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Legge elettorale, occasione per la Politica e i cittadini

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Legge elettorale

Recuperare i valori e rilanciare solidarietà, coesione e certezze dei diritti e delle tutele

In Italia, ogni maggioranza che arriva a governare, propone l’approvazione di una nuova legge elettorale, per poter garantire il proprio potere più a lungo possibile.

Questa volontà di continuo cambiamento delle regole del gioco fa sempre sorgere in un analista politico alcune considerazioni.

Una bella poesia così recitava: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi di antico”.

È proprio così! Ognuno presenta la sua proposta come nuova, ma alla fine il contenuto riafferma sempre la volontà antica di limitare gli spazi agli altri.

E come sostiene il motto gattopardesco “tutto cambia, niente cambia”.

Infatti, si cambia con l’intenzione però di non voler modificare il proprio status di maggioranza.

La domanda che sorge spontanea è: questa ennesima proposta del centro destra risponde alle esigenze del popolo italiano e che faccia recuperare una militanza abbandonata e un astensionismo che aumenta sempre più?

Non sembra! Perché, anche questa volta, appare più l’esigenza di parte di chi l’ha proposta che una vera riforma che stimoli di nuovo la partecipazione e la passione politica.

Quello che emerge più evidente è, come sempre, che non si segue e non si partecipa alla discussione sulle nuove proposte, perché tutti sono presi da altre problematiche. E alle forze politiche non interessa quello che pensa la cittadinanza e anzi sono contente dell’autoesclusione.

Quando si cambiamo le regole democratiche dovrebbe, invece, sprigionarsi un’ampia discussione, magari anche accesa, ma questo non succede, come sta avvenendo anche per il referendum sulla giustizia.

Al massimo il confronto resta nel limbo della polemica fra i due schieramenti, con improperi e banalizzazioni e tutto questo allontana ancora di più le persone dalla partecipazione democratica.

Questa proposta del centro destra viene presentata come una legge che dovrebbe, da un lato, superare la componente uninominale e dall’altro ripristinare un nuovo modello proporzionale.

Il proporzionale deriverebbe dalla regola per attribuzione dei seggi, che prevede anche un correttivo di un 40%, come premio di maggioranza. È proposto anche un turno di ballottaggio fra le liste o le coalizioni più votate. E viene motivato il tutto come una scelta chiara e definitiva per la formazione della maggioranza parlamentare.

Al di là di una valutazione più completa, che merita questa nuova legge e che farò in seguito, a una prima lettura mi sembra che vi sia insito un rischio evidente di una possibile violazione della costituzionalità per l’annullamento di qualsiasi scelta dei candidati da parte dell’elettore, avendo cancellate le preferenze.

Ritengo che il sistema proporzionale sia certamente da considerarsi positivo, ma va completato con la scelta da parte degli elettori dei propri rappresentanti.

Come pure il premio di maggioranza, che viene motivato come garante della governabilità, è troppo ampio e rischia di minare il principio del controllo democratico fra maggioranza e opposizione, con un rischio possibile di una dittatura della maggioranza.

La voglia di cambiamento emersa nelle varie ultime tornate elettorali, in aggiunta alla sempre più ampia riduzione dei votanti, non implica una volontà continua di inventare nuove architetture di modifica delle regole elettorali.

Bensì, vuole che sia attivata la necessità di rilanciare il ruolo della proposta politica, attraverso una nuova forma organizzativa dei partiti, che possa stimolare una nuova militanza e in modo che il cittadino si riappropri del confronto dialettico.

Innanzitutto, bisogna decidere se il ruolo dei partiti, come è nelle democrazie maggioritarie, debba restare così dove le leadership sono fortemente personalizzate, oppure rafforzare i partiti, riportarli nel territorio, con una dialettica interna reale, per ritornare a essere uno strumento di difesa dei diritti e delle tutele della cittadinanza.

Ciò impone giustamente la fine della strategia del maggioritario, delle primarie, della personalizzazione dei leader perché indeboliscono i partiti.

Oltretutto il bipolarismo, così com’è stato attuato in Italia, genera quasi sempre una paralisi istituzionale, mentre un sistema di partiti più articolato consentirebbe una rete di mediazioni che oggi non sono possibili.

