescendo rapidamente, soprattutto in Asia.
Poi c’è il nucleare.

Cina, Russia e India possiedono grandi programmi; altri Paesi hanno centrali operative o ne stanno costruendo. Ma qui appare qualcosa di particolarmente interessante: non conta soltanto chi possiede l’uranio. Contano il combustibile, la tecnologia, la costruzione e la capacità di far funzionare una centrale.

Il Kazakistan può possedere l’uranio mentre Cina e Russia possiedono anche capacità industriali e tecnologiche nucleari esportabili.
Attraverso l’ecosistema, dunque, non viaggia soltanto energia.

Viaggia capacità.

Anche per l’energia la risposta alla nostra domanda è abbastanza chiara: nel suo complesso The Rest dispone di risorse enormi e molto diversificate.
Ma ancora una volta non sono dove servono.

Il petrolio e il gas del Golfo devono raggiungere i grandi consumatori asiatici. Russia e Cina sono collegate da gasdotti. Il gas del Qatar può essere liquefatto e attraversare il mare. Petroliere e metaniere collegano produttori e consumatori lontani migliaia di chilometri.

L’energia deve viaggiare.

E allora sulla carta compaiono Hormuz e Malacca. Un passaggio stretto può diventare importante quanto un enorme giacimento perché una parte della ricchezza dell’ecosistema è costretta ad attraversarlo.

Ritroviamo ancora una volta Palmerston.

Il produttore vuole prezzi remunerativi e clienti sicuri; il consumatore vuole prezzi convenienti e fornitori alternativi. Cina e India possono acquistare dagli stessi produttori e contemporaneamente competere per condizioni migliori. Russia, Iran e Golfo possono avere interesse alla crescita dei mercati asiatici e nello stesso tempo concorrere fra loro.

L’energia completa così la prima fotografia di The Rest: autosufficienza complessiva molto elevata, interdipendenza altrettanto elevata e tensioni che nascono dalla distribuzione delle risorse, dai prezzi e dalla sicurezza degli itinerari.

E possiamo finalmente alzare gli occhi dalle tre carte.

Abbiamo scoperto un mondo capace in larga misura di nutrirsi, dotato di una parte enorme delle materie prime strategiche e di immense risorse energetiche.

Ma non abbiamo trovato un blocco.

Abbiamo trovato un ecosistema.

I suoi nodi possiedono cose differenti e proprio per questo hanno bisogno gli uni degli altri. Le relazioni li rendono più forti, ma generano contemporaneamente dipendenze, concorrenze e tensioni.
L’integrazione non cancella gli interessi. Li mette in relazione.

Abbiamo il cibo.
Abbiamo le materie prime.
Abbiamo acceso la macchina.
Adesso dobbiamo scoprire che cosa siamo capaci di farle fare.

The Rest – Il percorso

The Rest è un viaggio in quattro parti nell’altra parte del mondo, osservata attraverso i nodi che ne permettono il funzionamento e le relazioni che li collegano.

Risorse, capacità, circolazione e reti immateriali compongono progressivamente la carta di un unico ecosistema. Solo alla fine l’Occidente tornerà sulla carta.

Parte I – Le risorse

Alimentazione, materie prime, energia
Ciò che permette all’ecosistema di vivere e di mettersi in moto. Dove si trova, chi lo possiede, quali relazioni crea e quali tensioni produce.

Parte II – La capacità di trasformare

Tecnica, intelligenza artificiale, industria
Possedere risorse non basta. Il secondo passaggio riguarda la capacità di trasformare materia ed energia in tecnologia, prodotti e potenza industriale.

Parte III – Far circolare il sistema

Cantieristica, flotte, porti, commercio, stretti, talassocrazia, armamenti
Produrre non basta se merci ed energia non possono muoversi. Navi, porti, rotte e passaggi obbligati disegnano un’altra geografia delle relazioni e della potenza.

Parte IV – La rete invisibile

Finanza, monete, credito, cultura, relazioni e tensioni
Il livello meno visibile dell’ecosistema: ciò che finanzia, orienta e collega gli altri nodi. Qui le relazioni osservate nelle quattro parti potranno essere ricomposte e l’Occidente tornerà sulla carta.

Note

1. Alimentazione e interdipendenza

Cina, India, Brasile, Russia e Argentina figurano tra i grandi poli della produzione agricola mondiale, ma produzione e autosufficienza non coincidono. Il commercio agroalimentare collega grandi produttori e grandi consumatori attraverso filiere differenti per cereali, soia, oli vegetali e altre derrate. La FAO mette a disposizione matrici bilaterali che permettono di ricostruire origine e destinazione dei principali flussi agricoli. Il caso della soia Brasile-Cina e quello degli oli vegetali importati dall’India mostrano come anche grandi potenze agricole rimangano integrate in reti di approvvigionamento internazionali.
Fonte: FAO, FAOSTAT, Trade of agricultural commodities, dati e matrici bilaterali.

