I tabù di una sinistra, più che mai intollerante
Da qualche tempo mi sto chiedendo che impatto abbia la sinistra, la sua egemonia culturale, sulla cultura italiana.
E non mi riferisco solo a questioni come ad esempio, Gaza e ciò che è politico, ma anche alla costruzione di un’identità nazionale ed europea. E credo l’impatto sia enorme.
Quando ero adolescente, e già affascinato dal mondo germanico e celtico – e non c’era alcuna ricerca delle mie origini, visto che vengo da uno dei pochi luoghi in Italia che non hanno avuto celti e che ha avuto un dominio germanico molto blando, cioè la Sicilia – ricordo che un dogma della sinistra, che era già l’area a cui ero legato, statuiva che Tolkien non andava letto, perchè considerato persona di destra; lo stesso dicasi per le rune e tutto ciò che era legato al mondo germanico, parimenti visto come di destra.
E non era una mia impressione. La critica letteraria italiana degli anni Settanta, schiacciata sul marxismo ortodosso, bollò Tolkien come “di destra”, “razzista e reazionario”, “intinto di pangermanismo spirituale”.
Franco Cardini lo ha raccontato con precisione: mentre negli Stati Uniti Tolkien era il guru dei ragazzi del Flower Power e di chi si opponeva alla guerra del Vietnam, in Italia la sinistra ufficiale rifiutò quel immaginario, e furono le frange di destra a raccoglierlo.
Il risultato è che da più di cinquant’anni abbiamo la situzione ‘straniante’ per cui il libro che negli Usa era ‘la Bibbia dei capelloni’, da noi è stata bollata come ‘la Bibbia dei naziskin’.
È solo col film che Il Signore degli Anelli è diventato di massa.
Credo che questo stigmatizzare la cultura germanica impedisca di fare una riflessione sulla nostra identità italiana ed europea.
Perché anche lo stesso regno di Sicilia fu fondato da discendenti norreni che tolsero l’isola agli arabi. Per lungo tempo il nome dell’Italia fu Longobardia, e l’impatto dei popoli germanici sull’Europa è stato fondamentale.
I Longobardi entrarono in Italia nel 568 e fondarono un regno che fuse cultura germanica ed eredità romana; la regina Teodolinda fu tra coloro che avvicinarono quel popolo alla Chiesa di Roma, e da quell’incontro nacque una nuova arte e una nuova identità. Non furono ‘estranei’: furono uno dei pilastri su cui si costruì l’Italia.
Sì, certamente esiste un’eredità romana, ma dimentichiamo troppo spesso che Roma non era un impero europeo, ma un impero che sorgeva su tre continenti: Africa, Europa e Asia.
I romani non si sentivano e non erano particolarmente europei. E lo stesso termine ‘europei’ viene introdotto dopo Poitiers, alla corte di Carlo Magno.
Il primo autore occidentale a parlare di Europa come unità politica, e non come mero concetto geografico, fu un chierico anglosassone della cancelleria di Carlo Magno, Cathwulf, in una lettera del 775; Carlo Magno fu chiamato “padre d’Europa” in un poema dell’811.
L’Europa come idea politica nasce in un ambiente franco-germanico, non romano.
L’Europa non è ciò che resta dell’impero romano, è il frutto dell’eredità romana e dell’elaborazione dei popoli germanici. Cioè, continuiamo a dividere l’Europa in un’Europa germanica e una latina – a quella slava pensiamo pochissimo – quasi fossero in contrapposizione.
Oggi in Italia si sentono i Longobardi come quasi estranei, marginali, eppure questo popolo era molto vicino a quello sassone, ai bavari. Esiste una profonda anima germanica – che non significa ariana e non ha nulla di destra – che ha modellato l’Europa, tutta l’Europa, più di quanto si voglia ammettere.
E quest’anima germanica, insieme a quella latina, hanno creato la nostra Europa: il che vale per il Regno di Sicilia con i normanni, come per il principato di Kyiv con i variaghi.
Eppure, oggi una certa cultura di sinistra – vedi Barbero – con la sua impronta conservatrice, tende a impedire queste riflessioni. Certo, Barbero non è un conservatore che vuole nascondere l’anima germanica: Barbero racconta i Longobardi in televisione, spiega la fusione tra germanico e romano, e lo fa da anni.
Il problema è che quella riflessione, nella cultura di sinistra nel suo complesso, è sospesa tra l’imbarazzo e l’accusa di ‘pangermanesimo’.
La questione non è ‘destra o sinistra’, è che un’identità culturale non si costruisce per sottrazione. Se l’Italia è stata Longobardia, se la Sicilia normanna è stata uno dei laboratori più straordinari di fusione tra culture, se l’idea stessa di Europa nasce alla corte di Carlo Magno e non sul Palatino, allora una cultura che si definisce progressista e che vuole costruire un’identità europea inclusiva non può permettersi di trattare il mondo germanico come un tabù.
Perché il tabù non protegge nessuno: consegna quel patrimonio a chi lo usa per escludere, invece di includere.
Se superassimo questa contrapposizione, potremmo elaborare un’identità europea molto più forte, che includa tutti noi europei.
Non un’identità ‘ariana’ o ‘germanica’ in senso etnico – anche perchè è la caricatura che ha fatto danni enormi – ma un’identità derivata dal fatto che l’Europa è nata da un intreccio, e che quell’intreccio è la sua forza, non la sua vergogna.





