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L’Inciuciometro – Dal centrone al centrino, regressione al piattino

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Inciuciometro – Dal centrone al centrino, regressione al piattino

In Europa la regressione è Mario Draghi: “Siamo soli”, sì, ma con l’aggiunta: perché lo vogliamo

Fallito il modello centrone, con la regia di Matteo Renzi, ora arriva Romano Prodi, il quale starebbe dando un contributo importante nell’organizzazione della “gamba” cattolica e moderata del centrosinistra.

Il centrone, dopo che Marina Berlusconi ha chiarito che di avere rapporti con il PD per fare una sorta di inciucio nazionale, non se ne parla, si è ridotto a un centrino del salotto di nonna Speranza.

Ovviamente, Matteo Renzi, che già pregustava una fiorentina con fagiolini all’uccelletto, innaffiata da un buon Montalcino, ha dovuto sorbirsi un hamburger con cipolle crude e patatine fritte innaffiato da birra analcoolica. Vittima di un eccesso di succo gastrico ha detto in Parlamento che il Governo Meloni è come la famiglia Addams.

Pura proiezione del suo centrino. Quella di Matteo Renzi è pura regressione, fenomeno psicologico in cui si verifica il ritorno a comportamenti o a modelli di pensiero immaturi o meno adatti all’età attuale. Questo può manifestarsi attraverso desideri di attenzione, comportamenti impulsivi o il ripresentarsi di schemi relazionali precedenti.

La politica regressiva è ormai il dato comune della sedicente sinistra centro o centro sinistra se più vi piace.

Il centrone è diventato un centrino, è scaduto al livello dell’inutilità ed ecco che allora, con puntualità kantiana, sul percorso regressivo arriva Romano Prodi.

Sempre di democristiani di sinistra si tratta. Infatti, i primi passi in politica di Matteo Renzi sono proprio con Romano Prodi.

Il suo primo impegno concreto risale, infatti, al 1995-1996, quando contribuisce alla nascita dei Comitati per Prodi (o “Comitati per l’Italia che vogliamo”) in Toscana, a sostegno di Romano Prodi come candidato premier dell’Ulivo.

Nel 1996, a circa 21 anni, si iscrive al Partito Popolare Italiano (PPI), erede della tradizione democristiana dopo la dissoluzione della DC e nel perdio 2002 – 2007 aderisce a La Margherita (Democrazia è Libertà – La Margherita) di Francesco Rutelli.

Con la nascita del Partito Democratico (PD) (fusione tra Margherita e Democratici di Sinistra), Renzi entra nel nuovo partito di centrosinistra. Ne diventa una figura di spicco come “rottamatore” (critico verso la vecchia guardia). Dal 2019 lascia il PD e fonda Italia Viva (IV).

Ed ecco che, smontato il centrone, diventato centrino, parte il piattino.

Sì, perché Romano Prodi, tra le sue molte virtù, ha avuto anche quella di canalizzare informazioni dall’Aldilà.

Accade, così, che oggi, secondo quanto spiega all’AGI Paolo Ciani, deputato indipendente eletto nelle file PD, all’Auditorium Antonianum di Roma parte una nuova iniziativa dei cattolici per far sapere che ci sono.

Cattolici quali? Quelli di Zuppi, quelli della Mafia di San Gallo, quelli del cardinale Marx, quelli della Comunità di Sant’Egidio, quelli di papa Leone XIV, quelli pro vita, quelli tradizionalisti?

Il tema è delicato, perché non si tratta di cattolici alla Santa Messa, ma di cattolici in politica e quello che pensano ricade in azione politica. Sono orientati dal cardinale Marx o dal cardinale Sarah?

Vai a capire o forse si capisce benissimo.

“Più che il tema dentro o fuori dal Partito Democratico, la novità – ha detto Paolo Ciani all’AGI – è che soggetti diversi decidono di promuovere una iniziativa comune; già con Demos e altri avevamo promosso Rete Civica Solidale e ora gli stessi soggetti e con Comunità Democratica, che è l’associazione creata da Graziano Delrio, promuoviamo un evento per discutere di argomenti che riteniamo importanti”.