Bisogna rivedere come fare selezione delle classi dirigenti perché non si può più usare il criterio dei pacchetti di voti e le primarie che scardinano il partito come organizzazione e accrescono il ruolo dei finanziatori esterni.

Bisogna ripristinare metodi basati sulle capacità politiche dimostrate sul campo. Occorrono programmi diversi, più ampi e complessi da discutere; occorre far vivere una concezione della “coesistenza” fra esperienze di pari dignità, che ancora stenta a essere accettata; occorre guardare con occhi attenti al rinnovamento della politica, senza mostrare pericolose indifferenze; occorre ritrovare un rapporto con i giovani.

In questo sforzo di cambiamento si devono coinvolgere fortemente i cittadini che non possono stare più alla finestra, devono partecipare, perché non sono indifferenti le scelte politiche ed economiche che vengono fatte dai governi e dal Parlamento.

Riappropriarsi della partecipazione democratica, significa non essere agnostici, ma significa scegliere direttamente uomini e programmi. Quindi, se sì vuole rafforzare il pluralismo e ridare nuova linfa alla partecipazione il proporzionale deve essere completo con le preferenze espresse sempre dai cittadini.

Questi nuovi partiti e queste regole illustrate e partecipate devono portare la politica a uscire da una logica difensiva e riproporre come centrale il problema del sociale e ripartire all’attacco anche con obiettivi intermedi, ma ben definiti e caratterizzati.

Un nuovo modello di regole condivise e che diano a ognuno il diritto di scegliere la propria rappresentanza, un forte progetto di rinnovamento possono riaccendere le speranze sopite.

Questo lo si può fare solo se la politica si muove di conseguenza. Ecco perché non si può stare fuori dal dibattito politico anche sulle proposte di nuove regole elettorali.

Si deve, invece, chiedere ai partiti un cambiamento profondo che recuperi i valori, rilanci la proposta per ricostruire in questo Paese di nuovo solidarietà, coesione e certezze dei diritti e delle tutele.

I partiti devono precisare la strategia per costruire i contenuti di una società più giusta e più equa, dove si salvaguardi la persona e i diritti di cittadinanza in tutti i suoi aspetti

Infine, il miglioramento della qualità dei partiti incide positivamente sulla democrazia, sui concetti di libertà e sulla partecipazione.

Benjamin Constant nel Settecento aveva mostrato le differenze tra la concezione della democrazia antica e moderna e la difficoltà di applicare alla realtà del suo tempo idee proprie dei popoli antichi.

Il concetto di democrazia è intimamente connesso con quello della libertà e nella riflessione di Constant si delineano due concetti addirittura antitetici di libertà, che per gli antichi, risiedeva nella diretta partecipazione politica e per i moderni nell’indipendenza privata.

Ne deriva che i primi trascuravano i diritti e le libertà personali mentre i secondi trascurano proprio i diritti e le garanzie assicurate dalla partecipazione dei cittadini alla politica.

Ritengo che lo strumento dell’esercizio della democrazia debba fornire a tutti l’opportunità di partecipare attivamente alla vita politica, promuovere, più di ogni altro sistema politico, l’autonomia personale, il senso critico e tutte le qualità personali migliori.

La democrazia, in ultima analisi, anche gli interessi personali sono meglio tutelati in un ordinamento democratico, dato che gli individui hanno la forza e gli strumenti per proteggerli direttamente.

Le regole classiche della democrazia, che esigono il dialogo, la consultazione, l’accordo anche con le minoranze, il riconoscimento e la tutela effettiva dei diritti umani, che spettano a ogni essere umano, indipendentemente dalla nazionalità e dalla cittadinanza, l’allineamento alle libertà storiche delle democrazie, cioè ai diritti civili e politici, dei sopravvenuti diritti sociali e dei sopravvenienti diritti culturali possono giovare a cercare una risultante pacifica e ordinata a quel parallelogramma di forze altrimenti distruttive che sono l’identità e l’alterità, specie se interpretate nello schema dello scontro.

Bisogna, infine, battersi perché la classe politica riconquisti la sua autorità e la società civile ne condivida, con una diffusa partecipazione, la prospettiva e la progettualità.

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