

Nella messa celebrata ieri nella Cappella Sistina, assieme a tutti i cardinali che lo hanno eletto, Leone XIV nella sua omelia ha esordito in inglese, citando un salmo responsoriale che dice: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie” e ha terminato citato un sant’Ignazio, ma non quello di Loyola, quello di Antiochia.
Ignazio di Antiochia (ca. 35-50 – ca. 107-110 d.C.) è stato uno dei primi Padri della Chiesa, vescovo di Antiochia e martire cristiano. Conosciuto anche come Ignazio Teoforo (“portatore di Dio”), è una figura chiave del cristianesimo primitivo per le sue lettere, che offrono una testimonianza preziosa sulla fede, l’organizzazione ecclesiale e la teologia del I-II secolo.
Nelle sue sette lettere, scritte mentre veniva tradotto a Roma, Ignazio sottolinea l’importanza dell’unità dei cristiani sotto la guida del vescovo, considerato il rappresentante di Dio ed è uno dei primi autori a enfatizzare la struttura gerarchica della Chiesa (vescovo, presbiteri, diaconi). Definisce l’Eucaristia come “farmaco di immortalità” e ne sottolinea la centralità nel culto cristiano, collegandola alla presenza reale di Cristo. Ignazio è uno dei primi a usare il termine “Chiesa cattolica” (nella lettera agli Smirnesi) e a descrivere il ruolo del vescovo come garante dell’unità e dell’ortodossia.
Considerando che le parole sono espresse in un’omelia rivolta ai cardinali, il giorno dopo dell’elezione, queste hanno un significato preciso di indirizzo. Leone XIV, se non ci sbagliamo nell’interpretarle, ha detto ai cardinali che al Signore devono cantare un canto nuovo, quindi non quello del pontificato di Francesco e che si devono ispirare non a Ignazio di Loyola, ma a Ignazio di Antiochia, il quale ha dato precise indicazioni sull’ortodossia.
Nel suo discorso all’affaccio, circa un’ora dopo la sua elezione, Leone XIV ha esordito con un forte richiamo alla pace, “disarmata e disarmante” e ha avvertito che “il male non prevarrà”.
Matteo 16:18 recita: “E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.”
La frase “il male non prevarrà” si riferisce alla promessa di Gesù che la Chiesa, fondata su Pietro, resisterà contro le forze del male. È un’affermazione di fiducia nella protezione divina e nella solidità della fede cristiana contro ogni avversità.
Quali sono le forze del male? Una risposta la troviamo nell’omelia.
Dopo aver affermato con Pietro: “«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16)”, Leone XIV cita Gesù che chiede cosa dica la gente di che sia il Figlio dell’uomo.
“Anche oggi – afferma Leone XIV – non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”.
“Anche oggi – afferma ancora Leone XIV – non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.
Come non leggere nelle parole del nuovo papa non solo la progressiva desacralizzazione dell’Occidente, ma anche la proposizione di nuove sicurezze, che sfociano nel transumanesimo, nelle teorie di moda in certi ambienti, dell’Homo deus di Yuval Noah Harari, uno dei “pensatori” del World Economic Forum e del globalismo tecnologico. Come non leggere la sociologizzazione della figura di Gesù, ridotto a leader di battaglie sociali, climatiche, green.
Parole, quelle di Leone XIV, che sembrano assai lontane dalle posizioni del teologo del Gruppo di San Gallo Walter Kasper, il quale, nel 1967, da giovane sacerdote scrisse: “Dio che regna sul mondo e sulla storia come un essere immutabile è un’offesa all’uomo. Lo si deve negare per amore dell’uomo, poiché reclama per sé la dignità e l’onore che appartengono all’uomo per diritto… Dobbiamo resistere a un tale Dio, tuttavia non solo per amore dell’uomo ma anche per amore di Dio. Egli non è il vero Dio ma piuttosto un misero idolo. Poiché un Dio che se ne sta solo al di fuori e al di sopra della storia, che non è lui stesso la storia, è un Dio finito. Se chiamiamo Dio un tale essere, allora per amore dell’Assoluto dobbiamo diventare atei assoluti. Un Dio simile viene fuori da una visione del mondo rigida; egli è il tutore dello status quo e il nemico del nuovo”.
“Incatenando Dio alla storia e al cambiamento – scrive Matthew McCusker – Kasper lo sta assoggettando alle nozioni umani di progresso”. [i]
Kasper era estimatore di Karl Rahner, il gesuita censurato da Pio XII e divenuto un protagonista del Concilio Vaticano II, del quale si considerava erede il gesuita Carlo Maria Martini, fondatore della Mafia di San Gallo.
