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L’autocensura dei media è andata oltre la decenza

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autocensura dei media

Narrazione in ginocchio: un caccia italiano ha abbattuto un drone “straniero” in Lettonia – Il drone “straniero” era ucraino diretto contro il porto di San Pietroburgo – Silenzio sulle dichiarazioni di Zaluzhnyi sulla NATO –

L’autocensura dei media italiani ha raggiunto livelli impensabili in un Paese civile. Nemmeno l’Istituto Luce è arrivato a tanto.

Le agenzie battono la notizia che il 14 agosto un drone ha violato lo spazio aereo della Lettonia ed è stato abbattuto da un Eurofighter italiano, operante sotto il comando della NATO.

Il portavoce dell’Alleanza Atlantica, Allison Hart, afferma: “Possiamo confermare che questa mattina presto è stato ordinato il decollo d’emergenza di due Eurofighter italiani in risposta alla presenza di un drone nello spazio aereo lettone. Uno degli Eurofighter ha abbattuto il drone”.

Amen.

Ovviamente tutto contribuisce a lasciar pensare che il drone sia russo, a conferma che Mosca provoca e che testando i lettoni e le reazioni NATO intenda verificare se può attaccare l’Europa, dando ragione alla “Narrazione Ursula”, alle logiche inglesi e al conseguente riarmo europeo.

Sbagliato.

Il drone, ucraino, non russo, è finito fuori rotta mentre era in corso un attacco aereo ucraino di Kiev contro le infrastrutture portuali russe nella regione di San Pietroburgo (in particolare il porto di Ust-Luga).

Secondo quanto comunicato dal Ministero della Difesa lettone, lo sconfinamento nello spazio aereo della Lettonia è stato causato dalle contromisure e dai sistemi di guerra elettronica russa, che hanno mandato fuori rotta e guidato la deviazione del velivolo.

Un caccia Eurofighter Typhoon italiano, decollato su scramble dalla base di Šiauliai nell’ambito della missione NATO Baltic Air Policing, ha intercettato e abbattuto il drone nella zona boschiva e paludosa di Balvi, nel nord-est del Paese.

I ministri della Difesa e degli Esteri della Lettonia hanno espresso la loro gratitudine nei confronti del contingente italiano per il tempestivo intervento in difesa dei cieli alleati.

Il drone era ucraino, viaggiava per attaccare le strutture russe a San Pietroburgo ed è finito fuori rotta perché i russi, che si difendevano, lo hanno accecato.

Le contromisure russe

Le contromisure impiegate dalla difesa russa per deviare o bloccare il volo dei droni rientrano nel campo della guerra elettronica (Electronic Warfare o EW) e si dividono principalmente in due categorie tecniche.

La prima è lo GNSS Spoofing (Inganno Satellitare): invece di limitarsi a bloccare il segnale, i sistemi russi trasmettono un falso segnale GPS/GNSS più potente di quello legittimo proveniente dai satelliti.

Il computer di bordo del velivolo viene ingannato e crede di trovarsi in una posizione geografica completamente diversa da quella reale.

Nel tentativo di “correggere” la propria rotta per raggiungere l’obiettivo impostato, il drone si devia involontariamente, finendo per volare alla cieca verso altre direzioni (come lo spazio aereo dei Paesi vicini).

Il secondo metodo è il GNSS Jamming (Accecamento/Disturbo). I dispositivi di disturbo inviano onde radio ad altissima frequenza sulla stessa frequenza usata dai sistemi di navigazione satellitare, creando un vero e proprio “muro di rumore elettronico” che tronca la connessione tra il drone e la costellazione satellitare.

Senza un sistema di navigazione inerziale secondario altamente sofisticato, il drone perde i riferimenti geografici, entra in modalità di emergenza e può andare alla deriva seguendo i venti fino all’esaurimento del carburante.

C’è poi il Datalink Jamming (Interruzione del Comando), che prende di mira le frequenze di trasmissione dati utilizzate dal pilota o dalla stazione di terra per inviare comandi al drone o riceverne il segnale video/telemetria.

L’operazione taglia la linea di controllo in tempo reale. Molti droni militari, persa la connessione diretta, sono programmati per proseguire con il pilota automatico o tentare un rientro; se combinato allo spoofing, l’esito è la totale perdita di controllo del veicolo.

