Tutti al rogo: l’Iliade, con la povera Criseide resa schiava e passata di mano in mano, l’Odissea, con Penelope che aspetta per vent’anni il fedifrago seriale Ulisse, il mito di Teseo che pianta Arianna in Nasso dopo averla usata per uccidere l’animale, per di più svantaggiato, detto Minotauro, il De bello gallico con violenze e genocidi vari di chiara marca razzista, l’Eneide, con la povera nord africana Didone sedotta e abbandonata, la patristica cristiana, con Agostino, che abbandona la madre di suo figlio, le Lettere di Abelardo ed Eloisa con la seduzione di una minorenne da parte del maturo precettore e la chiusura in convento della poverina ingravidata, per non parlare di lui, la Divina Commedia con Maometto dal ventre squarciato, e poi la letteratura francese del Settecento, cinicamente erotica, la letteratura inglese dell’Ottocento, maschilista e colonialista, la letteratura americana della “Capanna dello zio Tom”, schiavista e paternalista, e su su fino a “Il nome della rosa” di Eco, con la ragazzina di cui l’io narrante confessa di non aver saputo mai nemmeno il nome.
Questi sono alcuni dei libri che stanno alla base della nostra cultura, sui quali affonda le radici la nostra civiltà. Non se ne salva uno se, invece di collocarlo nel suo contesto storico e culturale, lo si esamina secondo le regole demenziali che imperversano nei campus delle Università americane, e che un’Europa culturalmente stordita, subalterna, provinciale e morente ha adottato acriticamente.
L’imbecillità dilaga. L’importante è resistere o, come diceva qualcuno, rimanere in piedi fra le rovine.
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