La sinistra sceglie la via più comoda e rifiuta la propria bandiera
I giovani comunisti sono più rari dei panda. Più rari e meno protetti.
Ci vorrebbe un esperto di specie in estinzione per spiegare come nel terzo millennio, in Italia, ci sia ancora chi espone con orgoglio la bandiera della Corea del Nord e parla di libertà.
Ci sono tutte. Pyongyang, L’Avana, Pechino, Gaza, perfino una mezzaluna che nessuno ha ancora spiegato. Tutte, tranne una. Indovinate quale.
Manca il tricolore.
Nella foto ufficiale della gioventù di un partito italiano, scattata in Italia per iscritti italiani, la bandiera italiana non c’è. Non è caduta: non l’hanno proprio appesa.
La foto accompagna un comunicato solenne: “Avanti tutta! Verso il primo Congresso della Federazione della Gioventù Comunista”. Il congresso si farà nel 2027.
Serve un anno intero per organizzarlo, evidentemente la macchina è imponente.
La Direzione Nazionale appena votata ha un Responsabile Istruzione, uno per il Lavoro, uno per l’Organizzazione, uno per la Ricerca e la Formazione e pure un Responsabile Esteri.
Manca solo il Responsabile del Piano Quinquennale, quello di Stalin. Ma sono giovani, diamogli tempo.
Sopra tutti, il Primo Segretario, titolo che nemmeno Togliatti si concesse. A Mosca lo portava Chruščëv.
Poi si guarda la foto e si contano le teste. Otto ragazzi, un tavolo da ufficio, una parete bianca: la Direzione Nazionale ci sta tutta, avanza pure spazio.
Il Responsabile Esteri, con quelle bandiere alle spalle, ha già finito il suo lavoro. Il Responsabile per il Lavoro ha davanti a sé un tavolo con un telecomando e una penna.
Delle ragazze nemmeno l’ombra. La gioventù comunista del 2026 ha risolto la questione femminile nel modo più radicale. Non esiste.
E c’è il dettaglio che vale una fotografia intera.
Il ragazzo col pugno chiuso, in prima fila, porta la maglietta dei Joy Division: gruppo inglese che prese il nome dai bordelli dei lager nazisti, con un cantante che si impiccò a ventitré anni.
Sotto la bandiera di Kim Jong-un. Nessuno, in quella stanza, ha visto il cortocircuito. Perché non è pensiero, è arredamento.
Sia chiaro, la Federazione Giovanile Comunista del PCI, negli anni Sessanta, arrivò a duecentomila iscritti.
Quella di oggi sta in uno scatto da cellulare, però ha il Primo Segretario, che intanto è andato in delegazione in Cina e a Minsk, ospite dei comunisti di Lukashenko.
Fin qui si ride. Poi si smette.
Perché la domanda vera non è cosa ci facciano quelle bandiere in una stanza di ragazzi ventenni. È chi gli ha lasciato credere che fossero bandiere presentabili.
Nessuno, in vent’anni di vita, ha spiegato a questi ragazzi cosa sia Pyongyang: una dinastia di tre generazioni che affama il proprio popolo e fucila il dissenso.
Nessuno ha raccontato loro Cuba, dove nel luglio 2021 la gente è scesa in piazza gridando “libertad” ed è finita in cella.
Nessuno ha detto loro che a Pechino il pluralismo è un reato.
Non la scuola, che sui lager fa bene a insistere ma sui gulag tace. Non i giornali, che al comunismo hanno riservato la nostalgia e al fascismo il processo. Non la sinistra. Soprattutto non la sinistra.
Qui sta il punto. Il PCI di Togliatti sedeva in Costituente e il tricolore lo teneva nelle sezioni, accanto alla bandiera rossa: l’Italia voleva governarla, non rinnegarla.
Poi la Bolognina. Il PCI si scioglie senza un processo, senza un giorno di verità su Budapest, su Praga, sul Muro.
Nessuna Norimberga interna, nemmeno un’autocritica, solo un cambio di nome. La Quercia al posto della falce.
La sinistra che ne è uscita ha scelto la via più comoda. Dimenticare invece di giudicare.
E quando si dimentica, si lascia il marchio libero. Il marchio “comunismo” se lo sono ripreso i nostalgici duri, senza più la mediazione togliattiana, senza più la patria, senza nemmeno più il pudore.
Il partito di questi ragazzi lo fondò Marco Rizzo nel 2009. Rizzo se n’è andato, prima dalla segreteria e poi dal partito, per scoprirsi sovranista, poi per litigare pure con i sovranisti.
Il maestro ha cambiato bandiera tre volte, gli allievi hanno tenuto in mano l’ultima che gli avevano lasciato.
Ecco la psicologia. Perché un ventenne italiano sceglie la bandiera di Kim? Perché è l’unica ancora proibita.
Il comunismo da salotto non scandalizza nessuno.
Tra Capalbio e i Parioli sono stati tutti un po’ comunisti, poi tutti un po’ riformisti, poi tutti in barca. Non quella di Massimo D’Alema però, perché si dice che ne sia molto geloso.
La Corea del Nord, invece, è l’ultimo scandalo disponibile, l’unica bandiera che fa ancora voltare un genitore.
Non è ideologia, è ribellione. La stessa molla che nel 1970 spingeva a Lotta Continua oggi porta a Pyongyang, con una differenza fondamentale. A quei tempi almeno si leggeva.
E il tricolore? Non manca per distrazione.
In quella cultura la patria è ancora “borghese”, la bandiera italiana è roba di destra, un imbarazzo da tenere fuori dall’inquadratura.
Il paradosso è tutto lì, appeso al muro.
Si sventola la bandiera più nazionalista del pianeta, quella di un regime che ha fatto dell’autarchia una religione di Stato. E si rifiuta la propria. Il nazionalismo va benissimo, purché sia di qualcun altro.
Si può ridere di otto ragazzi, l’abbiamo fatto.
Ma la bandiera che manca in quella foto l’hanno tolta i loro padri, trent’anni prima che nascessero, il giorno in cui decisero che il comunismo non andava giudicato ma dimenticato.
I ragazzi si sono limitati a non rimetterla. Poveretti.





