Il testo integrale trascritto della testimonianza del professor Giorgio Palù alla Commissione d’inchiesta sul Covid
AUDIZIONE DEL PROFESSOR GIORGIO PALÙ
Commissione d’Inchiesta
Apertura di seduta
PRESIDENTE. Bene. Iniziamo la seduta. L’ordine del giorno reca l’audizione del professor Giorgio Palù, docente emerito di virologia e microbiologia all’Università di Padova, al quale rivolgo un saluto e un ringraziamento.
È nostro ospite e sarà sentito in forma di libera audizione nell’ambito del ciclo istruttorio sulle misure adottate per prevenire, contrastare e contenere la diffusione del virus SARS-CoV-2 nella seconda fase dell’emergenza epidemiologica, e anche per quello che riguarda il filone delle vaccinazioni e degli effetti avversi delle stesse.
Avverto che le sedute odierne verranno redatte in resoconto stenografico con il sommario; la pubblicità dei lavori sarà assicurata anche mediante la trasmissione nel circuito televisivo interno e sulla web TV della Camera. Tale trasmissione potrà essere interrotta, anche solo temporaneamente, ove le circostanze lo richiedano. Inoltre l’audizione potrà essere, ove vi sia necessità o su richiesta dell’audito, in tutto o in parte secretata. In tal caso il resoconto stenografico verrà comunque redatto e conservato in regime di segretezza. La Commissione, qualora deliberasse in seguito per la declassificazione, sarà chiamata ad acquisire il previo assenso dell’audito, ove la secretazione sia stata disposta su richiesta dell’audito medesimo.
Bene. Allora, ci diamo un termine temporale perché l’interlocuzione con il professor Palù si debba chiudere entro le ore 15:00. In ogni caso abbiamo già la disponibilità del professor Palù a tornare qualora non esaurissimo le domande.
Do la parola al professor Palù per una sua breve introduzione e relazione iniziale, poi darò la parola ai commissari. Prego, professor Palù.
Relazione iniziale del Professor Giorgio Palù
GIORGIO PALÙ. Grazie, Presidente. Buongiorno senatori, onorevoli.
Ecco, io ho ricevuto una convocazione che mi chiedeva di entrare nell’argomento rispetto al periodo settembre – dicembre 2020. Ci tengo a precisare che in quel periodo ero da pochissimo andato in pensione: avevo reclutato il mio sostituto a Padova, ero stato in precedenza preside della Facoltà di Medicina, prorettore e direttore del Dipartimento di Medicina Molecolare. Avevo lasciato nell’ottobre del 2019 sia la cattedra sia il laboratorio di microbiologia e virologia che avevo diretto per più di 20 anni.
In quel momento ero stato cooptato dalla Regione Veneto, sia dal Presidente sia soprattutto dal SER (Servizio Epidemiologico Regionale), dal Dipartimento di Prevenzione e dall’Azienda Zero come consulente. Fornivo i miei suggerimenti ma, soprattutto, non avevo smesso di lavorare. Ricordo che ero stato presidente della Società Europea di Virologia fino al 2019, oltre che fondatore e presidente di quella italiana più o meno per lo stesso periodo. Ero in contatto con molti virologi americani ed inglesi.
In quel periodo, dal 2020 al 2023 (quando l’OMS ha dichiarato conclusa l’emergenza pandemica), credo di aver pubblicato un centinaio di lavori, molti dei quali su SARS-CoV-2 e COVID-19. Lì potete ritrovare quello che era il mio pensiero nell’epoca.
Ebbi a consigliare al Presidente della Regione di bloccare i viaggi da e per la Cina. Avevo anche suggerito l’isolamento fiduciario per le persone quando ci accorgemmo dei primi casi (il 20 – 21 febbraio 2020, con la morte del settantasettenne Andrea Trevisan e i casi a Vo’ Euganeo e Codogno).