Sul fronte operativo, la Russia impiega complessi e stazioni mobili di guerra elettronica ad ampio raggio (come i sistemi Krasukha-4, Pole-21 e Zhitel) capaci di creare vaste “bolle” di interdizione dello spettro elettromagnetico attorno ai propri siti strategici.

Quindi, l’informazione corretta è che un drone ucraino, inviato per colpire strutture aeroportuali russe a San Pietroburgo è stato accecato dai russi e si è perso la rotta finendo in territorio lettone.

Ci voleva poco a capire cosa era accaduto. Bastava accedere alle numerose fonti Osint, le quali davano la traccia del drone, dalla partenza, alla destinazione, all’intervento difensivo russo all’abbattimento.

Traccia del volo del drone ucraino

Il fatto è che la verità disturba il manovratore.

L’autocensura, se non la rimozione della notizia, non è la prima e non sarà l’ultima.

Impressionante silenzio sulle dichiarazioni di Valerij Fedorovyč Zalužny

Un altro esempio di colpevole silenzio autocensorio riguarda le dichiarazioni di Zaluzhnyi sulla NATO, in quanto introducono una domanda che in Italia viene raramente posta o che non si vuol porre: “Stiamo riarmando l’Europa per costruire una capacità militare realmente nuova, oppure stiamo semplicemente aumentando quantitativamente una struttura militare concepita per un paradigma precedente?”.

Le dichiarazioni di Valerii Zaluzhnyi sono infatti molto più importanti di una normale polemica sulla NATO.

Zaluzhnyi è stato comandante in capo delle forze armate ucraine e oggi è ambasciatore ucraino nel Regno Unito. Il 3 agosto ha affermato pubblicamente che non vede realisticamente un ingresso dell’Ucraina nella NATO e ha indicato come uno dei problemi proprio l’inadeguatezza della struttura militare dell’Alleanza.

Qui va fatto un inciso che riguarda la più importante questione riguardante il conflitto Mosca-Kiev, in quanto il Cremlino considera l’entrata dell’Ucraina nella NATO un vulnus insopportabile alla propria sicurezza.

In una possibile trattativa questo è il punto fondamentale da risolvere.

Zaluzhnyi ha introdotto un concetto particolarmente pesante, in quanto, secondo lui, la NATO continua a operare sulla base di una dottrina formatasi alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre l’esperienza della guerra russo-ucraina avrebbe portato le forze ucraine a un livello tecnologico e operativo differente.

Successivamente Zaluzhnyi ha precisato di non essere anti-NATO, ma ha ricordato di essere stato proprio uno degli artefici della riforma delle forze armate ucraine secondo gli standard NATO e ha detto esplicitamente: «I support NATO».

La sua tesi è quindi ancora più interessante: non bisogna abbandonare necessariamente la NATO, ma trasformarla radicalmente.

Il punto veramente esplosivo è un altro. Zaluzhnyi sta dicendo, in sostanza, che l’Ucraina ha combattuto una guerra che ha prodotto conoscenze militari che la NATO non possiede nella stessa misura e arriva a proporre qualcosa di ancora più radicale: un nuovo sistema di sicurezza europeo, citando la Joint Expeditionary Force come possibile modello.

La Joint Expeditionary Force (JEF) è una coalizione militare multinazionale ad altissima prontezza operativa, guidata dal Regno Unito e progettata per rispondere rapidamente a crisi globali, con un focus prioritario sulla sicurezza dell’Europa settentrionale, del Mar Baltico e dell’Atlantico del Nord.

Quanto dice Zaluzhnyi entra direttamente in contraddizione con la narrativa del riarmo europeo.

La NATO, nella dichiarazione del vertice di Ankara del luglio 2026, ha sostenuto di essere già impegnata nella modernizzazione: sistemi senza equipaggio, difesa antimissile, spazio, cyber, AI, deep precision strike e una nuova architettura di guerra digitale.

Quindi abbiamo due narrazioni completamente diverse.

NATO - Zaluzhnyi

Siamo di fronte ad una discussione strategica enorme, soprattutto mentre l’Europa sta aumentando la spesa militare.

