Home Cultura Lo stato dell’arte – Il Giappone dove l’impresa diventa cultura

Lo stato dell’arte – Il Giappone dove l’impresa diventa cultura

0
Artwork by Yayoi Kusama (CCA-Share Alike 3) - ph https://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page
Artwork by Yayoi Kusama (CCA-Share Alike 3) - ph https://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page

Il sistema artistico giapponese non si comprende osservando singoli musei o grandi artisti, ma seguendo le relazioni che uniscono imprese, università, istituzioni culturali e diplomazia

Un ecosistema costruito nel dopoguerra, capace di adattarsi ai cambiamenti senza perdere la propria identità.

Oggi, mentre l’equilibrio geopolitico dell’Asia-Pacifico evolve, anche il ruolo internazionale dell’arte giapponese potrebbe entrare in una nuova fase

A Nagoya una Toyota attraversa lentamente un incrocio. Pochi minuti dopo, un museo porta lo stesso nome. Si entra aspettandosi una collezione di automobili e si scopre invece la storia dell’industria moderna giapponese, dell’innovazione tecnologica e del lavoro.

È una scena che sorprende chi arriva dall’Europa. Ancora di più quando si comprende che non rappresenta un’eccezione.

In Giappone molte grandi imprese considerano la cultura parte della propria identità e del rapporto con la società.

Musei, fondazioni, collezioni, restauri e programmi educativi non sono attività collaterali, ma strumenti attraverso i quali un’azienda racconta la propria storia e il proprio contributo allo sviluppo del Paese.

Il Toyota Commemorative Museum of Industry and Technology è uno dei fili che permettono di entrare in questa realtà.

Toyota Commemorative Museum of Industry and Technology
Toyota Commemorative Museum of Industry and Technology

Proseguendo il viaggio, quel filo incontra altri nodi. A Tokyo il Mori Art Museum osserva la scena contemporanea asiatica, mentre a Kanazawa il 21st Century Museum of Contemporary Art sperimenta linguaggi nuovi e dialoga con la ricerca internazionale.

Le università formano storici dell’arte, restauratori e curatori; le gallerie accompagnano gli artisti verso il mercato globale; la Japan Foundation promuove la lingua e la cultura giapponese nel mondo.

Lo stesso modello si ritrova in altre grandi realtà industriali. Il Mitsubishi Ichigokan Museum testimonia il legame storico tra il gruppo Mitsubishi e la vita culturale della capitale, mentre l’Artizon Museum, nato dalla collezione della Bridgestone Corporation, mostra come il collezionismo d’impresa possa trasformarsi in un’istituzione di riferimento aperta al pubblico.

Non sono mondi separati. Sono relazioni.

Con la fine della Seconda guerra mondiale il Giappone diventa uno dei principali pilastri della presenza americana nell’Asia-Pacifico. La sicurezza dell’arcipelago viene garantita dall’alleanza con Washington, mentre Tokyo può concentrare risorse sulla ricostruzione economica, sull’industria, sulla ricerca e sull’istruzione. Anche il sistema dell’arte cresce all’interno di questo nuovo equilibrio geopolitico.

Per molti artisti il riconoscimento internazionale passa dapprima attraverso Parigi e, dalla seconda metà del Novecento, sempre più attraverso New York.

Oggi figure come Yayoi Kusama, Takashi Murakami e Yoshitomo Nara testimoniano la capacità del Giappone di dialogare con il mondo senza rinunciare alla propria identità culturale.

Negli anni Ottanta il sistema raggiunge il suo momento di massima espansione. Lo scoppio della bolla finanziaria del 1991 interrompe quella stagione, ma non spezza la rete di relazioni costruita nei decenni precedenti.

La particolarità del Giappone non consiste nell’avere musei d’impresa, presenti anche in Europa e negli Stati Uniti. Consiste nell’ampiezza con cui le grandi aziende partecipano alla costruzione del paesaggio culturale nazionale, facendo della cultura una componente stabile della propria identità e uno degli elementi portanti dell’ecosistema artistico.

Takashi Murakami ( Citlalevrgasss CCA-share 4.0) - ph https://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page
Takashi Murakami ( Citlalevrgasss CCA-share 4.0) – ph https://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page

Se il sistema culturale giapponese ha trovato un equilibrio all’interno del Paese, la sua forza si misura anche nella capacità di dialogare con l’esterno.

