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Israele, un popolo e molte anime

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Israele

Le sue tante ferite che non conoscevo

Dedico questa riflessione a David G. Vita, che da Tel Aviv mi ha inviato un video accompagnato da tre parole: «Israeli real divide!!!».
La vera divisione israeliana.

Ho sempre guardato al popolo ebraico, e in particolare agli israeliani, con un sentimento di profonda ammirazione.

Ho creduto, forse ingenuamente, che fossero un popolo straordinariamente unito.

Uno per tutti, tutti per uno.

E avevo le mie ragioni.

Ho visto un Paese mobilitarsi per riportare a casa gli ostaggi, vivi e morti.

Ho visto famiglie combattere per anni affinché venissero restituiti i corpi dei loro figli, assassinati e trattenuti a Gaza. Perché anche un corpo senza vita deve tornare a casa, avere una sepoltura, un nome, una tomba sulla quale piangere.

Penso al tenente Hadar Goldin, ucciso a Gaza nel 2014, il cui corpo è stato restituito soltanto nel novembre 2025.

Undici anni di attesa. Undici anni durante i quali la sua famiglia non ha smesso di chiedere che tornasse a casa.

Questa determinazione mi ha sempre impressionata. È qualcosa che va oltre la politica, oltre la guerra.

È il valore attribuito alla vita umana, alla memoria e alla dignità dei morti.

E allora come conciliare tutto questo con le divisioni profonde che attraversano la stessa società israeliana?

David mi ha aperto una finestra su una storia che conoscevo soltanto superficialmente.

Ashkenaziti, Mizrahi, Sefarditi, Beta Israel.

Gli ashkenaziti sono gli ebrei provenienti dalle comunità dell’Europa centrale e orientale. Hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita dello Stato di Israele e nella costruzione delle sue istituzioni.

I mizrahi sono gli ebrei originari del Medio Oriente e, nell’uso israeliano, anche del Nord Africa: Iraq, Iran, Yemen, Marocco e altri Paesi. Molti arrivarono in Israele dopo il 1948, spesso lasciandosi alle spalle persecuzioni, discriminazioni e beni perduti.

I sefarditi discendono storicamente dalle comunità ebraiche della Spagna e del Portogallo, disperse soprattutto dopo le espulsioni della fine del Quattrocento. Le loro tradizioni si sono intrecciate, in molti Paesi, con quelle delle comunità mizrahi.

E poi ci sono i Beta Israel, gli ebrei etiopi, una comunità antichissima dell’Africa orientale, con una propria storia religiosa e culturale.

Proprio pensando a loro mi è tornato alla memoria un episodio che mi aveva profondamente emozionata.

L’operazione Salomone del maggio 1991.
In appena 36 ore Israele organizzò un ponte aereo dall’Etiopia e portò in patria oltre 14.300 ebrei etiopi. Decine di voli, aerei militari e civili, un’organizzazione impressionante.

Su un solo Boeing 747 salirono più di mille persone, un record nella storia dell’aviazione.

Ricordo ancora le immagini di quegli uomini, quelle donne, quei bambini che arrivavano in Israele.

Mi sembrò una delle più straordinarie dimostrazioni di solidarietà nazionale che avessi mai conosciuto.

Eppure, anche gli ebrei etiopi, una volta arrivati, avrebbero dovuto affrontare difficoltà di integrazione, pregiudizi e discriminazioni.

Ed è qui che comincia la parte più dolorosa della storia.

Perché gli ebrei mizrahi, arrivati in massa nel giovane Stato israeliano, non sempre furono accolti come cittadini socialmente e culturalmente uguali agli ebrei di origine europea.

Molti finirono nelle periferie, in condizioni economiche difficili, con minori opportunità.

Nacquero risentimenti che attraversarono generazioni.

Nel 1977 Menachem Begin, pur essendo ashkenazita, conquistò anche il sostegno di moltissimi mizrahi, che videro in lui qualcuno capace di riconoscere la loro dignità.

Nel 1981 il personaggio televisivo Dudu Topaz definì con il termine offensivo chah’chahim, pressappoco ‘zoticoni’, ‘teppisti’, i sostenitori del Likud, evocando stereotipi contro gli ebrei mizrahi.

Fu una ferita politica e sociale enorme.

E arriviamo all’oggi, Gadi Eisenkot.

Ex capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, figlio di immigrati ebrei marocchini, un uomo che ha dedicato decenni della propria vita al servizio del Paese e che ha perso un figlio combattendo a Gaza.

Oggi è protagonista della competizione politica israeliana.

Il conduttore televisivo Yinon Magal, vicino a Netanyahu, lo ha ripetutamente definito una ‘scimmia’, sostenendo che dietro di lui si nasconderebbero le élite ashkenazite, che lo manovrerebbero come una figura di facciata.

Magal ha successivamente spiegato che intendeva usare un’espressione gergale per indicare un prestanome.

Ma il riferimento alle origini marocchine di Eisenkot ha inevitabilmente riaperto una polemica sulle discriminazioni etniche.

Netanyahu stesso ha condannato quell’espressione.

Ed ecco che, quarantacinque anni dopo Dudu Topaz, ritorna una vecchia frattura.

Non voglio entrare nelle agitazioni elettorali né schierarmi tra i protagonisti di questa vicenda. Mi interessa qualcosa di molto più profondo.

Come può un popolo capace di una solidarietà tanto straordinaria portarsi dentro divisioni così antiche?

Come può una società che combatte per riportare a casa anche l’ultimo dei suoi morti ritrovarsi a discutere dell’origine marocchina, europea o africana di un proprio cittadino?

Naturalmente la società israeliana è cambiata enormemente. Le comunità si sono mescolate, le famiglie si sono unite, le differenze sociali si sono attenuate in molti ambiti. Non esistono due Israele rigidamente separati.

Ma certe memorie resistono. E la politica sa risvegliarle.

Forse, il mio errore è stato immaginare l’unità come assenza di divisioni.

Un popolo può essere unito davanti a una minaccia esterna e profondamente diviso quando deve decidere come governare sé stesso.

Può riconoscersi in una storia comune senza aver ancora superato tutte le ingiustizie della propria storia.

E questo non cancella nulla della mia ammirazione per Israele.

Semmai, mi obbliga a conoscerlo meglio, a non idealizzarlo, a comprenderne anche le contraddizioni.

Perché non voglio amare un’immagine immaginaria di Israele.

Voglio conoscere Israele per quello che è: una società viva, complessa, orgogliosa, attraversata da conflitti, capace di gesti immensi e anche di errori profondamente umani.

C’è però una cosa che continuo a credere: nessuna differenza di origine dovrebbe mai essere usata per stabilire quanto un israeliano sia degno di rappresentare il proprio Paese.

Grazie, David, per avermi fatto scoprire un capitolo della storia israeliana che conoscevo troppo poco.

E, soprattutto, per avermi ricordato che la conoscenza autentica di un Paese comincia anche quando troviamo il coraggio di guardare ciò che ci addolora.

Forse, è proprio questa la differenza tra l’idealizzazione e l’amore per un popolo: la prima ha bisogno della perfezione, il secondo sa confrontarsi anche con le sue ferite.

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