Cos’ha in mente il presidente della Turchia?
Molte riviste internazionali dedicate alla Molte riviste internazionali dedicate alla geopolitica, in queste settimane, stanno dedicando grande attenzione alla Turchia e, per essere maggiormente espliciti, al sogno nucleare del presidente Erdogan.
Diversi analisti internazionali, anche europei, ritengono che tale “appetito” rappresenti per Ankara un necessario “scudo protettivo”, conseguente alla deriva dell’intera regione medio-orientale “provocata” da Israele all’indomani del famigerato 7 ottobre.
Altri ritengono, invece, che un tale progetto rientri nel disegno turco di emergere sul piano internazionale, al fine di divenire una potenza sovraregionale, una riproposizione, cioè, in chiave moderna, seppure in “miniatura”, dell’antico impero ottomano.
Cerchiamo di approfondire, ponendo la delicata tematica all’interno delle crescenti tensioni tra Ankara e Israele e durante la crisi iraniana, che non sembra accennare a diminuire. Come sempre, sviluppiamo la tematica dando la parola a tutti, nessuno escluso.
L’origine del sogno imperiale del califfo di Ankara
Gevorg Novshadyan, californiano, esperto analista internazionale sulla sicurezza nucleare, proliferazione e terrorismo internazionale, ci ricorda che nel settembre 2019, durante una manifestazione nazionalista nella città orientale turca di Sivas, alla quale avevano partecipato membri del suo partito AKP, il presidente turco Recep Erdogan aveva espresso il suo disappunto per la presunta disparità tra chi possiede e chi non possiede armi nucleari.
In tale occasione, Erdogan aveva sottolineato la necessità per Ankara di dotarsi di armi nucleari, anche alla luce del tentativo di colpo di Stato perpetrato contro di lui solo pochi anni prima.
Queste affermazioni devono essere lette necessariamente attraverso una lente d’ingrandimento interna turca. Dopo il tentato colpo di Stato del 2016, infatti, diversi analisti internazionali avevano rivolto la loro attenzione alla sicurezza degli ordigni nucleari situati presso la base strategica turco-statunitense di Incirlik, in Turchia.
Questa particolare attenzione derivava dalla circostanza che, durante il tentativo di colpo di Stato, il comandante militare turco di Incirlik si era unito ai golpisti ed era stato fermato all’interno della base dopo il fallimento del putsch.
Ricordiamo inoltre che le forze armate fedeli a Erdogan, nell’immediatezza del fallito colpo di Stato, avevano fatto irruzione nella base, interrompendo tutte le operazioni e determinando l’esplosione di forti frizioni tra Washington e Ankara.
L’esperto analista californiano ci richiama alla memoria che all’interno della base strategica statunitense in Turchia sarebbero collocati gli ordigni nucleari americani denominati B-61.
Sebbene i codici di lancio di queste armi siano controllati esclusivamente dalla catena di comando e controllo militare statunitense, l’eventuale accesso a tali armi potrebbe fornire agli ingegneri turchi informazioni preziose.
In tale contesto, diversi analisti turchi continuano a ritenere che nei prossimi decenni la Turchia potrebbe acquisire sufficienti conoscenze tecniche ed esperienza per perseguire proprie capacità nucleari interne e, in tal caso, la comunità internazionale potrebbe trovarsi sostanzialmente impotente nel cercare di fermarla.
Gevorg Novshadyan precisa, tuttavia, che Ankara risulta firmataria di tutti i principali protocolli dell’International Atomic Energy Agency (AIEA), e il suo contratto con la nota Rosatom, l’agenzia nucleare statale russa, per la centrale nucleare turca di Akkuyu risulterebbe “a prova di proliferazione”, secondo i massimi esperti del settore.
In tale cornice, e malgrado il controllo esclusivo russo di Rosatom sul reattore nucleare turco riduca notevolmente la probabilità che la Turchia possa ottenere un’arma nucleare nel breve periodo, non dobbiamo assolutamente sottostimare la crescente capacità dei tecnici turchi nel settore.
Percezione della Turchia da parte israeliana
Cerchiamo ora di analizzare il punto di vista israeliano, perché, sia ora sia nel prossimo futuro, Ankara e Gerusalemme saranno inevitabilmente tra i perni principali di possibili soluzioni o di ulteriori crisi nella martoriata macroregione medio-orientale.
Diversi analisti internazionali ricordano che la Turchia è membro della NATO e partecipa da tempo al regime globale di non proliferazione. È inoltre sede, come detto, di armi nucleari tattiche statunitensi, nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare della NATO.
