Home Senza categoria L’Italia che dimentica se stessa

L’Italia che dimentica se stessa

0
L'Italia che dimentica se stessa

Le contraddizioni di un Paese che ha perso la connessione con la propria storia

«La storia è maestra di vita», scriveva Cicerone. Ma solo per chi decide di ascoltarla: non chi ha più storia, ma chi sa raccontarla.

Israele e Iran, pur divisi su tutto, condividono una forza rara: la continuità narrativa. Dalle origini alla modernità, il racconto non si spezza. È identità, non archeologia.

Lo stesso accade in Cina e in Russia: cambiano i regimi, ma il filo resta. Non cancellano, integrano. Dall’Impero Celeste al rosso del partito. In Russia perfino lo Zar…

L’Italia, invece, inciampa di continuo. Possiede Roma, il Rinascimento, il Risorgimento: tre pilastri che hanno plasmato l’Occidente. Eppure tende a raccontarli come capitoli scollegati, quasi con imbarazzo.

«Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla», ammoniva George Santayana. Noi rischiamo qualcosa di peggio: dimenticarla senza nemmeno accorgercene. Come dei fessi.

Altrove la storia è strategia. Gli Stati Uniti si pensano come una nuova Roma: costruiscono il futuro cucendolo addosso al passato. Non è nostalgia, è progettazione del futuro. E anche quando, nelle università, emerge uno sguardo critico quasi “tacitiano”, resta una scelta consapevole. Come insegnava Tacito: «Più facile è credere a ciò che si teme». Loro lo sanno e lo governano.

Il Regno Unito ha invece scelto di ridimensionarsi, la Francia continua a specchiarsi nel proprio impero, la Germania vive sospesa tra memoria e prudenza economica. La Spagna cerca perfino di naturalizzare il genovese Colombo.

Il Nord Europa ha fatto un passo ulteriore: ha sostituito la storia con un’idea di modernità senza radici, scambiando innovazione con standard culturale per evoluzione.

E poi ci siamo noi, con una memoria intermittente. Celebriamo Leonardo da Vinci come icona globale (perché quasi non vogliamo dire italiano… qualcuno ci provò facendolo passare per turco) fatichiamo a riconoscerlo come parte viva del nostro presente. Dimentichiamo che il Rinascimento non è un museo, ma un metodo: mettere l’uomo, la conoscenza e l’ingegno al centro.

Il risultato è un Paese senza narrazione unitaria. E senza narrazione non c’è direzione. Enrico Mattei lo aveva capito: «Non siamo poveri, siamo male organizzati». Oggi potremmo dire: siamo male raccontati.

La globalizzazione culturale ha fatto il resto, imponendo modelli uniformi, riducendo la complessità a slogan privi di cultura profonda. Ma non è un destino. È una scelta. Recuperare il filo non significa tornare indietro, significa andare avanti con fondamenta solide.

Un Paese che si dimentica non diventa più moderno. Diventa più fragile e ignorante. E nella competizione globale, la fragilità (unita al l’ignoranza) non è un dettaglio: è una condanna.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui