Il Mutamento della Struttura di Coscienza
Questo confronto suggerisce una mutazione profonda nella postura psicologica e strutturale dell’uomo asiatico tra l’VIII e il V secolo a.C., un passaggio che possiamo riassumere in tre grandi vettori.
• Dalla Sostanza (ente, cosa, individuo) al Processo (la destrutturazione dell’Ontologia). L’uomo upanishadico vive ancora in una coscienza autosufficiente. Dopo il crollo del vecchio mondo rituale vedico, egli trova rifugio in una fortezza metafisica incrollabile: l’Atman. La sua coscienza si struttura attorno al concetto di Essere. L’uomo dell’epoca del Buddha (l’epoca delle prime grandi urbanizzazioni della valle del Gange, del commercio, della crisi dei clan e delle guerre tra i primi regni) sperimenta una fluidità storica e sociale senza precedenti. Il Buddha traduce questa esperienza in una metafisica del Divenire e del processo. La coscienza si emancipa dal bisogno di “poggiare” su una sostanza. Diventa una coscienza disincantata, capace di reggere il vuoto di un fondamento.
• Dalla Rivelazione all’Epistemologia Critica. Nelle Upanishad, sebbene l’indagine sia interiore, la verità ha ancora il sapore di una rivelazione sacra o di un’intuizione mistica folgorante riservata a pochi eletti in contesti esoterici. Con il Buddhismo, la struttura di coscienza si fa scientifica, empirica e psicologica. Il Buddha opera come un medico o uno scienziato della mente: non chiede di credere all’Atman, ma di osservare i fatti. C’è uno spostamento monumentale dall’ontologia (ciò che è) all’epistemologia (come conosciamo e come reagiamo a ciò che accade). La coscienza diventa squisitamente riflessiva e auto-analitica.
• Dalla Trascendenza alla Radicale Immanenza. L’uomo upanishadico, restando consapevolmente nella coscienza trascendentale. L’uomo del buddhismo antico si salva guardando dentro la frammentarietà del qui e ora. La pratica della Vipassanā costringe la coscienza a non cercare rifugi metafisici di fronte al dolore o al compito arduo, ma a “smontare” il dolore stesso nelle sue componenti fisiche e mentali. Se non c’è un io a soffrire o bramare, il peso svanisce assieme al malessere e alla morte.
Che cosa suggerisce oggi questo passaggio?
Questo mutamento strutturale suggerisce che esistono due modi diversi, ma straordinariamente raffinati, per curare la vertigine dell’esistenza e dell’azione:
Il primo (Upanishad) consiste nell’espandersi fino a comprendere che il peso che avvertiamo non è nostro, perché noi siamo lo sfondo immobile e regale su cui la storia si dipana.
Il secondo (buddhismo) consiste nel rimpicciolirsi fino a svanire, comprendendo che il blocco monolitico che chiamiamo “io” – quello che si sente mancare di fronte al compito – è in realtà un flusso di pensieri, sensazioni e funzioni passeggeri.
Se quel blocco viene fluidificato, non c’è più alcuna superficie d’impatto su cui il peso del mondo possa fare pressione.
Nel contesto di un compito tanto elevato, la transizione buddhista insegna l’arte della decompressione: non occorre essere dei Titani metafisici per reggere il peso; basta non opporre la resistenza di un ego rigido, lasciando che le azioni scorrano come processi necessari, un atomo di esperienza alla volta.
Il Quarto Scalino: la Coscienza Impotente e il Soccorso Esterno (l’Architettura Devozionale): Età del Ferro
Acquisiti questi caposaldi, ora siamo pronti per scendere all’ultimo scalino della parabola: l’architettura devozionale, dove l’uomo, ormai privo delle forze per governare o smontare il proprio caos, si ricompone consegnandosi al Salvatore Esterno.