Walter Kasper, influenzato da teologi come Karl Rahner e Hans Küng, è diventato un punto di riferimento per la teologia post-conciliare.
Hans Küng, ad esempio, sottolinea l’importanza di ritornare al Gesù storico come fondamento della fede cristiana. Propone una cristologia “dal basso”, che parte dall’umanità di Gesù piuttosto che da dogmi predefiniti, cercando di rendere la fede accessibile all’uomo contemporaneo.
Küng è stato un critico della struttura gerarchica e autoritaria della Chiesa cattolica e ha messo in discussione l’infallibilità del papa, ha promosso il dialogo tra le confessioni cristiane e tra le religioni mondiali e nel suo progetto Weltethos (Etica mondiale), ha cercato di individuare valori etici comuni alle grandi tradizioni religiose per favorire la pace globale. Inoltre ha cercato di riformulare la teologia in modo che rispondesse alle sfide del mondo moderno, come il secolarismo, la scienza e il pluralismo culturale. La sua teologia è profondamente antropologica, ponendo l’uomo e la sua esperienza al centro della riflessione su Dio.
Sulla scia dei suoi maestri, nel suo libro Gesù il Cristo (1974), Kasper propone una cristologia “dal basso”, che parte dall’umanità di Gesù per arrivare alla sua divinità, in dialogo con l’esegesi moderna e la sensibilità contemporanea.
A quanto sembra, dalle prime esternazioni di Leone XIV, il nuovo pontificato che prende avvio pare aver archiviato la Mafia di San Gallo e le sue teologie, ma anche il suo portato di sociologizzazione della Chiesa.
Non è, come si può ben capire, indifferente nemmeno il nome e il motto del nuovo pontefice.

“Nell’unico Cristo uno siamo uno” propone, come in tutte e due le sue prime esternazioni, al centro la figura di Cristo, che era stata quasi dimenticata nelle esternazioni del suo immediato predecessore.
Il nome scelto riporta a significati storici di grande importanza, a cominciare da quelli evocati dalla figura di Leone Magno, il quale impose la pace disarmata e disarmante ad Attila, per giungere a quelli più recenti relativi alle posizioni di Leone XIII, a cominciare dalla Rerum Novarum, che diede avvio alla dottrina sociale della Chiesa.
La Rerum Novarum (1891) si occupa delle condizioni dei lavoratori nell’epoca dell’industrializzazione e affronta questioni legate al rapporto tra capitale e lavoro. Niente a che fare con migranti e via discorrendo.
Leone XIII condanna il socialismo, che nega la proprietà privata, considerata un diritto naturale, critica il liberalismo economico sfrenato, che porta allo sfruttamento dei lavoratori e all’ingiustizia sociale, afferma la dignità intrinseca del lavoratore, che non deve essere trattato come mera merce, chiede condizioni di lavoro giuste, salari dignitosi e orari ragionevoli e sostiene che lo Stato deve promuovere il bene comune, proteggere i diritti dei lavoratori e intervenire per correggere le ingiustizie sociali, senza sopprimere l’iniziativa privata.
Non solo: incoraggia la formazione di associazioni o sindacati per difendere i diritti dei lavoratori, promuovendo la cooperazione tra classi sociali e propone un modello di collaborazione tra datori di lavoro e operai, evitando conflitti di classe e promuovendo la solidarietà.
Sono concetti che ben si attagliano all’Occidente che vede la distruzione del welfare, la deindustrializzazione, l’ignobile delocalizzazione della attività produttive in Paesi dove esiste lo sfruttamento sfrenato e che sono nelle corde dei lavoratori, a cominciare da quelli della rust belt americana che ha dato i voti a Trump e a Vance.
Tuttavia, Leone XIII è da ricordare anche per aver scritto il 16 gennaio 1895 la lettera enciclica “Longiqua oceani”, rivolta agli americani statunitensi e per aver scritto una preghiera e un esorcismo contro il male.
Ne parla nel suo libro “Un esorcista racconta” Gabriele Amorth il quale ci ricorda che prima della riforma liturgica dovuta al concilio Vaticano II, il celebrante e i fedeli si mettevano in ginocchio alla fine di ogni messa, per recitare una preghiera alla Madonna ed una a S. Michele arcangelo.
La preghiera a San Michele Arcangelo recita: “San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; contro le malvagità e le insidie del diavolo sii nostro aiuto. Ti preghiamo supplici: che il Signore lo comandi! E tu, principe delle milizie celesti, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime”.