“Il tema – sostiene Paolo Ciani – non è solo fare la Margherita 2.0 o chiedere maggiore ascolto per i cattolici dentro il PD. Piuttosto, si tratta di allargare e dare rappresentanza a uno spazio non confessionale che ha una sua ramificazione nella società. Parliamo a tutto il centrosinistra e non solo al PD”.

In quanto all’equiparazione con le aree riformiste, Ciani precisa: “Siamo realtà diverse da loro, non siamo la corrente cattolica nel PD. Lo diventeremo? Ci organizzeremo fuori dal partito? Lo vedremo, ma non è questo l’argomento dell’iniziativa di Roma. Il tema è che c’è un’area di pensiero, di cultura radicata in Italia, che spesso ha difficoltà a sentirsi rappresenta in politica, che si ritrova e avanza proposte”.

L’iniziativa romana è in coincidenza con quella organizzata a Torino da Stefano Bonaccini e che riunisce diversi esponenti riformisti. Ci sarà un padre nobile come Walter Veltroni, primo segretario del Partito Democratico.

Assieme Veltroni e Bonaccini ci sarà Franco Gabrielli, ex Capo della Polizia, indicato, da più parti, come potenziale candidato alle primarie di coalizione, sempre che la consultazione si faccia.

A Roma, dove si vedono gli esponenti di Comunità Democratica, tra i quali Marianna Madia, deputata che la scorsa settimana ha dato il suo addio al PD per aderire, da indipendente, al gruppo di Italia Viva alla Camera, ci sarà Romano Prodi

L’AGI riferisce che a sentire fonti parlamentari Dem, il Professore starebbe dando un contributo importante nell’organizzazione della “gamba” cattolica e moderata del centrosinistra.

Questo mondo sembra voler giocare la sua partita dentro il PD, non fuori, perché un parlamentare Pd lascia intravedere la possibilità concreta di vincere le elezioni.

La speranza si basa sui voti del referendum dove i voti relativi al Sì sono stati circa 12.448.000 e quelli relativi al No circa 14.461.000.

Se guardiamo alle elezioni politiche i voti presi dal centrodestra sono stati alla Camera dei Deputati circa 12.300.244 e al Senato 12.135.315.

Se dovessimo fare, come qualcuno fa, confronti tra il referendum e le politiche, dando al centro destra il carico del Sì e al centro sinistra il carico del No, dovremmo dire che il centro destra ha preso tutti i suoi voti.

Non è stato così, in quanto alcuni esponenti del centro sinistra si erano dichiarati per il Sì e, pertanto, se dovessimo fare delle sovrapposizioni schematiche, ci sarebbero stati elettori del entro destra a votare per il No ed elettori del centro sinistra a votare per il Sì.

Il giochino non funziona e non consente di usare il referendum per dire che c’è modo di vincere da parte del centro sinistra.

Comunque, la speranza è l’ultima a morire.

Il tema vero riguarda Romano Prodi, l’autentico regressista a denominazione d’origine controllata.

Come non ricordare la liquidazione del patrimonio di famiglia del Bel Paese? Regressione in purezza.

Prodi presidente dell’IRI dal 1982 al 1989 ha provveduto alla ristrutturazione con prepensionamenti massicci, riduzioni di personale (soprattutto siderurgia e cantieri navali), chiusura di stabilimenti e cessioni e privatizzazioni.

Prodi ha venduto circa 29 aziende (la più nota fu l’Alfa Romeo alla FIAT nel 1986) e ha sciolto società come Finsider, Italsider e Italstat. Ha tentato la vendita della SME (alimentare) a Carlo De Benedetti, bloccata dal governo Craxi.

La SME (Società Meridionale di Elettricità, poi convertita in holding agro-alimentare) controllava marchi importanti come Cirio, Bertolli, Motta, Alemagna, Star, Pavesi e altri.

Negli anni precedenti aveva accumulato perdite, pur essendo tornata marginalmente in utile nel 1984. Nel quadro di una politica di dismissione di partecipazioni statali non strategiche, il governo Craxi decise di privatizzarla.