Il mio laboratorio era già preparato ad allestire test nell’ottobre del 2019, perché nel mio gruppo avevo non solo virologi e biologi molecolari, ma anche bioinformatici. Già circolava l’idea che in Cina ci fosse un nuovo virus – si ricordi l’oculista che poi morì di COVID e che fu arrestato per aver diffuso la notizia. Pubblicai quello che credo sia stato uno dei primi lavori scientifici sul COVID-19/SARS-CoV-2, uscito a settembre su Pathogens and Disease, che parlava dei Coronavirus come paradigma di nuove infezioni pandemiche emergenti. Avevo già previsto che, se ci fosse stata una possibile pandemia – se ne parlava già dal 2009 con l’H1N1 -, un nuovo virus sarebbe potutosi emergere dai Coronavirus.
Ho contribuito in quel periodo con pubblicazioni scientifiche e anche con due libri: Virusfera, scritto con Clemente e pubblicato da La Nave di Teseo, e All’origine. Il virus che ci ha cambiato la vita, pubblicato da Mondadori. In quest’ultimo parlo di come origina il virus, delle misure adottate o non adottate dall’OMS e del fatto che l’Italia si sia comportata in maniera frammentata (19 regioni e 2 province autonome), nonostante la Costituzione preveda che un’emergenza di questo tipo debba essere gestita centralmente. Lì trovate i miei commenti e l’individuazione delle criticità su come fu gestita la pandemia nel primo periodo.
Ero intervenuto per raccomandare l’isolamento fiduciario, anche perché avevo notizie continue grazie ai rapporti con colleghi virologi giapponesi, cinesi e americani. Già nel 2014 ero intervenuto all’Accademia Nazionale delle Scienze a Washington, come presidente della Società Europea di Virologia, per discutere sulle modificazioni genetiche e sugli esperimenti gain of function dei virus. Ricordo che interloquimmo con Ralph Baric, il virologo che collaborava con Zhengli Shi, direttrice del laboratorio di Wuhan. Si decise, su intervento di Baric, che dovevano essere messe al bando le operazioni di gain of function (allora il problema era H5N1). Baric si oppose al bando delle manipolazioni genetiche sui coronavirus perché mancava un modello animale.
Ho seguito la vicenda ed ero stato cooptato da un gruppo internazionale di virologi e bioinformatici, pubblicando diversi lavori presenti su PubMed con colleghi di fama internazionale come Kenneth Lundstrom, Mutaz Tamawasa, Alaa A. A. Aljabali, Vladimir Uversky, Adam Brufsky. Abbiamo scritto lavori sul contenimento pandemico, sulla patogenesi, sull’epidemiologia, sull’origine del virus e sul rischio di produrre trombosi sia per l’infezione sia per i vaccini. Di recente ho pubblicato un importante lavoro su Hepatology che riguarda l’infezione delle cellule e degli epatociti satelliti nell’indurre un atteggiamento pro-coagulativo nel fegato.
Sulla prima ondata, il virus comparve da noi a febbraio, ma già a gennaio c’erano a Roma due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani. A quell’epoca circolava il ceppo prototipo di Wuhan, che poi mutò con la sostituzione aminoacidica D614G sulla proteina Spike, aumentandone molto l’infettività. La letalità iniziale riportata per il COVID (sui casi accertati) era dell’1,5% – 2%, ovvero di alcuni ordini di grandezza superiore alla nota mortalità dei virus respiratori influenzali (0,01%-0,1%), ma fortemente dipendente dall’età delle persone colpite.
L’altra cosa che segnalai fu la protezione degli anziani: era evidente dai primi dati che la letalità fosse concentrata soprattutto nei soggetti sopra i 60 anni. Gli inglesi, ad esempio, protessero in maniera particolare questa fascia d’età. Quando in Italia si fece il primo lockdown, l’estensione fu generalizzata e non si pensò di proteggere prioritariamente gli anziani o di tenerli riservati.
Non intervenni direttamente sulle misure istituzionali perché non ne avevo titolo, ma mi permisi di raccomandare indicazioni all’allora direttore dell’AIFA, Magrini, che entrava nel CTS (istituito a marzo 2020). Ogni tanto mi chiedeva consulenze. Io venivo interpellato dai media come esperto virologo. Nei miei libri troverete anche quella che considero la cattiva informazione fatta dai giornalisti e da tanti cosiddetti “virologi” che virologi non erano, non avendo mai pubblicato un lavoro scientifico di virologia, ma che discettavano evocando scenari apocalittici per garantirsi presenza televisiva. Quei libri sono stati scritti per rendere omaggio alla disciplina della virologia, che annovera il maggior numero di premi Nobel e che non poteva essere trattata in questo modo.