Nella rivista Ephemerìdes Liturgicae, nel 1955, pagg. 58 59. P. Domenico Pechenino scrive: “Non ricordo l’anno preciso. Un mattino il grande Pontefice Leone XIII aveva celebrato la S. Messa e stava assistendone un’altra, di ringraziamento, come al solito. Ad un tratto lo si vide drizzare energicamente il capo, poi fissare qualche cosa al di sopra del capo del celebrante. Guardava fisso, senza batter palpebra, ma con un senso di terrore e di meraviglia, cambiando colore e lineamenti. Qualcosa di strano, di grande avveniva in lui. Finalmente, come rivenendo in sé, dando un leggero ma energico tocco di mano, si alza. Lo si vede avviarsi verso il suo studio privato. I familiari lo seguono con premura e ansiosità. Gli dicono sommessamente: Santo Padre, non si sente bene? Ha bisogno di qualcosa? Risponde: Niente, niente. Dopo una mezz’ora fa chiamare il Segretario della Congregazione dei Riti e, porgendogli un foglio, gli ingiunge di farlo stampare e di farlo pervenire a tutti gli Ordinari del mondo. Che cosa conteneva? La preghiera che recitiamo al termine della Messa insieme al popolo, con la supplica a Maria e l’infocata invocazione al Principe delle milizie celesti, implorando Dio che ricacci Satana nell’inferno”.
A conferma di quanto scrive P. Pechenino abbiamo, ci ricorda Amorth, l’autorevole testimonianza del cardinale Nasalli Rocca che, nella sua Lettera Pastorale per la quaresima, emanata a Bologna nel 1946, scrive: “Leone XIII scrisse egli stesso quella preghiera. La frase i demoni che si aggirano nel mondo a perdizione delle anime ha una spiegazione storica, a noi più volte riferita dal suo segretario particolare, mons. Rinaldo Angeli. Leone XIII ebbe veramente la visione degli spiriti infernali che si addensavano sulla città eterna Roma ; e da quella esperienza venne la preghiera che volle far recitare in tutta la Chiesa. Tale preghiera egli la recitava con voce vibrata e potente: la udimmo tante volte nella basilica vaticana. Non solo, ma scrisse di sua mano uno speciale esorcismo contenuto nel Rituale Romano edizione 1954, tit. XII, e. Ili, pag. 863 e segg.. Questi esorcismi egli raccomandava ai vescovi e ai sacerdoti di recitarli spesso nelle loro diocesi e parrocchie. Egli lo recitava spessissimo lungo il giorno”.
Come non pensare al Leone XIV che affacciandosi su piazza San Pietro, subito dopo l’elezione, ha detto che “il male non prevarrà”.
Quale male? Quello esterno alla Chiesa o quello interno?
Al tramonto di giovedì 29 giugno 1972, solennità dei Ss. Pietro e Paolo, Paolo VI tenne un’omelia nella quale esprime la preoccupazione che le incertezze possano far entrare il “fumo di Satana”.
Nel resoconto ufficiale del vaticano (https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629.html ) si legge: “Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: «Non so, non sappiamo, non possiamo sapere». La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli. Come è avvenuto questo? Il Papa confida ai presenti un suo pensiero: che ci sia stato l’intervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella Lettera di S. Pietro. Tante volte, d’altra parte, nel Vangelo, sulle labbra stesse di Cristo, ritorna la menzione di questo nemico degli uomini. «Crediamo – osserva il Santo Padre – in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. Appunto per questo vorremmo essere capaci, più che mai in questo momento, di esercitare la funzione assegnata da Dio a Pietro, di confermare nella Fede i fratelli. Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra». La fede ci dà la certezza, la sicurezza, quando è basata sulla Parola di Dio accettata e trovata consenziente con la nostra stessa ragione e con il nostro stesso animo umano. Chi crede con semplicità, con umiltà, sente di essere sulla buona strada, di avere una testimonianza interiore che lo conforta nella difficile conquista della verità”.
Per capire Leone XIV forse è utile seguirlo in quanto, come lui stesso ha detto di sé, “figlio di Sant’Agostino”.
La teologia agostiniana ha plasmato il cristianesimo occidentale, influenzando il cattolicesimo, il protestantesimo (specialmente Lutero e Calvino) e dibattiti su grazia, predestinazione e natura umana, tempo ed eternità.
Il pensiero di Agostino è una sintesi tra cristianesimo e filosofia classica, la qual cosa ci riporta, con la mente, alle lezioni magistrali di Benedetto XVI e a quelle di Giovanni Paolo II.