Il 29 aprile 1985, Prodi (presidente IRI) e Carlo De Benedetti (presidente Buitoni/CIR) firmarono un accordo preliminare per la vendita del 64,36% della SME per 437 miliardi di lire (valore attualizzato intorno ai 497 miliardi con rateizzazione al 14%), più la SIDALM per 1 lira simbolica. Il prezzo per azione era di circa 1.107 lire, sotto la quotazione di Borsa di allora (1.275 lire). L’accordo fu approvato dal CDA dell’IRI.

Altre offerte emersero successivamente (tra cui una cordata Barilla-Ferrero-Fininvest e altre a 550 – 620 miliardi), ma il governo (dopo analisi su occupazione, impatto sociale e politico) decise di non autorizzare la vendita e di mantenere la SME pubblica (giugno 1985). De Benedetti ricorse in giudizio, ma perse in tutti i gradi (fino alla Cassazione).

Nel 1993-1994 Prodi tornò alla presidenza IRI (governo Ciampi) e supervisionò privatizzazioni. La SME fu venduta a pezzi tra il 1993 e il 1996 (Italgel, Cirio – Bertolli, GS/Autogrill ecc.) per circa 2.000 -2.044 miliardi di lire complessivi.

Prodi è stato in seguito il fondatore dell’Ulivo (o coalizione dell’Ulivo), alleanza di centro-sinistra nata nel 1995 su iniziativa di Prodi, con l’obiettivo di unire forze riformiste di diversa provenienza: componenti principali: PDS (ex PCI, guidato da D’Alema), Partito Popolare Italiano (erede DC), Rinnovamento Italiano, Verdi, e altre formazioni minori (socialisti, liberali, cristiano-sociali).

Nel 1996 Prodi diventa Presidente del Consiglio (Governo Prodi I, 1996 – 1998). Tra i risultati principali: ingresso dell’Italia nell’euro (secondo criteri di Maastricht), ossia l’avvio della triste esperienza della quale siamo vittime, che è stata la costruzione dell’Unione Europea per decostruire l’Europa.

L’Ulivo si sciolse formalmente nel 2007 con la nascita del Partito Democratico (PD), di cui Prodi fu uno dei principali ispiratori. La tessera numero uno era quella di carlo De Benedetti. Ironia della vita.

Se mettiamo assieme i successi di Prodi dobbiamo andare dall’esorcista, anche perché il Professore è stato protagonista di una vicenda di consultazione di fantasmi che ci fa capire di essere di fronte a ben altro e di più che un politico di razza.

Quando Moro fu rapito, grazie alla consultazione di un fantasma con il classico piattino, Prodi indicò come prigione di Moro, Gradoli (vedi l’articolo in questo stesso numero del giornale).

Niente di male fare lo spiritista. Movimenti spiritisti (o spiritismo) sono correnti religiose, filosofiche e medianiche nate principalmente nell’Ottocento che pongono al centro la comunicazione con gli spiriti dei defunti, la reincarnazione (in alcune varianti), l’evoluzione spirituale e l’immortalità dell’anima.

Avere notizie sul rapimento di Aldo Moro è un esperimento di enorme portata, degna di essere considerata per la costruzione della “gamba” cattolica del Campo Largo o, se si preferisce, a questo punto, del Campo santo.

Meno suggestivo è il sostegno al movimento delle Sardine, nato a Bologna nel novembre 2019 come iniziativa di giovani (principalmente Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa).

“Sardine” perché ammassate come pesci in scatola, a simboleggiare partecipazione popolare contro i leader “grandi”). Romano Prodi ha apprezzato pubblicamente il movimento fin dall’inizio e lo ha definito “formidabile” e un “passo in avanti” per la politica italiana. Genialità politica in purezza.

Prodi ha detto di non essere lui il fondatore e nemmeno l’ispiratore delle Sardine, peccato che Mattia Santori (principale portavoce) facesse parte della redazione di una rivista chiamata Energia, co-fondata da Prodi e diretta da Alberto Clò. Sia chiaro, pura coincidenza.