La posizione di Zaluzhnyi è particolarmente imbarazzante per il dibattito italiano, in quanto la domanda è se stiamo riarmando l’Europa per costruire una capacità militare realmente nuova, oppure stiamo semplicemente aumentando quantitativamente una struttura militare concepita per un paradigma precedente rimane evitata.

La guerra ucraina ha messo al centro elementi come: droni a bassissimo costo; guerra elettronica; sistemi autonomi; AI; saturazione delle difese; guerra dello spettro elettromagnetico; intelligence satellitare; rapidissima modificazione del software; integrazione fra sensori, droni e artiglieria; produzione industriale estremamente flessibile.

Ed è precisamente su questo terreno che Zaluzhnyi sostiene che l’esperienza ucraina abbia superato quella delle forze NATO in diversi ambiti.

Se Zaluzhnyi ha ragione, cambia il significato stesso del progetto di riarmo europeo.

La posizione di Zaluzhnyi cambia tutto.  Non si tratta più semplicemente di chiederci se «dobbiamo spendere di più per essere pronti contro la Russia», ma di domandarci se «dobbiamo costruire una nuova architettura militare europea, con una nuova dottrina derivata anche dall’esperienza ucraina».

E questa seconda domanda mette in discussione contemporaneamente NATO, industria della difesa, rapporto Europa-USA, riarmo europeo e prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza.

Per questo considero le dichiarazioni di Zaluzhnyi molto più importanti di quanto la loro presenza nel dibattito italiano lasci pensare. E, soprattutto, meritavano un confronto serio con la posizione ufficiale della NATO la quale sostiene oggi di essere già in piena trasformazione, mentre Zaluzhnyi sostiene che la trasformazione richiesta sia molto più radicale.

La copertura della notizia sulla stampa italiana

Fatta una verifica sulla copertura della notizia sulla stampa italiana si hanno i seguenti risultati relativi alla finestra 3 – 15 agosto 2026.

C’è stata una copertura molto selettiva, nella quale la frase sull’adesione dell’Ucraina alla NATO è stata ripresa, mentre la parte strategicamente più interessante – la critica di Zaluzhnyi alla dottrina militare NATO e la proposta di un nuovo blocco di sicurezza europeo – ha ricevuto molta meno attenzione.

Schema testate

La notizia non è stata ignorata completamente. Il 4 agosto, per esempio, Repubblica ha riportato in maniera abbastanza estesa la dichiarazione.

E non si è limitata al «mai nella NATO»: ha riportato anche il passaggio secondo cui sarebbe impossibile entrare in un’organizzazione «ispirata alle dottrine della Seconda Guerra Mondiale», alla luce dell’evoluzione delle forze armate ucraine.

Anche RaiNews ha riportato il passaggio sulle dottrine della Seconda guerra mondiale e quello sulla necessità per l’Ucraina di acquisire tecnologie NATO come difesa antimissile e capacità spaziali.

Siamo, tuttavia, di fronte a un depotenziamento giornalistico della notizia, perché la parte veramente importante è rimasta sullo sfondo.

Zaluzhnyi non sta semplicemente dicendo che l’Ucraina non entrerà nella NATO, ma che ha lavorato per circa 12 anni all’adozione degli standard NATO; conosce l’Alleanza dall’interno; la guerra ha prodotto un livello di esperienza militare ucraina che, a suo giudizio, non coincide più con quello della dottrina NATO; le dottrine dell’Alleanza sono ancora legate a un paradigma formatosi nella Seconda guerra mondiale; l’Ucraina dovrebbe guardare a nuove alleanze di sicurezza; fra queste individua esplicitamente un possibile «blocco di sicurezza militare europeo».

Questo ultimo elemento è politicamente enorme, in quanto significa che un ex comandante in capo dell’esercito ucraino, oggi ambasciatore a Londra, sta prospettando non l’uscita dall’Occidente, ma una possibile evoluzione dell’architettura di sicurezza europea oltre l’attuale modello NATO.

Mandati al massacro da consiglieri incapaci e ottusi

L’Ucraina fu spinta e sostenuta nell’adozione di operazioni di tipo combined arms occidentale senza disporre della superiorità aerea che normalmente ne costituisce uno degli elementi fondamentali.

Il problema emerge soprattutto guardando alla controffensiva del 2023.

