
di Giorgio cattaneo
Ogni immane disastro rappresenta sempre una sfida. Spalanca brutalmente la coscienza di tutti su un problema irrisolto, irrimediabile: il mistero del male e la precarietà dell’umano destino.
Si resta ammutoliti e sgomenti di fronte all’immensità della catastrofe, al dolore di chi ha perso tutto in pochi minuti.
Il lutto dei familiari, la strage dell’acqua impazzita, la poderosa macchina dei soccorsi, l’impegno commovente dei volontari.
Rituali: scene sempre uguali ma ogni volta diverse, a cui non ci si abitua mai. Poltiglia grigia: di case e strade, ponti crollati, argini franati, comunicazioni interrotte. Il buio, la notte, la paura. Gli ululati, i lampeggianti. Gli elicotteri. E il bollettino della sciagura: i troppi morti, i danni miliardari, le decine di migliaia di sfollati.
La domanda di fondo è sempre la stessa. Perché?
E in questo caso: perché adesso? Perché proprio in Emilia Romagna, cuore pulsante di una fetta di paese abituata a pensarsi ottimista, laboriosa, geniale e inventiva, sempre capace di rimboccarsi le maniche e di riemergere – prima e meglio di altri – da qualsiasi avversità?
Sembra risuonare nell’aria, beffardo, l’antico adagio sulla fortuna cieca (e sulla sfortuna che, invece, ci vede benissimo).
Coincidenze infauste, per non dire sinistre: ancora nessuno ha saputo spiegare fino in fondo, almeno ufficialmente, lo strano accanimento geografico della tempesta Covid nella sua fase iniziale, esplosiva. Nel mirino il nord-est industriale, la Lombardia: Milano e, prima ancora, Bergamo e Brescia. Il principale motore economico del paese.
E adesso tocca all’altro grande polo produttivo del nord, quello che si estende sulla riva destra del Po.
Sul web, di fronte all’alluvione che riempie le prime pagine, qualche spiritoso in vena di solidarietà a buon mercato si è messo a rincuorare gli emiliano-romagnoli a suon di pacche sulle spalle: sono gente speciale, che è stata capace di inventarsi la Ferrari, la Maserati, la Lamborghini, le moto Ducati, le macchine Saeco per il caffè.
Peccato che gran parte di quel glorioso Made in Italy abbia lasciato l’Emilia Felix da un bel pezzo: comprato in saldo dai tedeschi, dai francesi, dagli olandesi a cui l’Unione Europea concede il lusso di abbandonarsi alla peggiore pirateria del dumping fiscale, proprio mentre – sempre loro, gli stessi eurocrati – affliggono pure l’italianità più iconica (quella balneare) con il tormento della direttiva Bolkenstein.
Stessa spiaggia, stesso mare: quello in cui è finito l’oceano di fango calato dall’Appennino per mangiarsi in un sol boccone la pianura, la provincia romagnola e la sua florida agricoltura, le migliaia di piccole aziende, i santuari turistici rivieraschi.
Italia kaputt. E dopo la Lombardia, stavolta è il turno dell’Emilia.
Perché?
Il quesito resta sospeso, nel silenzio lugubre del day after. Il deserto di fanghiglia e desolazione, le ruspe, i badili dei giovani spalatori.
Com’è che si ritrova in ginocchio, da decenni, l’ex quarta potenza industriale del pianeta? Per quale ragione sarebbe diventato un rebus, il reperimento dei fondi destinati alla ricostruzione? Pagine che grondano vergogna: come mai è ancora in macerie, l’abitato di Amatrice? In altre parole: quale oscuro karma perseguita la patria perduta dei Mattei e dei Moro, dove adesso i viadotti crollano e le scuole cadono in pezzi, i ragazzi emigrano e la denatalità batte ogni record storico?
Dissonanza cognitiva: un neologismo abusato, di questi tempi. Ma efficace, nel misurare la distanza tra il reale e il virtuale, i fatti e le leggende.
Ora, in Emilia, l’agenda impone le sue drammatiche priorità, il ristoro immediato dei superstiti e la riattivazione dei circuiti vitali, almeno il minimo sindacale.
Poi verrà l’ora delle polemiche: le opere idrogeologiche incompiute, le briciole dell’imbarazzante Pnrr. E il solito rimpallo di accuse e responsabilità, esaurite le lacrime della retorica emergenziale.
Dissonanze, appunto: sembra ieri, quando le piazze di Bologna si infiammavano per l’eroica disfida tra le impavide Sardine e la loro bestia nera, l’orco Salvini.