2. Fertilizzanti: il campo comincia altrove

L’agricoltura intensiva dipende da una seconda geografia: azoto, fosforo e potassio. I fertilizzanti azotati sono strettamente legati alla disponibilità di gas naturale; le riserve di fosfati e potassa sono invece fortemente concentrate geograficamente. Per questo grandi produttori agricoli possono dipendere dall’estero per una parte significativa dei propri input. Nel caso brasiliano, la dipendenza dalle importazioni di fertilizzanti rende particolarmente visibile il collegamento fra agricoltura, miniere, energia e commercio internazionale.
Fonti: FAO, FAOSTAT, Fertilizers by Product; FAO, statistiche sugli input agricoli.

3. Materie strategiche: miniera e raffinazione

La concentrazione aumenta quando dalla miniera si passa alla trasformazione. Secondo l’IEA, nel 2025 la quota media del principale paese raffinatore dei minerali energetici considerati ha raggiunto circa il 70%; tra il 2023 e il 2025 Indonesia, per il nickel, e Cina, per gran parte degli altri minerali, hanno concentrato oltre tre quarti della crescita dell’offerta raffinata. Per gallio, grafite, manganese e terre rare, la Cina supera il 90% della raffinazione mondiale. È la base quantitativa della distinzione utilizzata nell’articolo fra possedere la materia e controllarne la filiera.

4. I produttori cercano di salire nella catena

La trasformazione dei paesi minerari in nodi industriali non è soltanto teorica. L’Indonesia ha costruito intorno al nickel una crescente capacità di raffinazione e lavorazione. La Repubblica Democratica del Congo ha invece utilizzato nel 2025/26 restrizioni e quote sulle esportazioni di cobalto; Zimbabwe e Mozambico hanno adottato misure rispettivamente sul litio e sulla grafite. Secondo l’IEA, le restrizioni commerciali dei paesi produttori stanno trasformando la concentrazione delle forniture in un elemento concreto della sicurezza economica.

5. Energia: abbondanza e distribuzione

L’ecosistema osservato nell’articolo comprende alcuni dei maggiori produttori e consumatori mondiali di petrolio, gas e carbone, grandi risorse di uranio e una quota crescente della nuova capacità rinnovabile. Nel 2025 il fotovoltaico è stato la singola fonte che ha contribuito maggiormente alla crescita della domanda energetica mondiale; insieme, rinnovabili e nucleare hanno fornito quasi il 60% dell’incremento. La domanda di elettricità è cresciuta di circa il 3%, più del doppio della crescita della domanda energetica complessiva.

6. Il nucleare come nodo tecnologico

Nel nucleare la disponibilità dell’uranio è soltanto il primo anello. Contano conversione e arricchimento del combustibile, progettazione, costruzione e gestione dei reattori. L’IEA rileva che il 94% dei reattori la cui costruzione è iniziata nell’ultimo decennio è di progettazione cinese o russa. Circa metà della capacità nucleare mondiale attualmente in costruzione si trova in Cina, che dovrebbe raggiungere circa 100 GW installati intorno al 2030. Il dato aiuta a comprendere perché nell’ecosistema non circoli soltanto energia, ma anche capacità tecnologica.

7. Una rete che genera tensioni

La concentrazione geografica non riguarda soltanto l’estrazione. Raffinazione, tecnologie e infrastrutture possono essere ancora più concentrate. L’IEA osserva che le restrizioni alle esportazioni di minerali critici sono aumentate e che diversificazione e sicurezza degli approvvigionamenti sono ormai diventate priorità per numerosi governi. La relazione fra i nodi produce quindi contemporaneamente complementarità, dipendenza e capacità negoziale.

Per saperne di più

International Energy Agency, Global Critical Minerals Outlook 2026, Paris, 2026. È probabilmente la fonte più importante per questa prima parte: estrazione, raffinazione, concentrazione, restrizioni commerciali e prospettive delle materie strategiche.
International Energy Agency, Global Energy Review 2026, Paris, 2026. Quadro aggiornato al 2025 di petrolio, gas, carbone, elettricità, rinnovabili e nucleare
FAO – FAOSTAT, banche dati su produzione agricola, commercio agroalimentare e fertilizzanti.
IAEA – PRIS (Power Reactor Information System), banca dati internazionale sui reattori nucleari operativi e in costruzione.
USGS, Mineral Commodity Summaries, edizioni annuali, per produzione, riserve e distribuzione geografica delle principali materie minerarie.

Autore

  • Sergio Ansuini

    Sergio Ansuini, già CEO di Ansuini Gioiellieri 1860, è stato fondatore e docente dei corsi di stilismo del gioiello all'Accademia di Costume e dello IED. Dopo incarichi apicali nelle associazioni orafe italiane, ha curato lo studio del Tesoro del Museo di San Pietro e il restauro delle suppellettili sacre del Sommo Pontefice.

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