Ho collaborato anche con un ricercatore del CNR, Giovanni Sebastiani. Con lui abbiamo scritto due articoli: uno sull’apertura delle scuole e la seconda ondata, e un altro sulla diffusione del virus. Non sono un matematico (ho fatto il liceo classico e ho studiato la matematica da autodidatta nel corso della mia carriera scientifica), ma ho capito che questi fenomeni andavano analizzati con modelli matematici. Abbiamo utilizzato un modello derivato dallo studio dei terremoti per comprendere la distribuzione spazio-temporale. Ci accorgemmo che in Veneto (grazie ai dati forniti dal Servizio Epidemiologico Regionale e dall’ingegnere informatico Lorenzo Gubian) l’incidenza tra le province di Venezia, Vicenza e Treviso era pressoché identica: quando il virus si era diffuso uniformemente, la dinamica ricalcava quella dei terremoti.
In quel periodo scrivemmo dell’apertura delle scuole: muovere 8 milioni di persone dopo un lockdown ha sicuramente impattato. I giovani non sviluppavano forme gravi (letalità dello 0,000%), ma agivano da diffusori (spreader).
Negli anni successivi mi sono occupato di applicare la teoria del caos con un matematico per capire se fosse possibile predire la pandemicità di un virus. La teoria del caos prevede che piccole variazioni iniziali in un sistema complesso possano determinare conseguenze notevoli. Abbiamo ipotizzato che una crescita caotica nella prima fase possa predire il potenziale pandemico. Applicando questo modello a SARS-CoV-1, MERS, Ebola, influenza, morbillo e SARS-CoV-2, abbiamo riscontrato che l’unico a mostrare questo profilo era SARS-CoV-2.
Inoltre, applicando la teoria evolutiva darwiniana, ho pubblicato studi statistico-matematici dimostrando che nessun virus pandemico ha “interesse” a uccidere l’ospite: se un virus è troppo letale (come Ebola), si autolimita. L’ho scritto nei miei libri e lo ripetevo in televisione mentre altri evocavano scenari catastrofici. Le pandemie normalmente si estinguono nel giro di due o tre anni. Avevo anche ipotizzato che SARS-CoV-2 avrebbe seguito l’evoluzione degli altri quattro coronavirus umani endemicizzati (OC43, 229E, NL63, HKU1), diventando sostanzialmente un virus del raffreddore.
Credo di avervi sintetizzato il mio contributo scientifico.
Interventi e Domande dei Commissari
PRESIDENTE. Benissimo, grazie professore. È stato sintetico, dando così la possibilità ai commissari di fare domande. Do subito la parola all’onorevole Loizzo.
SIMONA LOIZZO. Grazie Presidente. Professor Palù, l’ho ascoltata con molta attenzione. Le volevo chiedere: in qualità di Presidente di AIFA, durante le campagne vaccinali, ha mai ricevuto pressioni politiche o governative per accelerare o estendere l’approvazione dei vaccini?
GIORGIO PALÙ. Assolutamente no. All’AIFA esiste un codice di comportamento molto rigido: né il Presidente né il Direttore potevano subire tali condizionamenti. Ricordo che fui nominato il 4 o 5 dicembre 2020 e mi sono dimesso nel febbraio 2024. All’epoca non ero il legale rappresentante (lo sono diventato con la riforma dell’AIFA che ho promosso, poiché era l’unica agenzia di Stato in cui il Direttore Generale figurava come unico legale rappresentante pur in presenza di un Cda). Non potevamo neanche partecipare ai congressi delle aziende farmaceutiche e le audizioni dovevano essere pubbliche. Per quanto riguarda la politica, l’allora Ministro della Salute non mi fece mai alcuna pressione.
SIMONA LOIZZO. Neanche per le dosi booster o per le vaccinazioni pediatriche tra gli 11 e i 15 anni?
GIORGIO PALÙ. No. Il Ministro mi consultava più che altro per chiedermi pareri scientifici sugli avvenimenti in corso. Mai pressioni.