Formalmente, Ankara rimane pertanto vincolata dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). La retorica di Erdogan sulla “disparità tra chi possiede e chi non possiede armi nucleari”, unita alla posizione regionale sempre più assertiva della Turchia – dalla Siria alla Libia, al Mediterraneo orientale e alla Somalia – sta sollevando seri interrogativi tra gli analisti della sicurezza israeliana sulle reali ambizioni di lungo periodo di Ankara.
In particolare, Michael Rubin, direttore dell’analisi politica del Middle East Forum e senior fellow presso l’American Enterprise Institute, ha affermato recentemente che ciò che sembra preoccupare maggiormente Israele non sarebbe rappresentato dall’ipotetica e immediata volontà di Ankara di dotarsi di armi nucleari, ma piuttosto dalle possibili conseguenze geopolitiche di una simile mossa.
Rubin ha inoltre dichiarato che, a differenza dell’Iran o della Corea del Nord, la Turchia beneficia dell’ombrello di difesa collettiva dell’alleanza euro-atlantica. L’articolo 5 del trattato NATO, in particolare, crea vincoli politici e militari che renderebbero molto più complicata un’azione preventiva da parte di potenze esterne.
Un membro della NATO dotato di armi nucleari che persegua capacità strategiche indipendenti porrebbe sfide senza precedenti per la coesione dell’alleanza e per le norme globali di non proliferazione.
In tale contesto dobbiamo ricordare altresì che Israele ha sempre mantenuto una politica di “opacità nucleare”, strutturata cioè sulla deterrenza, senza tuttavia offrire una dichiarazione formale.
La sua dottrina di sicurezza si basa, infatti, sul mantenimento della superiorità militare qualitativa in una regione instabile. Una capacità nucleare turca, anche se esclusivamente difensiva, determinerebbe inevitabilmente una rimodulazione strategica in ambito regionale.
In un mondo già alle prese con il contenimento delle pressioni alla proliferazione, senza alcun dubbio una nuova potenza dotata di armi nucleari al crocevia tra Europa e Medio Oriente non solo sposterebbe gli equilibri regionali, ma potrebbe accelerare il disfacimento dell’ordine globale di non proliferazione.
Una nuova potenza nucleare, sempre secondo Rubin, nel più ampio contesto mediorientale aumenterebbe i rischi di errori di calcolo, escalation e proliferazione a cascata.
Ricordiamo inoltre che recentemente l’Arabia Saudita ha dichiarato che potrebbe orientare la propria politica di difesa verso lo sviluppo di capacità nucleari, qualora l’Iran le acquisisse. Se la Turchia dovesse unirsi al club nucleare, il panorama della deterrenza regionale potrebbe ulteriormente frammentarsi, erodendo la già fragile architettura regionale.
La crisi iraniana riaccende le tensioni tra Gerusalemme e Ankara
Recentemente, diversi media internazionali hanno riportato con enfasi alcune dichiarazioni espresse dal ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, in cui si afferma che Ankara non esclude la possibilità di unirsi alla corsa agli armamenti nucleari nella regione, a causa delle preoccupazioni circa le ambizioni dell’Iran.
In particolare, Fidan ha dichiarato che la Turchia sta “cercando di non turbare il fragile equilibrio di potere in Medio Oriente, poiché ciò potrebbe innescare una corsa agli armamenti nucleari su larga scala. Allo stesso tempo, la Turchia potrebbe essere costretta ad aderire a tale processo, in caso di ulteriore escalation delle minacce”.
In merito, la stampa turca, da una parte, ha cercato di minimizzare, evidenziando che tali dichiarazioni si innestavano nel contesto degli sforzi degli Stati Uniti per frenare il programma nucleare iraniano, ma, dall’altra, ha voluto stigmatizzare con forza la capacità nucleare israeliana, sottolineandone il rischio intrinseco per l’intera regione.
Tuttavia, e ad onor del vero, Fidan ha più volte dichiarato che la Turchia non dispone di un proprio programma di armi nucleari ed è firmataria del Trattato di non proliferazione nucleare, precisando che il Paese sta attualmente costruendo la prima di tre centrali nucleari, progettate esclusivamente per la produzione di energia elettrica.
In tale cornice, Middle East Monitor, autorevole istituto di ricerca con sede a Londra e diretto dal professor Daud Abdullah, noto esperto di Medio Oriente e già vice segretario generale del Consiglio musulmano della Gran Bretagna, ha recentemente dedicato ampio spazio a un’analisi politica israeliana volta a evidenziare l’avvio di un “cambiamento geopolitico occulto” guidato da Turchia ed Egitto, volto a formare un allineamento regionale sunnita che potrebbe rimodellare le dinamiche di potere mediorientali attorno a Israele.
