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Casa, il buco nero che sta divorando l’Occidente

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Casa, il buco nero

… e che nessuno vuole vedere

Si chiama casa. Dovrebbe essere un tetto, un riparo, un luogo dove crescere figli e invecchiare in pace.

Invece, in gran parte dell’Occidente, è diventata un mostro. Un buco nero economico che risucchia capitali, distorce i mercati, imprigiona intere generazioni in un ingranaggio di affitti insostenibili e mutui impossibili.

I governi lo guardano e celebrano la “crescita”. Le banche lo alimentano con mutui a tassi agevolati. I media raccontano l’ennesimo record di vendite. E intanto, il denaro che potrebbe costruire fabbriche, ponti, scuole, ospedali, ricerca, innovazione, finisce dritto dritto in un mattone.

Un mattone che, a differenza di un brevetto o di una macchina utensile, non produce nulla. Sta lì. E il suo prezzo sale. Solo perché qualcuno è disposto a pagarlo di più.

Il paradosso è vecchio quanto il capitalismo, ma oggi ha raggiunto una virulenza inaudita. Nei Paesi anglosassoni – Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda – il ciclo è identico: domanda inesauribile, offerta bloccata, prezzi che si staccano da ogni logica salariale.

A Toronto, una casa unifamiliare costa oltre un milione di dollari. Un reddito medio basta a malapena per pagare gli interessi del mutuo, figuriamoci per accumulare un acconto.

A Londra, il prezzo medio supera di dieci volte e mezzo la retribuzione annua. A Sydney, il rapporto è di quasi quattordici volte. E mentre i giovani rinunciano a mettere su famiglia, gli investitori comprano la terza, quarta, decima proprietà, certi che il valore non potrà mai scendere.

La logica del buco nero è spietata. Fase uno: i prezzi salgono, attratti da capitali che cercano rendimenti sicuri. Fase due: l’aumento dei prezzi attira nuovi capitali, in un circolo vizioso che sembra non avere fine. Fase tre: la distorsione diventa sistemica.

Un giovane imprenditore con un’idea brillante fatica a trovare finanziamenti, perché le banche preferiscono prestare a chi compra l’ennesimo appartamento. Un’azienda manifatturiera cerca investitori, ma questi preferiscono il mattone, che rende di più e con meno rischio.

Fase quattro: il PIL, misurato con i suoi strumenti ottocenteschi, cresce lo stesso, grazie alla “ricchezza” immobiliare e ai fitti imputati. Ma la ricchezza reale – quella che crea posti di lavoro, innovazione, produttività – langue.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. I giovani canadesi devono scegliere tra affitto e spesa. I giovani britannici rinunciano a lasciare la casa dei genitori. Gli australiani si trasferiscono in periferia, tre ore di treno dal centro. I neozelandesi vedono le proprie città trasformarsi in villaggi per turisti facoltosi.

E la politica, da destra a sinistra, non fa nulla. Perché i proprietari votano, gli affittuari no. Perché le banche hanno bisogno di garanzie solide. Perché i governi misurano il loro successo in base al valore degli immobili, non in base alla felicità dei cittadini.

Il Canada è il caso più emblematico. Negli ultimi vent’anni, il prezzo delle case a Toronto e Vancouver è più che triplicato, mentre i salari sono cresciuti a malapena. L’immigrazione record ha alimentato la domanda, ma le restrizioni urbanistiche hanno bloccato l’offerta.

Il governo ha pompato liquidità, le banche hanno allentato i criteri, e il risultato è una bolla che nessuno ha il coraggio di bucare. La stessa dinamica si ripete in Australia, dove Sydney è diventata inaccessibile per la classe media, e in Nuova Zelanda, dove Auckland ha visto i prezzi schizzare oltre ogni limite.

L’Europa non è immune. Londra è il buco nero del Regno Unito, ma il contagio si estende a Manchester, Bristol, Edimburgo. Parigi, Milano, Amsterdam, Stoccolma: ovunque il capitale cerca rifugio nel mattone, sottraendosi all’economia reale.

La Germania, con il suo rigore fiscale e il suo sistema di affitti regolamentati, ha resistito meglio, ma anche lì la pressione cresce. Perché il buco nero è un fenomeno globale. Il denaro non ha patria.

La soluzione esiste, ma è impopolare. Tassare le seconde case. Incentivare l’edilizia popolare. Rompere le rendite fondiarie. Limitare i mutui agevolati per gli investitori. Costruire, costruire, costruire.

Ma i governi preferiscono la piazza, gli annunci roboanti, le promesse tradite. Meglio un bonus per la ristrutturazione che una casa popolare. Meglio uno sconto sugli elettrodomestici che un tetto per chi non ce l’ha.

È difficile proporre soluzioni miracolose. Peraltro in un contesto caratterizzato da sfiducia nei politici che promettono mari e monti e poi si siedono sulle rendite. Ha solo la certezza che questo sistema è ingiusto, insostenibile, e destinato a implodere.

Perché i prezzi non possono salire all’infinito. Perché i giovani non possono vivere per sempre in camere in affitto condivise con perfetti sconosciuti. Perché prima o poi la bolla si sgonfia, e chi ci rimette sono sempre gli ultimi.

L’unica consolazione è che il buco nero, per sua natura, alla fine si autodistrugge. Ma quanto dolore dovrà ancora infliggere prima di crollare? Quante generazioni dovranno rinunciare a un figlio, a un viaggio, a un sogno? La domanda è nell’aria. La risposta, come al solito, è affidata al silenzio di chi potrebbe cambiare le cose e non lo fa.

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