Ecco la struttura del quarto scalino della parabola. Qui la coscienza tocca il punto di massima frammentazione e impotenza, ma trova il proprio riscatto convertendo l’impotenza in uno slancio d’amore e di affidamento totale. Il Buddha stesso aveva predetto che il suo metodo sarebbe stato efficace per circa 2.500 anni, poi non più.
Al fondo della parabola discendente, l’essere umano si ritrova radicalmente espropriato delle proprie qualità e forze interiori. Il vortice del mondo, dei desideri, delle paure è diventato travolgente, la complessità dell’esistenza ipertrofica, e l’io cosciente, sceso ormai sotto l’orizzonte delle contingenze, incapace di concepire il distacco dalle identificazioni e dai legami samsarici, si rende conto di essere impotente rispetto alla propria condizione di malessere esistenziale.
L’uomo di questa fase non ha più l’integrità per posizionarsi come il Testimone regale delle Upanishad, né possiede la fredda e lucida disciplina ascetica necessaria per smontare i propri ingranaggi mentali come il chirurgo buddhista.
È troppo emozionale, troppo ferito, troppo umano per salvarsi da solo, sia pure con la guida di maestri, attraverso una tecnica interiore. È passivo: la sua psiche è sospinta e trascinata dagli stimoli. Però conserva l’intelletto. E lo sa usare.
È in questo vuoto di potenza, che si genera l’architettura della religiosità devozionale, e che trova la sua espressione più radicale nella Bhakti indiana e, soprattutto, nel Cristianesimo.
Di fronte all’incapacità di dominare e ordinare il proprio caos interno, l’uomo compie l’estremo, intelligente atto di sopravvivenza psichica: la proiezione identificante.
Non potendo più trovare l’Unità e la Salvezza dentro di sé, prende tutto il proprio potenziale affettivo, la propria capacità di amare, di desiderare e di sperare, che animano il suo illusorio io empirico, e lo proietta verso l’alto, concentrandolo nel volto di un Dio-Persona. Il Salvatore.
Immaginiamo un bambino che, nel cuore della notte, si sveglia terrorizzato da un incubo e si accorge che la sua camera è in disordine. Non ha la forza di accendere la luce e rimettere a posto i giocattoli da solo; l’unica cosa che può fare è lanciare un grido e gettarsi tra le braccia del padre.
In quell’abbraccio, il minaccioso disordine della stanza non è scomparso, ma il bambino ha ritrovato istantaneamente la sua pace e la sua unità.
Se le prime Upanishad operano per via di identità/espansione (Io sono l’Assoluto) e il Buddhismo antico per via di destrutturazione/vuoto (L’Io non esiste), la religiosità devozionale – la Bhakti indiana e, nella sua forma più assoluta, il Cristianesimo – opera per via di relazione/alterità.
Questa terza via non cerca la liberazione nell’isolamento del Testimone immobile, né nella scomposizione analitica dei cinque aggregati.
Al contrario, essa accende al massimo grado la dinamica affettiva ed esistenziale del soggetto per proiettarla, con uno slancio totale, verso un Tu Trascendente che è Persona.
L’emozionalità che espropria l’uomo del dominio di sé trascinandolo nelle vicissitudini mondane, viene rivolta al principio riunificante della Persona Suprema per ricomporre in essa la coscienza del devoto.
La Struttura della Coscienza Devozionale-Affettiva
Mentre le prime due vie tendono alla neutralizzazione del dramma individuale, la via devozionale lo assume e lo esaspera, trasformando la sofferenza e l’inadeguatezza in una tensione d’amore.
I suoi tratti strutturali sono precisi:
• La salvazione e nobilitazione del “Me”: Per esserci amore, unione o alleanza, la distanza tra la creatura e il Creatore deve essere mantenuta. Il piccolo sé non viene sciolto come un’illusione (Upanishad) né smontato come un meccanismo vuoto (Buddhismo); viene preservato nella sua contingenza affinché possa consegnarsi, e in cambio ricevere l’immortalità.
