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“Per sempre sì” quinta all’Eurovision, ma demolita da snobisti

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"Per sempre sì" quinta all'Eurovision

Le invidie e le ripicche delle pseudo élite intellettuali italiane

“Per sempre sì” è arrivata quinta all’Eurovision. È la canzone che ha segnato la cesura definitiva tra gli italiani e gli intellettuali da salotto.

“Adatta a un matrimonio della camorra”, così l’aveva apostrofata Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere della Sera, il giorno dopo la vittoria al Festival di Sanremo.

La sentenza di demolizione dell’intellighenzia con il golfino di cashmere d’ordinanza non si era fatta attendere. Poi si era subito propagata a macchia d’olio grazie a chi, solo poche ore prima, gli aveva consegnato la vittoria: la sala stampa e le radio.

Siccome in certi ambienti italiani è perduto chi non si allinea con il maître à penser di turno, la fucilazione a pallettoni era il minino che potesse capitare a Sal Da Vinci.

Certo è una canzone facile, orecchiabile, di quelle che puoi cantare sotto la doccia, ma rileggere le critiche fa venire i brividi lungo la schiena. La direttrice d’orchestra Gianna Fratta definì lo stile neomelodico non brutto, ma “pericoloso”.

Qualcun altro, probabilmente da Marte, si spinse a bollare la canzone come “inno del patriarcato”, perché un uomo che chiede a una donna di sposarlo nel 2026 è evidentemente un atto eversivo.

In realtà, non si attaccava il brano. Si attaccava Sal Da Vinci in quanto napoletano, espressione di una cultura popolare che una certa Italia considera geneticamente inferiore. L’avvocato del cantante parlò apertamente di discriminazione territoriale.

Per esistere, questi sputa sentenze del pensiero ardito devono essere contro. Sempre. È la loro condizione strutturale: se non disprezzano, non hanno titolo per stare al tavolo a pontificare. E, se non sono lì, non esistono.

Il copione si è ripetuto con fedeltà da manuale all’Eurofestival. Sui social, nelle ore della semifinale, il circo della distinzione si è esibito puntuale.

“Orrore”. “Imbarazzante”. “Canzoni da matrimonio napoletano”. “Come italiano, questa è fottutamente imbarazzante”.

Un artista con cinquant’anni di palcoscenico, vincitore dell’ultimo Sanremo, che raccoglie standing ovation da un pubblico europeo libero da pregiudizi domestici, è stato demolito in tre parole da chi confonde lo snobismo con il giudizio.

Il video della sua esibizione in semifinale è diventato il più visto dell’intera competizione: oltre cinque milioni di visualizzazioni. L’arena applaudiva in piedi. I social italiani schernivano seduti.

La stessa identica dinamica, due settimane prima, aveva colpito un altro bersaglio. Il 6 maggio, alla cerimonia dei David di Donatello, il protagonista del film più visto nella storia del cinema italiano non era in sala.

“Buen Camino” di Checco Zalone: 9,5 milioni di spettatori, 76 milioni di euro al botteghino. Più di qualunque altro film italiano di sempre. Eppure l’Accademia del Cinema gli ha riservato una candidatura. Una sola. Per la migliore canzone originale.

Il David per il miglior film è andato a “Le città di pianura”, opera che avrà certamente i suoi meriti, ma che il grande pubblico italiano non ha visto e che, probabilmente, mai vedrà.

Tre episodi in tre mesi. La stessa struttura di potere.

Da una parte milioni di persone che scelgono, pagano, riempiono sale e arene, cantano, si commuovono.

Dall’altra una cricca culturale che decide cosa sia arte e cosa spazzatura, chi meriti un premio e chi lo scherno, chi appartenga al cerchio dei meritevoli e chi resti fuori a intrattenere il volgo.

Il sociologo Pierre Bourdieu lo spiegò nel 1979 in “La distinzione”, con una precisione che il tempo ha solo confermato. Il gusto non è mai neutro. È uno strumento di classificazione sociale.

Chi si percepisce culturalmente dominante usa il giudizio estetico per tracciare confini, imporre una distanza sociale, per distribuire legittimità secondo criteri stabiliti da pochi, imposti a molti, senza mai rendere conto al pubblico reale.

Il meccanismo è automatico e quasi inconscio: chi scrive “orrore”, sotto l’esibizione di un cantante italiano su un palco europeo, si sente persona di gusto, mai qualcuno che sta esercitando un pregiudizio di classe.