Che cosa ha prodotto, negli ultimi anni, l’eterna politica emiliana graniticamente conformista? Ci ha regalato uno statista del calibro di Pier Luigi Bersani, che approvò senza battere ciglio il colpo di grazia inferto al paese: l’obbligo del pareggio di bilancio. Pura aberrazione, suicidio tecnico: comminato dagli euro-burattinai che spedirono Mario Monti a Palazzo Chigi per staccare il respiratore al paziente terminale.
Poi sono arrivati Bonaccini e la Schlein, cioè i due tizi ora accusati di aver restituito al governo 55 milioni di euro che potevano – anzi, dovevano – essere spesi per la sicurezza idrogeologica della regione attualmente finita sott’acqua.
Annega, l’Emilia (insieme al resto dell’Italia), sotto l’urto di un’altra inondazione, interamente mediatica: il frutto velenoso di una tenace ingegneria della paura. Quella che ha prodotto in serie, uno dopo l’altro, tutti i malefici e i sortilegi degli ultimi anni.
La capitolazione della sovranità nazionale, la sovragestione occulta degli anni di piombo, l’ecatombe di Mani Pulite e la grande svendita del sistema-Italia. A ruota: il terrorismo dello spread e quello dell’Isis, poi il panico da Covid e ora l’isteria che dipinge la Russia come una sorta di impero del male, mentre le sanzioni accelerano la proiezione multipolare di Mosca inguaiando essenzialmente l’Europa.
E in fondo al vecchio continente ecco noi, l’Italia: i primi a subire l’onda della folle gestione pandemica. E i primi – ancora – ad essere letteralmente azzerati sul piano diplomatico e geopolitico, schiacciati dal peso e dalla dismisura di un atlantismo irrazionale e anacronistico, del tutto irragionevole, non più condiviso neppure da larghissimi strati della stessa società statunitense.
Va a fondo insieme all’Emilia, il Belpaese che fu, nel bel mezzo della più gelida primavera degli ultimi anni, con buona pace dei “gretologi”. Finisce sott’acqua, la Romagna, per colpa della siccità più piovosa che si ricordi.
Dissonanze, ancora e sempre. E cocciuti, contrapposti negazionismi di stampo teologico. Fino a ieri, il nord-ovest era realmente in stato di grave sofferenza idrica: i fiumi asciutti, gli agricoltori in allarme, gli acquedotti già in riserva. Eppure – per assurdo – c’è chi è arrivato a negare l’evidenza, pur di non darla vinta ai mentitori seriali: quelli che proclamano il dogma dell’auto-flagellazione obbligatoria, processando l’umanità come unica responsabile dei cambiamenti climatici in corso.
Di nuovo: dissonanze pericolose. In mano ai nipotini del Club di Roma, che fabbricò a tavolino il catastrofismo apocalittico planetario, persino un tema serissimo come la tutela dell’ecosistema viene deformato spudoratamente, utilizzato anch’esso come tutto il resto – lo spread, i tagliagole islamisti, il terribile virus – per costruire trappole emotive e organizzare colossali ricatti.
Monotonia: l’obiettivo non cambia. La missione è sempre la stessa: sottomettere la popolazione, conculcare diritti e libertà, usare la paura e il ricatto per ottenere obbedienza e disciplina.
Era il 1975 quando i profeti della “crisi della democrazia”, prezzolati dalla Trilaterale di Kissinger, raccomandavano di favorire con ogni mezzo l’apatia sociale, l’indifferenza e la rassegnazione. Era il modo per alzare il grande trofeo del neoliberismo golpista: la morte civile della politica. La fine dell’interesse pubblico come perimetro dignitoso di civiltà, dentro una modernità fatta di storiche conquiste pagate con il sangue.
Era davvero in palio lo scalpo della democrazia sostanziale. Il tramonto di una gloriosa stagione inaugurata, nel secolo dei lumi, dalla Presa della Bastiglia.
Ce l’hanno fatta, a seppellire il vivente? Non ancora. Non del tutto. E forse non ce la faranno, fino a quando ci sarà qualcuno disposto a raccontarla per intero, questa brutta storia.
Qualcuno che non si arrende mai: proprio come loro, i fraterni emiliani sepolti dal fango. Qualcuno che non si scoraggia, neppure di fronte all’abominio. E lavora giorno e notte perché prima o poi si scateni finalmente un diluvio di ben altro genere, quello di cui abbiamo tutti un disperato bisogno: la grande alluvione della verità.