La dottrina occidentale della manovra combinata presuppone l’integrazione di fanteria, carri, artiglieria, genio, ricognizione, guerra elettronica, difesa aerea, aviazione.

L’Ucraina disponeva di molti di questi elementi, ma non dell’aviazione moderna necessaria per contendere efficacemente lo spazio aereo.

Lo stesso documento didattico della NATO sulle lezioni della guerra russo-ucraina riconosce che né Russia né Ucraina sono riuscite a ottenere la superiorità aerea e che l’aviazione ucraina non poteva operare efficacemente dentro la copertura della difesa aerea russa.

Ancora più esplicito è lo studio dell’US Army War College: la sua conclusione è che la superiorità aerea rimane un prerequisito essenziale per consentire la manovra combinata, mentre nella guerra ucraina entrambe le parti sono rimaste in una condizione di air denial piuttosto che di superiorità aerea.

Ed è proprio ciò che Zaluzhnyi contestava.

Nel 2023, infatti, Zaluzhnyi aveva già denunciato il problema. La sua posizione era sostanzialmente: voi occidentali non condurreste una grande offensiva terrestre senza superiorità aerea; perché chiedete all’Ucraina di farlo?

Questa non è una ricostruzione russa della guerra. È una critica proveniente dal comandante in capo ucraino.

Nel luglio 2023 Defense News riportava proprio la sua obiezione: i Paesi occidentali non avrebbero iniziato una controffensiva di quelle dimensioni senza superiorità aerea, mentre Kiev era chiamata a farlo senza F-16.

E nell’agosto 2023 il Washington Post riportava ancora la critica di Zaluzhnyi agli alleati occidentali per aver previsto una grande controffensiva senza fornire alla stessa Ucraina una moderna componente aerea.

Il Pentagono disse esplicitamente nel maggio 2023: gli F-16 sarebbero serviti per le esigenze di medio-lungo periodo e non sarebbero stati disponibili per la controffensiva imminente.

La Nato sapeva benissimo che l’Ucraina non aveva copertura aerea. Anzi, proprio perché sapeva che l’aviazione ucraina non poteva penetrare efficacemente nello spazio aereo protetto dalla difesa antiaerea russa, la strategia occidentale puntò molto su: HIMARS; artiglieria a lunga gittata; missili antiradar HARM; droni; difesa antiaerea; guerra elettronica; carri e mezzi corazzati.

Il problema è che questi strumenti non equivalgono alla superiorità aerea.

Il rapporto RUSI sulla controffensiva del 2023 è molto interessante: descrive un piano iniziale che prevedeva 12 brigate corazzate e meccanizzate per ottenere una breccia e sfruttare il successo rapidamente.

Ma quella massa corazzata doveva operare contro: campi minati, trincee, artiglieria, droni, elicotteri, aviazione russa, difesa anticarro e senza poter neutralizzare completamente il sistema aereo russo.

Ed è precisamente qui che le recenti parole di Zaluzhnyi diventano molto interessanti.

La critica è molto profonda: “Ci avete chiesto di applicare una dottrina occidentale senza fornirci tutti gli elementi che rendono efficace quella dottrina”.

E questa è una critica difficilissima da liquidare.

Anzi, le successive analisi militari occidentali sembrano confermare almeno una parte del problema. L’US Army War College conclude che la guerra ha mostrato nuovamente quanto la superiorità aerea sia fondamentale per la manovra combinata.

E RUSI, studiando proprio l’offensiva ucraina, ha definito l’obiettivo quello di informare la rigenerazione delle capacità offensive delle forze NATO.

La Russia può contrastare tutti i principali sistemi NATO

Nelle dichiarazioni del 5 -7 agosto Zaluzhnyi ha affermato che la Russia ha sviluppato contromisure contro quasi tutti i principali sistemi d’arma NATO impiegati in Ucraina.

La formulazione riportata dalle fonti è «nearly every major NATO weapon».

E questa è probabilmente la parte più importante delle dichiarazioni di Zaluzhnyi, perché va oltre la questione dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO.

Il ragionamento di Zaluzhnyi è radicale, in quanto sta dicendo qualcosa di molto interessante: un’arma tecnologicamente superiore perde rapidamente il proprio vantaggio quando l’avversario ha il tempo e la capacità di costruire una contromisura specifica.