• La valorizzazione del Limite come ferita d’amore: nella coscienza cristiana, la sensazione di “sentirsi mancante”, l’insufficienza e l’angoscia non sono errori cognitivi da correggere con la conoscenza (Jnana). Sono il luogo esatto in cui la Grazia può operare. La debolezza diventa lo spazio vuoto che permette l’invasione dell’Altro (“Quando sono debole, è allora che sono forte, perché imploro meglio”).
• La Trascendenza come Volontà e Volto: l’Assoluto smette di essere un Principio neutro, impersonale e inoggettivabile (Brahman o Nibbāna). Diventa un Volto che guarda, una Volontà che chiama, un Cuore che ama. La coscienza non si focalizza sull’auto-comprensione, ma sulla risposta a una Vocazione.
• Il Mutamento Posturale: Dalla Tecnica Interiore alla Consegna; questo terzo modello introduce una postura psichica completamente differente rispetto all’uomo upanishadico e all’uomo buddhista:
• Dall’Autarchia alla Teonomia (La Grazia): sia l’Upanishad che il Buddhismo antico sono, in ultima analisi, vie di auto-liberazione. L’uomo si salva da sé, attraverso il proprio risveglio intellettuale o la propria disciplina meditativa. La coscienza devozionale, invece, spezza l’autarchia dell’io. Riconosce l’impossibilità di salvarsi da soli e si fonda sull’atto puramente relazionale della Fede e dell’Affidamento (prapatti nella Bhakti, abbandono nel Cristianesimo).
• Dalla Sospensione dell’Azione alla Partecipazione Drammatica: nelle prime due visioni, l’ideale è il distacco (vairagya), la riduzione dell’attrito con il mondo. Nella coscienza cristiana, la storia e l’azione incarnata diventano il teatro sacro del compimento. L’azione non è un legame karmico da cui fuggire, ma l’espressione di una volontà superiore a cui conformarsi (“Sia fatta la tua volontà”). Il peso del compito immenso viene così ridistribuito: il fedele non è l’autore dell’opera, ma l’operaio di un Progetto altrui.
• Dio fornisce al fedele le regole, i valori, i fini e il significato dell’esistenza, perciò, se l’uomo perde la fede, cade nel soggettivismo/relativismo/nichilismo. Le fornisce dall’esterno, come leggi e rivelazione, perché l’uomo devoto è l’uomo che non è più in grado di vederle con i propri occhi.
• Il Vettore Emotivo come Veicolo Metafisico: la mente fredda e analitica viene sostituita dal cuore, dall’istanza calda, proiettiva ed estatica. Lo slancio verso la Persona Suprema permette di superare la paura del fallimento non perché il fallimento sia impossibile, ma perché si è amati e sorretti pur nel proprio limite.
Tre Posture di fronte al “Compito Arduo”
Se, lasciato a parte il livello di partenza, quello vedico, raccogliamo queste tre successive strutturazioni e le poniamo di fronte alla vertigine del compito elevato che la chiama, la coscienza umana rivela tre modi di fare spazio all’immenso:
• La via dell’Atman: “Io non posso fallire, perché la mia vera natura è lo sfondo immobile che contiene e supera ogni evento” (Regalità metafisica).
• La via dell’Anatman: “Non c’è nessuno che possa fallire; la paura e il compito sono solo flussi di fenomeni transitori da osservare senza attaccamento” (Libertà impersonale).
• La via della Bhakti/Cristiana: “Io sono inadeguato e tremo, ma mi affido interamente a Colui che mi ha chiamato a questo compito, lasciando che sia la Sua forza a operare nella mia debolezza” (Comunione e “Surrender”).
Tre architetture interiori diverse, tre modi di gestire la pressione dell’esistenza. Il loro tracciato è il percorso del decadimento dell’Io a oggetto, della sua reificazione – quindi riduzione a condizione mortale.