SIMONA LOIZZO. E come valuta la gestione della farmacovigilanza attiva sui vaccini ad RNA messaggero in Italia? Ritiene che le segnalazioni di eventi avversi siano state raccolte ed elaborate con la dovuta capillarità?
GIORGIO PALÙ. La farmacovigilanza viene esercitata a livello internazionale ed europeo da EMA, FDA, OMS e, a livello nazionale, da AIFA. Per quanto riguarda l’AIFA, non ero io il responsabile diretto dell’ufficio di farmacovigilanza. Se devo dare un giudizio, la farmacovigilanza andrebbe sicuramente migliorata: era basata prevalentemente sulla segnalazione spontanea (passiva) da parte del medico o del paziente. All’AIFA arrivavano le documentazioni che venivano valutate dal Comitato Tecnico per verificare il nesso di causalità temporale e biologico (in caso di decessi, pericarditi, trombosi, ecc.).
Si sarebbe potuto fare di meglio. Il problema è anche strutturale e culturale: riguarda il Fascicolo Sanitario Elettronico e l’Anagrafe Vaccinale. Alcune regioni hanno sistemi avanzati, mentre altre hanno ancora un’anagrafe non digitalizzata. La mancanza di un fascicolo sanitario elettronico ben integrato e operativo a livello nazionale ha influito negativamente sulla capillarità della raccolta dati.
PRESIDENTE. Per chiarire il tema della farmacovigilanza: ai fini dell’individuazione degli effetti avversi in una vaccinazione di massa, ritiene sia più performante la farmacovigilanza passiva o quella attiva?
GIORGIO PALÙ. Sicuramente quella attiva. Molti dati sugli eventi avversi rari – come i fenomeni trombotici e trombocitopenici emersi con i vaccini a vettore virale (AstraZeneca e Johnson & Johnson) nelle giovani donne – ci sono giunti tempestivamente da studi e segnalazioni di altri Paesi europei ed extraeuropei (come Israele) che applicavano sistemi di farmacovigilanza attiva.
PRESIDENTE. Quindi per una vaccinazione di massa con una tecnologia nuova, condotta negli hub con tempi ristretti, sarebbe stato necessario implementare la farmacovigilanza attiva?
GIORGIO PALÙ. Sì, è una delle lezioni che avremmo dovuto apprendere e che ho richiamato anche nei miei scritti.
SIMONA LOIZZO. Poiché era noto che il vaccino non bloccava del tutto la trasmissione del virus, ma serviva prioritariamente a prevenire le forme gravi di malattia, perché non si è modificato l’impianto comunicativo del Green Pass, che veniva presentato come garanzia di ambiente sicuro dal contagio?
GIORGIO PALÙ. In vaccinologia i vaccini “sterilizzanti” (in grado di prevenire sia l’infezione sia la trasmissione, come quelli per morbillo o vaiolo) sono pochissimi. Con SARS-CoV-2 era chiaro che la protezione riguardasse soprattutto la malattia grave. Per questo andava raccomandato prioritariamente agli anziani e ai soggetti fragili.
Sulla comunicazione ci sono state evidenti criticità. In Italia hanno comunicato tutti: Presidenti di Regione, singoli esperti e presunti tali. In altri Paesi la comunicazione era accentrata ed istituzionale: in Germania parlava Christian Drosten, nel Regno Unito il Chief Medical Officer, in Francia gli esperti dell’Institut Pasteur, negli Stati Uniti Anthony Fauci. Da noi la comunicazione avrebbe dovuto essere unicamente istituzionale, gestita dal Ministero o dall’Istituto Superiore di Sanità.
BEATRICE LORENZIN. Mi preme precisare che la strategia comunicativa sul Green Pass derivava da una scelta di politica di governo volte a incentivare la vaccinazione.
PRESIDENTE. Professor Palù, mi conferma che il Green Pass non aveva basi scientifiche per fermare il contagio e che è stata una misura politica e un incentivo alla vaccinazione?
GIORGIO PALÙ. Storicamente il concetto di “pass” sanitario nasce nella Serenissima Repubblica di Venezia durante le epidemie di peste per controllare gli spostamenti e tutelare la salute pubblica. Nel caso specifico del COVID-19, dal punto di vista virologico, il vaccino non impediva la trasmissione del virus ma riduceva le ospedalizzazioni e la gravità della malattia. Il Green Pass ha svolto un ruolo di misura politica e di incentivo alla campagna vaccinale.