Le grandi gallerie di Tokyo operano ormai in una rete internazionale che collega New York, Hong Kong, Seul, Londra e Basilea. Fiere e biennali non sono soltanto mercati: sono luoghi nei quali si costruiscono relazioni, reputazioni e nuove geografie culturali.

Anche le istituzioni pubbliche partecipano a questa strategia. Attraverso mostre, programmi di ricerca e scambi universitari, la Japan Foundation contribuisce a diffondere lingua, cultura e credibilità internazionale, trasformando la diplomazia culturale in uno degli strumenti del soft power giapponese.

In questo contesto il Giappone continua a distinguersi per una caratteristica rara: la capacità di assorbire influenze esterne senza perdere la propria identità.

L’arte contemporanea dialoga con il manga, il design, l’architettura, la moda e le nuove tecnologie. Tradizione e innovazione non sono percepite come elementi in conflitto, ma come linguaggi capaci di rafforzarsi reciprocamente.

Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro geopolitico dell’Asia-Pacifico sta cambiando rapidamente. La competizione tra Stati Uniti e Cina, le tensioni nel Mar Cinese Orientale e nello Stretto di Taiwan e il progressivo rafforzamento del ruolo internazionale del Giappone indicano che il lungo equilibrio costruito nel dopoguerra sta entrando in una nuova fase.

Quando cambia la posizione strategica di una grande potenza economica, difficilmente gli ecosistemi culturali rimangono immutati. Anche il sistema dell’arte potrebbe ridefinire alcune delle proprie relazioni internazionali, i mercati di riferimento e gli strumenti della diplomazia culturale.

La forza del modello giapponese non dipende soltanto dalla qualità dei suoi musei o dei suoi artisti. Dipende dalla continuità delle relazioni che uniscono imprese, ricerca, istituzioni e società, adattandosi ai mutamenti della storia senza interrompere il dialogo tra cultura e sviluppo.

Se cambia la postura strategica del Giappone, cambieranno anche i flussi dell’arte?

Note

1. Il sistema dei musei d’impresa in Giappone
I musei aziendali giapponesi non sono semplici strumenti di comunicazione. Numerosi studi evidenziano come raccontino la storia dell’impresa, il rapporto con il territorio, l’innovazione tecnologica e il contributo allo sviluppo del Paese, contribuendo alla costruzione dell’identità culturale aziendale.

2. La Japan Foundation
Fondata nel 1972, la Japan Foundation è il principale organismo pubblico per la promozione della cultura giapponese all’estero. Attraverso mostre, programmi accademici, insegnamento della lingua e scambi culturali rappresenta uno dei principali strumenti del soft power del Giappone.

3. La bolla economica del 1991
Lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria segnò la fine della straordinaria espansione economica degli anni Ottanta. Pur ridimensionando il mercato dell’arte, non compromise la struttura delle istituzioni culturali costruita nei decenni precedenti.

4. Arte contemporanea e cultura popolare
Artisti come Yayoi Kusama, Takashi Murakami e Yoshitomo Nara mostrano come il Giappone abbia saputo integrare arte contemporanea, design, manga e cultura visuale in un linguaggio riconosciuto a livello internazionale.

5. Ecosistema artistico e geopolitica
Le trasformazioni geopolitiche modificano anche gli ecosistemi culturali. Mutamenti negli equilibri internazionali possono influire sui flussi degli artisti, sul mercato, sulla diplomazia culturale e sulla circolazione delle opere.

Per saperne di più

Raffaele Marchetti, Manuale di geopolitica, Carocci Editore.
Francesco Gatti, Il Giappone contemporaneo, Il Mulino.
Rosa Caroli, Francesco Gatti, Storia del Giappone, Laterza.
Adrian Favell, Before and After Superflat: A Short History of Japanese Contemporary Art 1990–2011, Blue Kingfisher.
Chelsea Foxwell, Making Modern Japanese-Style Painting, University of Chicago Press.

Autore

  • Sergio Ansuini

    Sergio Ansuini, già CEO di Ansuini Gioiellieri 1860, è stato fondatore e docente dei corsi di stilismo del gioiello all'Accademia di Costume e dello IED. Dopo incarichi apicali nelle associazioni orafe italiane, ha curato lo studio del Tesoro del Museo di San Pietro e il restauro delle suppellettili sacre del Sommo Pontefice.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui