
di Angelo Giubileo
L’ETERNO
Seguendo un’indicazione di Andrea Cecchetto – tratta da Marco Vannini, “Contro Lutero e il falso evangelo”, p. 132 – è detto che: “La percezione sensibile è quella del tempo come passato, presente, futuro, e dello spazio come contenitore in cui stanno i molteplici oggetti, ma lo spirito sta fuori di questo tempo e di questo spazio, in un tempo senza tempo, in uno spazio senza spazio”.
Almeno per ora, sorvoliamo su ciò che possiamo intendere con il termine “spirito”; il cui significato può essere com-preso soltanto al termine del discorso qui di seguito. E dunque: è possibile una cosa che sia e rappresenti unitariamente “un tempo senza tempo e uno spazio senza spazio”? Venendo subito al dunque, propongo che si tratti qui dell’“essere” di Parmenide.
Sgombrando immediatamente il campo da ogni interpretazione “metafisica”, in scia a Giorgio de Santillana si può affermare, senza più alcuna perplessità da parte mia, che il campo di ricerca e di analisi dell’Eleate è quello della fisica. Ciò che sarà poi chiamato “metafisica” attiene infatti a un discorso logico di cui non vi è traccia alcuna nei Presocratici. A tale proposito, lo stesso de Santillana – in “Fato antico e fato moderno” (Adelphi) – cita, sintetizzando e a maggiore sostegno della tesi, un passo dell’“Adversus Colotem” di Plutarco: “Parmenide essendo, com’egli era, un antico naturalista …”.
E dunque: il fisico Parmenide – relativamente a “un tempo senza tempo e uno spazio senza spazio” – intende esattamente cosa? E’ possibile “un tempo senza tempo e uno spazio senza spazio”? E, se sì, cos’è?
Nel discorso formale, appare qui il termine “è”; indubbiamente legato al termine “essere” che abbiamo già anticipato senza definirne in alcun modo il contenuto o significato possibile. E questo perché occorre ancora premettere all’intero discorso – logico -, la natura del medesimo.
In proposito, Giorgio de Santillana – insieme a Hertha von Dechend – ci fornisce ciò che Martin Heidegger chiamerebbe piuttosto una “delucidazione” (cfr.: M. Heidegger, “Parmenide”, Adelphi): “Nulla che somigliasse a questo buon senso era praticato tanto tempo fa, prima del 500 a.C., quando l’unica realtà era il tempo, e Parmenide non aveva ancora scoperto – o inventato – lo spazio”.
Pur se nella nota del testo appena citato (originario del 1969) il richiamo è al Prologo a Parmenide di cui in Fato antico e fato moderno citato, in questo stesso testo (originario del 1968) leggiamo invece che “nella sua opera apparirà nuovamente chiaro come egli intenda trascendere ogni spazialità”. Così che occorre piuttosto dimostrare come in Parmenide il termine “essere” sia ed è relativo a qual-cosa (una cosa quale che sia) senza tempo e senza spazio.
Quanto all’“idea” del tempo, che introduce alla relativa teoria, nel frammento 6 il linguaggio di Parmenide è estremamente, direi, efficace: “Se (l’Essere) fosse venuto dal nulla, che necessità avrebbe potuto farlo sorgere dopo o prima? Pertanto è necessario che esso o esista del tutto o niente affatto”.
E tuttavia, questa che è senz’altro un’opinione trova piena ed essenziale conferma innanzitutto nell’esperienza dei “nostri progenitori delle più remote età” – come li definisce Aristotele – e di cui anche nel libro di Vannini citato. In particolare, allorquando è detto che: “In tutte le grandi tradizioni religioso-sapienziali la concezione del tempo come susseguirsi di passato, presente, futuro è considerata ingenua. ‘Il passato, il futuro, lo spazio fisico e le singole cose non sono altro che nomi, costruzioni del pensiero, parole di uso comune…’ (Nagarjuna)”.
Così che leggendo l’hindu Nagarjuna sembra ascoltare il greco Parmenide quando scrive: “(Gli uomini) Posero duplice forma a dar nome alle loro impressioni; d’una non c’era bisogno, in questo si sono ingannati…”. Il mondo del linguaggio degli uomini – che sia quello del logos, mythos o qualunque altro – non è, non può dire, né rappresentare, il mondo fisico dell’essere.
Ma, perché la dimostrazione sia completa (e quindi estranea al campo di ricerca e di analisi “formale” godeliano), occorre un ultimo tassello. Così che sembra obiettare lo stesso de Santillana come nel frammento 8 la descrizione dell’Essere da parte di Parmenide “presenta un aspetto spaziale”. Sintetizzando: “l’immagine di una palla o sfera (più probabilmente, la prima)” (Fato antico e fato moderno, op. cit.). Ma, a un’analisi più dettagliata, ecco come la parola Essere di Parmenide finisce per rivelarsi, oltre le categorie del tempo e dello spazio, “come termine indefinito, sostituendola in tutto il testo con x” (Ibidem).
E dunque, Parmenide non ha cancellato il tempo né scoperto o inventato lo spazio, egli ha semplicemente cercato di tradurre con le parole un’esperienza comune a tutti i sophoi dell’antichità. Ovvero: l’esperienza dell’eterno. Così che, ritornando ancora al testo del Vannini citato: “E’, peraltro, ingenuo e riduttivo pensare che gli antichi indiani abbiano avuto l’intuizione di ciò che la fisica contemporanea ha avvalorato. Essi ebbero non una geniale intuizione, ma una concreta esperienza, e ciò non vale solo per gli antichi indiani, ma per i mistici di tutti i tempi e di tutte le religioni”.
Naturalmente, il termine “mistico” deriva da mistero.





