
Due fiere, due visioni inconciliabili, un’unica città. Dal 13 al 17 maggio Frieze occupa The Shed a Hudson Yards; dal 15 al 19, Tefaf si installa al Park Avenue Armory. Si sovrappongono nel calendario ma abitano universi opposti
Frieze New York, alla sua quindicesima edizione, schiera oltre 65 gallerie con una curatela orientata verso narrazioni identitarie, postcoloniali e latinoamericane.
Il Financial Times parla di fiera «militante nella sua coerenza tematica»; Apollo Magazine apprezza come sappia «unire voci consolidate e pratiche emergenti in modo rigoroso e generoso».
Tra i protagonisti, David Hammons è il centro di gravità della settimana: White Cube presenta la prima mostra a due con Jannis Kounellis da oltre trent’anni, un dialogo sulla materia povera e la resistenza culturale.
Hammons, che da decenni trasforma i detriti della vita urbana afroamericana in commenti acuti su razza e classe, è anche l’autore di Day’s End, la scultura-fantasma in acciaio sul waterfront dell’Hudson.

Firelei Báez (Repubblica Dominicana, 1981) presenta da Hauser & Wirth il suo primo grande progetto newyorkese con la galleria: nuove pitture e, novità assoluta, bronzi di grande formato raffiguranti la ciguapa, figura trickster del folclore dominicano resa come creatura ibrida tra donna, pianta e animale.
Il pezzo centrale, View of Nature (2026, otto pannelli), trasforma un’incisione cartografica ottocentesca in un palinsesto dove tassonomia coloniale e conoscenza incarnata si sovrappongono in campiture di luce.

Virginia Jaramillo (El Paso, 1939) è uno dei nomi di punta di Frieze: la galleria Hales le dedica un booth monografico con nuove opere della serie Curvilinear, iniziata negli anni Sessanta.
Campi di colore attraversati da linee curve che si biforcano con precisione quasi scientifica. È un’estetica che attinge alla fisica quantistica trasformandola in astrazione meditativa. Frieze Magazine le dedica un ritratto: «Dare forma allo spazio».
A pochi isolati, da Gagosian, Giuseppe Penone (Garessio, 1947) espone The Reflection of Bronze, curata da Adam D. Weinberg. Le Clepsydra, alberi scavati e fusi in bronzo, misurano il tempo vegetale come clessidre; Marsia, ispirata al mito del satiro, sospende rami invertiti in una sala rivestita di sughero.
La domanda che percorre tutto: dove finisce l’uomo, dove comincia la natura?

Tefaf New York è un mondo opposto. Le circa 90 gallerie specializzate dall’antico al moderno non dialogano con Frieze – la ignorano. La logica è diversa: non il presente come campo di battaglia identitaria, ma la durata come criterio di valore.
Qui un bronzo romano del I secolo e un dipinto fiammingo del XV parlano la stessa lingua di un Velázquez da sette milioni di euro o di un Hammersøi proposto a quasi sei. Il mercato dell’arte storica tiene sulla fascia alta, soffre nella media.
The Art Newspaper rileva come Tefaf stia «resistendo con eleganza alla pressione del contemporaneo, custodendo un’idea di bellezza che trascende il momento». La resistenza, qui, non è una debolezza: è una posizione.

Il vero confronto tra le due fiere non è di mercato ma di filosofia: Frieze crede che l’arte debba rispondere al presente, Tefaf che debba sopravvivergli.
Le opere più potenti di questa settimana, da Hammons a Penone, da Báez a Jaramillo fino ai bronzi antichi del Park Avenue Armory, suggeriscono però che la distinzione sia meno netta di quanto sembri.
Dove la materia eccede la tesi, dove il gesto formale smette di illustrare e comincia a rivelare, le due fiere si trovano, senza saperlo, a parlare della stessa cosa.

Sergio Ansuini, già CEO di Ansuini Gioiellieri 1860, è stato fondatore e docente dei corsi di stilismo del gioiello all'Accademia di Costume e dello IED. Dopo incarichi apicali nelle associazioni orafe italiane, ha curato lo studio del Tesoro del Museo di San Pietro e il restauro delle suppellettili sacre del Sommo Pontefice.


