La convivenza: un matrimonio deliberatamente incompiuto
La chiamano convivenza, quasi fosse una forma aggiornata, agile, disincantata del matrimonio. Non lo è. È un’altra cosa. E, soprattutto, nasce da un’altra idea dell’uomo, dell’amore e della vita.
“Ci stiamo provando”, dicono.
Come se un progetto definitivo potesse essere preceduto da un collaudo sentimentale, da una sorta di tirocinio domestico. Ma la verità è più semplice e meno romantica: nella convivenza non c’è il matrimonio, nemmeno in embrione. Nel matrimonio, invece, c’è anche la convivenza.
E c’è molto di più: c’è un’assunzione pubblica di responsabilità, c’è una promessa – sacra per chi ha fede – c’è l’idea, oggi quasi scandalosa, che la vita non sia fatta soltanto di comode uscite di sicurezza e porte girevoli.
È precisamente questo a terrorizzare il nostro tempo: il carattere irrevocabile delle scelte.
Il “per sempre” suscita, ormai, lo stesso orrore che un tempo destavano le catene. Così si preferisce restare “compagni”.
Termine curioso e piuttosto miserabile, che pretende di evocare intimità ma conserva sempre qualcosa di provvisorio, di revocabile, di contrattualmente friabile. Si è compagni di viaggio, di scuola, di partito. Non di destino.
Eppure, questi “compagni” mettono al mondo figli. Vale a dire: assumono l’unico impegno davvero irreversibile dell’esistenza, mentre rifiutano, accuratamente, quello che dovrebbe precederlo e sostenerlo.
È il paradosso perfetto della modernità: si fugge dalla responsabilità reciproca, ma ci si carica della responsabilità assoluta verso un figlio. Senza capire che il bambino non è il coronamento di un idillio privato, ma la domanda vivente di una stabilità, di una continuità, di una casa che non sia smontabile come un mobile dell’Ikea.
Per questo i conviventi sono spesso, più che conviventi, conniventi.
Conniventi con l’idea che il legame debba restare scindibile. Conniventi con il culto dell’io, che non vuole sacrificarsi a nulla che non possa abbandonare quando l’umore cambia. Conniventi con un tempo che ha trasformato la prudenza in viltà e l’egoismo in diritto civile.
Naturalmente, ciascuno è libero di vivere come preferisce. Ma si abbia almeno il coraggio della chiarezza.
La convivenza non è un matrimonio più moderno. È un matrimonio deliberatamente incompiuto. Un’unione che si riserva il diritto di non diventare mai davvero una famiglia.
Due individualità che abitano insieme. E che, finché tutto va bene, si chiamano carinamente l’un l’altro amore. Quando non va più, si chiamano ex.