Nella coscienza devozionale, il limite, l’insufficienza e il “sentirsi mancare” non sono più errori cognitivi da correggere, ma diventano la ferita feritoia attraverso cui può entrare la Grazia. L’uomo non cerca più l’isolamento o l’estinzione, ma la relazione.
L’unità del sé si ricompone per riflesso, nell’atto puramente relazionale della fede, dell’abbandono e della consegna totale a un Tu Supremo che lo accoglie, lo ama e lo sorregge. Il peso del compito immenso viene così ridistribuito: il fedele non è più l’autore solitario dell’Opera, ma l’operaio protetto di un Disegno altrui.
Al fondo della parabola discendente, l’uomo si ritrova radicalmente espropriato delle proprie forze interiori. L’io è talmente frantumato, debole e colonizzato dalle identificazioni con il transitorio che la coscienza non è più in grado né di posizionarsi come Testimone regale (Upanishad) né di sostenere l’ascesi analitica dello smontaggio dei cinque aggregati (Buddhismo).
Di fronte all’incapacità di dominare e ordinare il proprio caos interno, l’uomo compie l’estremo atto di sopravvivenza psichica: per l’appunto, la proiezione identificante. Non potendo trovare l’Unità dentro di sé, la proietta fuori, concentrandola e personificandola in un Dio – Persona.
La ricomposizione dell’unità del sé avviene per riflesso, per osmosi affettiva ed estatica verso quel Tu Supremo. La salvezza diventa eterotetica: l’io si unifica solo sottomettendosi all’Altro.
Il devoto chiede al Dio che salvi dalla morte il suo io empirico, ossia l’aggregato delle sue identificazioni contingente che egli illusoriamente vive come il suo sé stabile – cioè gli chiede l’impossibile, gli chiede di eternare un momento del flusso samsarico, di sottrarlo al divenire.
E il Dio, spesso, gli risponde con un “sì, ma” – cioè pone condizioni (ad es., “sì, ti salvo, ma devi rinunciare ai piaceri della carne, alle ricchezze, alla volontà, alla libertà, alla vita” etc.); e queste rinunce comportano, silentemente, la graduale rinuncia alle componenti di quel me “troppo umano” che si doveva salvare.
Alcuni Dei (Geova, Allah), molto misericordiosi, gli lasciano, come promessa per il “dopo”, un corpo materiale con piaceri materiali. Insomma, con la promessa di salvarlo dalla morte e da pene dopo la morte, lo attira a rinunciare all’illusione che voleva salvare, e per salvare la quale si era fatto devoto.
Al contempo, gli prescrive una morale – una serie di norme comportamentali comandate, come condizione per restare nella sua Grazia. All’opposto, le norme comportamentali buddhiste sono condizioni oggettive per elevarsi verso l’illuminazione.
Le suddescritte tre vie non sono relitti del passato, né sono tra loro separate dal tempo, ma restano tre strumenti pronti all’uso dentro ognuno di noi, in ogni momento.
Quando ci sentiamo forti e lucidi, possiamo agire con la regalità del Testimone (Upanishad) e con lo yoga regale, il Raja Yoga di Patanjali. Quando ci sentiamo invasi dall’ansia e dai pensieri compulsivi, possiamo smontarli analiticamente (buddhismo).
Quando ci sentiamo schiacciati da un compito troppo grande e sentiamo mancare le forze, possiamo deporre le armi dell’orgoglio e affidarci alla corrente di un Progetto più grande (devozione) firmato da Dio.
In ogni caso, quando ti sentirai dire: “Tu non sei il corpo – non sei le emozioni – non sei i pensieri – non sei la mente” terrai presente che queste affermazioni non sono banali mantra spiritualisti, cioè non hanno la funzione di ricordarti che non sei riducibile a quelle “cose” e che sei una “cosa” diversa, superiore, eterna, spirituale, bensì di ricordarti che sei Io (l’atto puro della coscienza trascendentale) dunque non una cosa, un oggetto, un me, un pensato, bensì il pensare.





