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L’ITALIA CENTRO DEL MEDITERRANEO

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“Il potere corrompe; il potere assoluto corrompe in modo assoluto.” — Lord Acton

 C’era una volta un Paese convinto di essere il perno del Mediterraneo. Un Paese che si definiva “ponte naturale tra Europa e Africa”, che parlava di partenariati strategici, di leadership energetica, di geopolitica dell’influenza. Un Paese che citava Mattei in ogni conferenza stampa, sventolando il “Piano” come fosse il nuovo Piano Marshall in salsa tricolore.

Poi quel Paese ha mandato un ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, in Libia. E la Libia, semplicemente, l’ha cacciato.

Non è una favola, ma l’ultima puntata del reality della politica estera italiana. La missione diplomatica, organizzata con una delegazione dell’Unione Europea, aveva l’obiettivo di consolidare i rapporti con le autorità della Cirenaica, fermare i flussi migratori e ribadire il ruolo dell’Italia come garante degli equilibri regionali. Ma qualcosa – anzi, tutto – è andato storto. Le autorità legate al generale Khalifa Haftar, che controllano l’est del paese, hanno accusato la delegazione di essere entrata “illegalmente” nel territorio e l’hanno dichiarata “persona non gradita”.

Così il ministro Piantedosi, campione del respingimento, si è ritrovato respinto. Ironia della storia? Forse. Ma più ancora, perfetta metafora di un’ambizione sproporzionata ai mezzi. A Roma si è parlato subito di “incomprensione protocollare”, di “malinteso burocratico”. Il ministro Tajani ha convocato un vertice, Giorgia Meloni ha chiesto chiarimenti immediati. Ma la sostanza resta: nel cortile di casa, l’Italia è stata fatta accomodare alla porta.

Le opposizioni hanno colto al volo l’occasione per colpire: Elly Schlein ha parlato di “autorespingimento simbolico”, Fratoianni di “lezione di diplomazia inversa”, e perfino Ivan Scalfarotto ha ironizzato sulla possibilità che il ministro venga deportato… in Albania, giusto per chiudere il cerchio delle narrazioni surreali.

Mentre il governo cerca di rimettere insieme i cocci e di ridipingere l’incidente come una piccola sbavatura, resta un interrogativo di fondo: che cosa significa davvero “centralità italiana” nel Mediterraneo? È una posizione geografica? Una nostalgia imperiale? Un vezzo da comunicato stampa?

Perché il “Piano Mattei” – che pure si presenta come il manifesto di una rinnovata cooperazione con l’Africa – appare, per ora, più come un contenitore narrativo che come una strategia concreta. Pochi dettagli, nessuna governance definita, zero investimenti reali. Una cornice retorica che cerca di coprire l’assenza di contenuto. E che, appena si scontra con la realtà, si sfalda.

Il mito infranto della centralità italiana

L’ossessione per la centralità non è nuova. Nasce nel secolo scorso, con il mito coloniale della “quarta sponda” – la Libia fascista, l’Etiopia, l’Eritrea – e si trasforma, nel dopoguerra, in una narrazione più morbida ma altrettanto velleitaria: l’Italia come mediatore naturale tra Nord e Sud, tra l’Europa e l’Africa, tra Occidente e Islam.

Da Craxi a Berlusconi, da D’Alema a Renzi, tutti i leader italiani hanno cercato di ricavare un ruolo nella scacchiera mediterranea. E ogni volta, al di là di qualche foto ricordo e qualche fornitura energetica, la politica estera italiana si è scontrata con la stessa verità: l’Italia parla, ma altri decidono. Francia, Turchia, Russia, Egitto. I veri attori della regione siedono al tavolo. L’Italia spesso arriva a buffet finito.

Il caso libico lo dimostra con crudezza. Le autorità di Bengasi trattano l’Italia come una comparsa. L’Italia si comporta da protagonista, ma recita senza copione. In mezzo, il “Piano Mattei”, usato come narrazione salvifica per ogni conferenza, ogni vertice, ogni crisi.

Una fine annunciata

Il paradosso è chiaro: l’Italia si comporta come se fosse il centro del Mediterraneo, ma viene trattata come un turista senza invito. Vuole fermare i flussi, ma viene rispedita al mittente. Sogna di guidare l’Europa in Africa, ma fatica ad essere accolta in Cirenaica. A ogni passo diplomatico, si rivela quanto la postura italiana sia più teatrale che strategica.

Eppure a Roma si fa finta di nulla. Si rilasciano dichiarazioni rassicuranti, si promettono nuovi tavoli, si annunciano telefonate risolutive. È la politica della narrazione permanente: se la realtà non corrisponde al racconto, tanto peggio per la realtà.

Ma alla fine, anche la scenografia più elaborata non può nascondere l’assenza del palco. E nel grande teatro del Mediterraneo, l’Italia continua a recitare il ruolo di protagonista. Peccato che la platea sia già passata a un altro spettacolo.

Autore

  • Redazione

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