La decisione finale spetta sempre alla politica, non ai virologi. La spinta ad estendere la vaccinazione è stata motivata dalla necessità di proteggere la popolazione e contenere la pressione sulle strutture ospedaliere. Gli studi internazionali (come quello pubblicato da Watson et al. su The Lancet Infectious Diseases nel 2022) stimano che i vaccini abbiano salvato tra i 14 e i 20 milioni di vite a livello globale nel primo anno.
PRESIDENTE. Lei però ha espresso perplessità riguardo alla vaccinazione a tappeto dei bambini e degli adolescenti negli Open Day.
GIORGIO PALÙ. Le mie perplessità scientifiche riguardavano l’opportunità di vaccinare a tappeto le fasce pediatriche giovanissime (5-11 anni) con determinati vaccini, poiché i dati mostravano che in quella fascia d’età la letalità da COVID-19 era estremamente bassa (prossima allo zero). Successivamente sono emersi dati su sindromi infiammatorie multisistemiche (MIS-C) nei bambini, che hanno portato le società pediatriche a raccomandare la vaccinazione. Nel CTS mi sono opposto fermamente agli Open Day con vaccini a vettore virale (AstraZeneca) per i giovani, evidenziando i rischi di eventi trombotici rari. In Veneto, su mia indicazione, il Presidente Zaia non organizzò gli AstraDay per i giovanissimi.
PRESIDENTE. Nei verbali del CTS queste sue posizioni di dissenso sugli Open Day risultano tracciate?
GIORGIO PALÙ. In diverse sedute esprressi contrarietà insieme al professor Abrignani, portando evidenze scientifiche sui rischi vascolari e trombotici legati ai vettori adenovirali nei giovani.
Sulle tipologie di vaccino e la farmacovigilanza
ANTONELLA ZEDDA. Professore, vorrei riportare l’attenzione sul dicembre 2021, quando l’EMA ed il PRAC valutarono il rischio di miocarditi e pericarditi associato ai vaccini a mRNA, rilevando un’incidenza leggermente superiore per il vaccino Moderna rispetto a Pfizer nei giovani maschi. Paesi come Francia, Germania e Svezia ne limitarono l’uso sotto i 30 anni. Come mai in Italia si continuò ad somministrarlo anche a quella fascia d’età?
GIORGIO PALÙ. I dati di farmacovigilanza mostravano che le miocarditi legate ai vaccini ad mRNA si verificavano prevalentemente dopo la seconda dose nei giovani maschi, con un’incidenza di circa 10-15 casi su 100.000 per Moderna e circa 3-5 casi su 100.000 per Pfizer. Le miocarditi post-vaccinali si sono rivelate nella stragrande maggioranza dei casi forme lievi, a risoluzione spontanea e senza esiti funzionali permanenti, a differenza delle miocarditi da infezione naturale da SARS-CoV-2, che presentavano frequenza e gravità ben maggiori. L’analisi rischio-beneficio condotta dalle agenzie regolatorie ha continuato a mostrare un bilancio favorevole alla vaccinazione.
LUCIO MALAN. Professore, riguardo al rapporto rischi-benefici: negli studi registrativi iniziali e nelle valutazioni successive emerge una frequenza di eventi avversi segnalati differente rispetto ai report di vigilanza passiva. La sottostima delle segnalazioni non rischia di alterare la valutazione del rapporto rischio-beneficio?
GIORGIO PALÙ. Bisogna distinguere la tipologia e la gravità degli eventi avversi. Gli eventi lievi e transitori (dolore in sede di iniezione, febbre, astenia, mialgie) sono frequenti e ampiamente previsti. Gli eventi avversi gravi (come le reazioni anafilattiche, la sindrome di Guillain-Barré o la trombocitopenia trombotica da vettori adenovirali) hanno frequenze molto basse (nell’ordine di pochi casi su centinaia di migliaia o milioni di dosi). La valutazione del rapporto rischio-beneficio si basa sulla capacità di prevenire forme severe di malattia, ricoveri in terapia intensiva e decessi, specialmente nelle classi di età a rischio.