C’è chi ascolta musica straniera di terza fascia e si sente cosmopolita. Chi trova Sal Da Vinci imbarazzante e un crooner anglosassone illuminante, non per ragioni musicali elaborate, ma perché il primo canta in italiano e il secondo in inglese.

C’è chi confonde l’esterofilia con la sofisticazione. Prendiamo Mario Biondi: voce riconoscibile, carriera solida, nessuno lo mette in discussione come professionista. Ma chi lo eleva a simbolo di raffinatezza non lo fa per la musica.

Lo fa per quello che rappresenta socialmente: la scelta sicura di chi vuole sentirsi sofisticato senza la fatica di esserlo. Il distintivo culturale da bavero, non l’ascolto consapevole.

Chi ama davvero la musica sa dove cercarla e non ha bisogno di nessuno per sentirsi all’altezza.

Il paradosso è chirurgico. La stessa cultura, che liquida come provinciale o peggio cafone un artista capace di commuovere un’arena straniera cantando nella propria lingua, eleva a simbolo di classe prodotti costruiti sull’imitazione addomesticata di tradizioni altrui.

È il parmesan venduto nei supermercati americani a chi vuole sentirsi europeo: assomiglia al parmigiano, ne imita la forma, con l’originale condivide poco.

E la dinamica non si ferma alla musica e al cinema. Si replica identica in politica, con gli stessi protagonisti e lo stesso meccanismo. A marzo, quando gli italiani furono chiamati al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, la medesima classe culturale si schierò in massa per il No.

Fiorella Mannoia, Alessandro Gassmann, Dacia Maraini, Alessandro Barbero, Monica Guerritore, Daniele Silvestri. Tutti in campo, tutti convinti, tutti a spiegare agli italiani perché dovessero rigettare una riforma costituzionale che ridisegnava i rapporti tra giudici e pubblici ministeri.

Una materia tecnica che i costituzionalisti discutono da trent’anni senza trovare una sintesi. Ma loro avevano già la risposta. La stessa certezza con cui bocciano una canzone pop senza averla ascoltata, la applicarono a un quesito costituzionale senza averne letto il testo.

Il meccanismo è identico. Non si ragiona: si appartiene. Si sceglie la squadra e si tifa.

Sal Da Vinci è nella squadra sbagliata perché viene dal basso e piace alla gente. La riforma della giustizia era nella squadra sbagliata perché la sosteneva il governo. Il merito non entra mai nell’equazione. Entra solo l’appartenenza.

C’è una parola che questa classe culturale usa spesso e volentieri: “popolare”. La pronuncia sempre con una sfumatura di sufficienza, come se descrivesse qualcosa di geneticamente inferiore all’arte vera.

Ma popolare significa del popolo. Significa che qualcuno ha fatto qualcosa di abbastanza vero e abbastanza umano da arrivare a milioni di persone senza bisogno di una guida alla lettura. Non è una definizione di inferiorità. È una definizione di efficacia.

L’arte che ha resistito nei secoli era tutta arte popolare nel momento in cui è nata. Verdi riempiva la Scala e la Fenice, adorato dal pubblico, guardato dall’alto dai puristi che gli preferivano Wagner.

La commedia dell’arte nasceva nelle piazze. Totò fu trattato per tutta la vita come un pagliaccio da avanspettacolo: oggi è riconosciuto come genio assoluto.

Mario Merola portò la sceneggiata napoletana davanti a milioni di italiani e la critica lo ignorò, come si ignora un parente imbarazzante.

Tutti considerati di serie B dai custodi del gusto della propria epoca. Il tempo ha fatto il suo lavoro. I custodi sono stati dimenticati insieme ai loro giudizi.

A chi serve questo sistema? A chi lo gestisce. Serve a mantenere una gerarchia culturale che distribuisce patenti di legittimità a circuito chiuso.

Si autoalimenta con i propri premi, si autoconferma con le proprie giurie e non rende mai conto a chi compra il biglietto, a chi riempie la sala, a chi preme play.

Il pubblico ha già votato. Con i biglietti, con le sale piene, con 26 milioni di stream. 9,5 milioni di spettatori al cinema. Una standing ovation a Vienna da gente che ascoltava senza doversi allineare.

E, se per un caso fortuito i difensori della cultura con la erre moscia dovessero avere ragione, per la prima volta nella storia delle sette note, e la canzone di Sal Da Vinci piacesse solo ai cafoni, sappiano che sono orgoglioso di essere cafone pure io.

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