Il rapporto, pubblicato dalla piattaforma israeliana Mida e basato su una ricerca del Gatestone Institute, sostiene che, mentre l’attenzione internazionale resta focalizzata sull’Iran, si sta sviluppando un processo diplomatico parallelo che potrebbe comportare significative conseguenze strategiche a lungo termine per Israele, gli Stati Uniti e la regione in generale.
In particolare, si afferma che Erdoğan avrebbe avviato un’ampia iniziativa diplomatica volta a rafforzare la cooperazione tra gli Stati a maggioranza sunnita sotto la guida di Ankara. Tale azione sarebbe finalizzata non solo alla riconciliazione regionale, ma anche alla creazione di un blocco politico e strategico coordinato, descritto come un “anello sunnita” attorno a Israele, presentato come alternativa alla rete di alleati regionali dell’Iran.
In tale cornice viene menzionata la recente firma di accordi anche nei comparti Difesa e intelligence tra Egitto e Turchia, ricordiamolo, dopo oltre un decennio di aspra rivalità politica.
In merito, il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs ha voluto oltremodo stigmatizzare la situazione, affermando testualmente che, secondo funzionari della sicurezza israeliana, “Erdoğan si sta muovendo rapidamente per accerchiare diplomaticamente Israele.
Secondo queste valutazioni, Ankara starebbe lavorando per consolidare il mondo sunnita, trasformando gli ex rivali arabi, tra cui l’Egitto, in partner di un allineamento strategico più ampio che potrebbe reindirizzare lo slancio regionale contro Israele.
L’obiettivo, suggeriscono, è quello di sostituire il firewall iraniano con un muro diplomatico sunnita unificato che circondi Israele, limitandone così la manovrabilità strategica e isolandolo politicamente”.
In tale delicato contesto, Yoni Ben Menachem, esperto commentatore diplomatico e di affari arabi per la Radio e Televisione israeliana, ha dichiarato non solo che gran parte del Medio Oriente considera ormai l’indebolimento dell’Iran un processo irreversibile, ma anche che la possibile futura creazione di un ampio asse sunnita (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Qatar e Pakistan) mirerebbe a colmare il vuoto strategico che si potrebbe determinare nel prossimo futuro tra il Mar Rosso e il Golfo Persico.
Pertanto – continua Yoni Ben Menachem – Israele potrebbe trovarsi a dover affrontare un contesto più complesso, con diversi Stati sunniti, alcuni dei quali apertamente ostili, con la Turchia in prima linea.
Senza alcun dubbio, l’intera regione mediorientale sta entrando in una fase di riconfigurazione strategica. Certamente l’Iran potrebbe rimanere un attore importante, ma non sembra più in grado di esercitare un’influenza tale da poter dettare l’agenda delle future politiche regionali.
In tale cornice, secondo diversi analisti internazionali, qualora la ventilata “alleanza sunnita” dovesse concretamente assumere una valenza politica, diplomatica e militare, assisteremmo verosimilmente a un’ulteriore rivisitazione della dottrina di sicurezza israeliana, perché oggettivamente un simile “asse” andrebbe a limitare e condizionare sensibilmente il presunto progetto di Gerusalemme del cosiddetto “grande Israele”.
Inoltre, e malgrado tale coalizione sunnita non sarebbe formalmente diretta a contrastare Israele, Gerusalemme potrebbe sentirsi accerchiata e vedrebbe inevitabilmente cadere, tra l’altro, ogni possibilità di un nuovo riavvicinamento con Riyadh.
Gerusalemme, secondo diversi analisti mediorientali, sentirebbe altresì avvicinarsi non solo il crescente peso politico nella regione di una Turchia destinata nei prossimi anni ad assumere sempre maggiore autorevolezza, ma anche l’emersione, nel quadrante di un Medio Oriente allargato, di un nuovo attore decisamente non sottostimabile, rappresentato dal Pakistan, ricordiamolo, potenza nucleare.
È proprio vero: stiamo assistendo a un mondo che sta rapidamente cambiando, dove, con estrema difficoltà, si stanno ricercando nuovi equilibri geopolitici e nuove relazioni tra Stati.
Da https://www.triesteallnews.it/2026/02/il-sogno-nucleare-di-erdogan/