PRESIDENTE. Rispetto ai cambi di indicazione sul vaccino AstraZeneca (prima under 55, poi esteso, poi raccomandato over 60) e all’uso della vaccinazione eterologa (mix tra vettore virale e mRNA): su quali basi scientifiche è stata adottata la vaccinazione eterologa?
GIORGIO PALÙ. La vaccinazione eterologa (prime-boost eterologo) ha solide basi scientifiche ed immunologiche. Nella storia della vaccinologia, combinare piattaforme vaccinali diverse (ad esempio un vettore DNA/virale seguito da una proteina o mRNA) spesso genera una risposta immunitaria umorale e cellulare più potenziata e ad ampio spettro rispetto alla vaccinazione omologa, in quanto stimola la presentazione dell’antigene attraverso vie complementari. I dati preliminari e la letteratura scientifica ne confermavano l’efficacia e la sicurezza.
Il ruolo dell’AIFA e gli Anticorpi Monoclonali
PRESIDENTE. Professore, relativamente al suo ruolo in AIFA e al rapporto con la gestione della struttura: quali erano i limiti organizzativi dell’Agenzia?
GIORGIO PALÙ. Quando sono entrato in AIFA nel dicembre 2020, ho riscontrato una struttura in cui la rappresentanza legale ed esecutiva era concentrata interamente nella figura del Direttore Generale, configurando un’anomalia rispetto alle altre agenzie pubbliche ed internazionali. Per questo motivo mi sono promosso sostenitore della riforma dell’AIFA, volte a garantire una governance più equilibrata tra Presidenza, Consiglio di Amministrazione e direzione scientifica. Il mio contributo all’interno dell’Agenzia e del CTS è stato di natura prettamente scientifico-virologica.
ANTONELLA ZEDDA. Passando al tema degli anticorpi monoclonali: nell’autunno del 2020 vi fu l’offerta di una donazione di 10.000 dosi di anticorpi monoclonali da parte della società Eli Lilly. Qual era la sua posizione riguardo all’impiego dei monoclonali?
GIORGIO PALÙ. Quando mi sono insediato alla Presidenza dell’AIFA a metà dicembre 2020, la valutazione sull’offerta iniziale era già stata effettuata nei mesi precedenti dalla Commissione Tecnico-Scientifica (CTS) dell’AIFA. Io mi sono sempre espresso a favore dell’uso degli anticorpi monoclonali come presidio terapeutico precoce nei soggetti ad alto rischio di progressione verso la forma grave di COVID-19, specialmente in una fase in cui non avevamo ancora a disposizione né i vaccini né gli antivirali orali specifici.
Gli anticorpi monoclonali non sono strumenti per bloccare una pandemia a livello di popolazione — per quello servono i vaccini —, ma rappresentano presidi salvavita individuali se somministrati tempestivamente (entro 72 ore dall’insorgenza dei sintomi) in pazienti immunodepressi o fragili.
ANTONELLA ZEDDA. Successivamente, nei primi mesi del 2021, AIFA ha autorizzato l’acquisto e la distribuzione degli anticorpi monoclonali attraverso l’uso di procedure straordinarie e decreti di emergenza, prima del completamento dell’iter ordinario EMA.
GIORGIO PALÙ. Esatto. Le agenzie regolatorie nazionali hanno la facoltà e il dovere, in condizioni di emergenza sanitaria o per esigenze terapeutiche non soddisfatte, di autorizzare l’uso temporaneo di farmaci e monoclonali tramite procedure di early access o uso d’emergenza (in Italia ai sensi del D.M. 8 maggio 2003 o della legge 648/96), senza dover attendere i tempi di approvazione centralizzata europea dell’EMA. L’autonomia delle agenzie nazionali nell’adottare decisioni tempestive in contesti emergenziali è un principio che ho sempre sostenuto.
Conclusione dei lavori
PRESIDENTE. Ringrazio il professor Giorgio Palù per la presenza, per la chiarezza dell’esposizione e per i contributi scientifici forniti ai lavori della Commissione.
GIORGIO PALÙ. Grazie a lei, Presidente, e a tutti i commissari. Resto a disposizione della Commissione per eventuali ulteriori approfondimenti.
PRESIDENTE. Dichiaro conclusa l’audizione.