Come si può leggere nell’articolo: “Storie incredibili di sedute spiritiche e di agenti del KGB”, Alberto Clò è lo stesso citato dalla Commissione Mitrokin, nella cui casa si effettuò la seduta spiritica (il gioco del piattino) che diede l’indicazione di Gradoli come prigione di Moro.

Piattino Gradoli

 

Per la costruzione della “gamba cattolica” siamo arrivati alla regressione più spinta.

La regressione italiana del centrino piattino è figlia, però, di una regressione più grande, quella nella quale si è infilata l’Europa grazie al grande inciucio tra la Democrazia cristiana europea (leggi Ppe), i socialisti, i verdi e altri cespugli. La regressione iniziale è stata quella di tornare al Reich tedesco (Maastricht) e di essersi venduti armi e bagagli alla finanza globalista che ha imposto il Green Deal, la distruzione dell’apparato produttivo europeo, la delocalizzazione in Cina, lo scontro con la Russia, nella speranza vana di fiaccarla e possibilmente farla esplodere in tanti pezzi, per comprarsela a basso prezzo.

Oggi, in perfetta concomitanza con l’avvio della Seconda Yalta a Pechino (Xi-Trump), dopo che il primo mattone è stato posto in essere in Alaska (Putin-Trump), la voce della regressione è quella di Mario Draghi.

Alla cerimonia del Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, Mario Draghi ha detto: “In un mondo in cui le alleanze sono in continua evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”.

Doveva, per essere nella realtà e non nell’ideologia, aggiungere: per colpa nostra, perché ci siamo accomodati nel IV Reich in versione economica e venduti al globalismo finanziario.

“Per la prima volta dal 1949 – ha aggiunto Draghi – c’è la possibilità che gli Usa non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. Né la Cina offre un punto di riferimento alternativo”.

Il problema è che Mario Draghi non esce dalla logica regressiva nella quale è da sempre, così come lo sono quelli che continuano a pensare che l’Unione Europea sia ancora da tenere in piedi e, infatti, ha aggiunto: “All’esterno, abbiamo abbattuto le barriere commerciali, accolto con favore le catene di approvvigionamento globali e costruito la principale economia più aperta del pianeta. Ma all’interno, non abbiamo mai messo pienamente in pratica l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi e ampie parti della nostra economia intrappolate in una fitta rete di regolamentazioni. C’è una certa ironia in tutto questo. L’Europa ha fatto affidamento sui mercati per svolgere un compito che l’autorità politica comune non era in grado di svolgere. Ma abbiamo negato a quei mercati la dimensione continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato non è stata una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica”.

“Se avessimo intrapreso le misure necessarie per integrare la nostra economia – ha aggiunto ancora Draghi – i mercati dei capitali avrebbero convogliato una quota maggiore dei risparmi europei verso investimenti produttivi all’interno dell’Unione. L’energia circolerebbe più liberamente attraverso i confini, grazie a reti, interconnettori e sistemi di stoccaggio. La decarbonizzazione sarebbe stata più a portata di mano e le nostre economie meno sensibili agli shock legati ai combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con una quota maggiore di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori. Ma l’Europa ha scelto una strada più difensiva. Abbiamo cercato di tenere a bada i cambiamenti. Abbiamo limitato il consolidamento, contenuto il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza”

Nessuna presa d’atto che se l’Unione Europea è un mercato e una moneta non è altro che la tomba di una vera unità continentale, in quanto questa può solo essere il frutto di un processo che porti ad una Confederazione di Stati e non a un Moloch burocratico che distrugge energie.

Il riferimento al Moloch non è causale, in quanto Moloch è un termine che indica principalmente un’antica divinità associata alle culture del Vicino Oriente antico, in particolare cananea, fenicia e punica, legata a pratiche di sacrificio.

Oggi, in senso figurato, “Moloch” è usato per indicare un’entità, un sistema o un’istituzione che esige sacrifici enormi in cambio di potere, profitto o “progresso”.

Moloch simboleggia oggi, metaforicamente, qualsiasi forza che divora il futuro per il presente.

Esattamente quello che fa l’Unione Europea della quale Mario Draghi e Romano Prodi sono stati artefici.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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