È esattamente ciò che, secondo lui, sarebbe accaduto con diversi sistemi occidentali impiegati in Ucraina. Per questo chiede alla NATO di passare a nuovi standard di guerra e di modificare profondamente la propria dottrina.

Non possiamo trasformare la frase di Zaluzhnyi in: “La Russia può neutralizzare qualsiasi arma NATO”, ma è ragionevole interpretare la sua osservazione come una critica alla convinzione che l’introduzione di una nuova piattaforma occidentale sia di per sé sufficiente a ristabilire un vantaggio strategico.

Quindi la guerra ucraina potrebbe essere stata, paradossalmente, un gigantesco laboratorio di adattamento militare per entrambi i contendenti.

Se prendiamo sul serio Zaluzhnyi, il problema del riarmo europeo non può essere semplicemente: «comprare più carri, più missili, più aerei e più sistemi NATO», ma «costruire una capacità militare capace di adattarsi più rapidamente dell’avversario».

Ed è una differenza enorme. In altre parole, non sarebbe più una guerra di piattaforme, ma una guerra di sistemi adattivi.

La domanda che ne deriva è quindi molto scomoda per l’attuale politica europea: se la Russia ha imparato a neutralizzare gran parte dei sistemi NATO impiegati in Ucraina, il riarmo europeo deve riprodurre l’arsenale attuale della NATO oppure deve finanziare una nuova generazione di dottrina, industria e sistemi d’arma?

Non è questione di soldi, ma di strategie geopolitiche

La questione non è di soldi, ma di strategie politiche.

Se prendiamo come riferimento l’Unione Europea a 27, il dato più aggiornato della Commissione europea è molto significativo. Al 15 luglio 2026, la Commissione indica 216,7 miliardi di euro di sostegno complessivo all’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022.

La cifra comprende assistenza economica, finanziaria, militare, umanitaria e anche sostegno agli Stati membri per l’accoglienza degli ucraini.

Con una popolazione dell’UE di circa 450 milioni di abitanti, il calcolo è: 216,7 miliardi e 450 milioni: circa 481 € per cittadino europeo.

Quindi, in termini puramente contabili, siamo nell’ordine di circa 480 euro per ogni cittadino dell’UE dal febbraio 2022 a oggi.

Particolarmente interessante è il dato militare: la Commissione quantifica in 81,9 miliardi il sostegno destinato al rafforzamento delle capacità militari ucraine, considerando anche 4,9 miliardi collegati al nuovo Ukraine Support Loan. Questo significa 81,9 miliardi e 450 milioni, ossia circa 182 € per cittadino UE di sostegno militare.

C’è però una precisazione metodologica importante: non è corretto dividere semplicemente l’intero ammontare UE per la popolazione di ciascun Paese, perché una parte consistente è finanziata attraverso le istituzioni dell’Unione.

Qui sotto considero quindi gli aiuti bilaterali impegnati allocati dai singoli Stati, che è il confronto omogeneo tra Paesi.

Schema aiuti pro capite
Schema aiuti pro capite in base al Kiel Institute

Il dataset del Kiel viene continuamente aggiornato e la valorizzazione delle armi in natura utilizza prezzi di mercato, con stime superiori quando necessario.

Conclusione

Il tema non è, come dicono i propagandisti che hanno speso miliardi per il 110, che buttiamo i soldi nel riarmo, mentre dovremmo darli alla sanità, perché, sin qui, di soldi pro capite, noi italiani, ne abbiamo dati tanti quanti se ne possono d’elemosina al povero che si incontra alla stazione.

Il tema vero, fossero anche cinque svanziche, due fiorini, un sesterzo, è per quale motivo dobbiamo scucire soldi per finanziare non un vero riarmo europeo o un ammodernamento della Nato, ma la produzione di armamenti che servono alla Germania per evitare il fallimento.

L’altra domanda, ancora più importante, riguarda la follia di una propaganda del “Sistema Ursula”, alla quale si assoggettano supinamente i media “al servizio”, che ci vuole convincere che la Russia ci invaderà tutti quanti, quando il problema degli europei è di disfarsi del kombinat burocratico che sta distruggendo il Vecchio Continente.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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