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LE CONSEGUENE ASIMMETRICHE DEL CONFLITTO RUSSO UCRAINO

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All’interno di conflitto anche le conseguenze dello stesso possono venire considerate asimmetriche, nella loro intensità e soprattutto nella loro distribuzione geografica, con ripercussioni diverse sui diversi sistemi economici di una medesima alleanza.

A differenza di quanto possa credere qualcuno la guerra non genera PIL, se non per piccole e ben definite nicchie, per ogni miliardo speso. 

Un fattore incontrovertibile, che azzera quanto aveva dichiarato il Ministro della Difesa Crosetto, il quale con l’obiettivo di giustificare l’incremento percentuale del PIL al settore della Difesa, aveva affermato come la spesa militare generasse a sua volta un ulteriore Pil. Anche considerato che il moltiplicatore della spesa pubblica, derivata dal settore della Difesa (pari al 0,5%) appare il più basso per quanto riguarda la crescita economica generata da risorse pubbliche.

A questo si aggiunga poi come anche la sola idea di convertire, con l’obbiettivo di ridare slancio alla crescita economica europea, il settore Automotive ad una produzione legata alla difesa ed agli armamenti, rappresenta un’utopia, che deriva anche da una sostanziale inadeguatezza culturale e professionale.

Il settore della Difesa in Europa consente un impiego a circa 487.000 lavoratori, mentre il settore dell’automotive, con le sue complesse filiere, ne assicura tredici (13) milioni, oltre mille (1000) miliardi di entrate fiscali.

Proprio in un periodo storico tra i più preoccupanti dal dopoguerra, risulta chiaro come il primo dovere delle istituzioni dovrebbe essere quello di cercare di mantenere in piedi un sistema economico ed industriale, che ha assicurato il livello di benessere attuale, rendendolo compatibile con gli impegni di una qualsiasi alleanza politica e militare. 

Quindi, ecco che anche la politica energetica, cioè il primo passo per dotarsi di una politica industriale, mostra una molteplicità di valori decisamente più articolati rispetto ad un qualsiasi periodo di pace.

In questo senso, infatti, va interpretato il continuo aumento della produzione di petrolio dell’Opec sostenuto dalla Arabia Saudita e dagli stessi Stati Uniti, finalizzato a ridurre la quotazione del greggio e di conseguenza ridurre l’approvvigionamento finanziario della Russia, necessario a quest’ultima per sostenere il conflitto con l’Ucraina.

Una strategia che ha come obiettivo, quindi, quello di indebolire Putin nel conflitto Russo ucraino e spingerlo verso un’intesa di pace.

Del resto, gli stessi attriti tra il presidente degli Stati Uniti con l’India, la quale opera come “triangolatore” negli acquisti del petrolio russo, va intesa in quest’ottica.

L’Unione Europea, viceversa, da decenni non ha dimostrato di avere una propria politica energetica, se non quella suggerita dalla Merkel, che si è sostanziata con la creazione di una diretta dipendenza, appunto, con il colosso russo.

Ora, viceversa, l’Unione stessa sta affossando l’industria europea proprio con perseverando con l’attuazione del Green Deal, spacciato come una indispensabile visione ambientalista, anche riferita all’approvvigionamento energetico, che alla fine favorisce sole ed esclusivamente la Cina.

Una strategia, nei fatti, influenzata dalle asimmetrie e l’andamento del conflitto, che riguarda gli attori interessati nell’ambito geopolitico internazionale e i propri alleati.

Solo in questo senso si può spiegare politicamente e strategicamente la volontà molto spesso dichiarata, ma ora sempre più ricercata, di chiudere definitivamente le forniture di gas russo. Quando contemporaneamente la stessa Unione Europea non trova nulla di strano nell’approvvigionamento sempre di gas russo da parte del proprio alleato ucraino. Allorché, l’applicazione asimmetrica di questa strategia, nei confronti del gas russo, pone le basi per il collasso dell’economia europea, distrutta da una politica energetica diventata ormai semplicemente ideologica, la quale risulta la responsabile di queste conseguenze belliche in campo energetico.

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  • Redazione

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