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LAICISMO: FRANCIA VERSUS ITALIA E IL DONO DELLA MEDIETÀ

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di Antonio Bettelli
Quando il laicismo assume i risvolti di una religione dai retroscena integralisti, la società che ne è destinataria è spesso chiamata ad affrontare, con animo violento, gli effetti divisivi indotti dai suoi stessi bouleversement ideologici.

Lo iato che separa le due identità di un Paese storicamente progressista come la Francia, ma fortemente attraversato da istinti esogeni reazionari, aumenta così il proprio spazio tra la componente più tradizionale dell’ecumenismo islamico, somatizzatasi sotto forma d’insanabile disagio sociale e di separazione intestina tra le sue generazioni, e quella innovatrice e ormai storica del laicismo protestante. Ciò si manifesta con un moto di rinnovata ideologia libertaria, riaccesosi su temi sociali così importanti da non poter più essere omessi. La risoluzione ai punti scottanti delle pensioni, della non adattabilità riottosa e violenta delle periferie, delle manifestazioni culturali prive del marchio DOC del laicismo non è dunque più procrastinabile, pena l’impossibilità di continuare ad assicurare l’ascesa di un Paese che da sempre difende la prerogativa di motore laico e progressista d’Europa. Non farlo comporterebbe per l’Eliseo di dover abdicare al sovranismo di una Nazione che sull’anticipazione del cambiamento violento ha costruito il suo primato d’indipendenza e di autonomia, non solo per se stessa e rispetto all’Europa, ma persino nei riguardi del mondo intero.

La matrice identitaria nazionale francese ha avuto nei moti di riforma religiosa del XVI secolo l’incipit separatista dall’assolutismo di Santa Romana Chiesa e ha suggellato, negli effetti rivoluzionari e controrivoluzionari dell’emancipazione illuministica, sostenuti dalla conquista militare e culturale dell’Europa da parte di Napoleone, a cavallo tra XVIII e XIX secolo, il suo primato non contestabile di tutrice della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.

Per il cittadino francese laico protestante, poiché il protestantesimo è la vera anima del laicismo d’oltralpe, la diversità socio-culturale della sua fede aconfessionale è, rispetto alla sottomissione islamica, intollerabile. Occorre dunque spezzare ogni forma di rivendicazione, anche se questa si manifestasse come effetto inconsapevole, perciò parzialmente responsabile, di un disagio profondissimo. Proprio perché il malessere è profondo occorre agire subito e con vigore per eradicarlo.

Nella nostra società, nella società italiana, non vi sarebbero dubbi sul fatto che un gesto analogo a quello compiuto dal poliziotto omicida del diciassettenne Nahel andrebbe non solo aspramente perseguito giudiziariamente, ma anche civilmente e coralmente condannato. Forse solo alcune frange appartenenti alla risicata galassia dell’estremismo xenofobo farebbero eccezione al pressoché unanime moto di accorato biasimo. Ma non solo: la discussione nella società, mediata dai talk show televisivi a sfondo sociopolitico, verterebbe sull’improprio e improvvido uso della forza, che da legittima diventa illegittima, e sulle ragioni psicologiche e sociali che possono spingere un diciassettenne alla guida di un’autovettura a sfidare, a rischio della propria vita, le forze di polizia. Le fiaccolate di solidarietà con la comunità d’origine del malcapitato giovane si succederebbero trasversalmente tra le varie comunità del Paese, la Chiesa si ergerebbe a tutela del più debole nelle omelie domenicali e il Papa all’Angelus, ben travalicando i confini dello Stato Vaticano, invocherebbe una preghiera per l’adolescente ucciso e un invito al perdono per tutti. Il confronto filosofico, psicologico, sociale, civico coglierebbe lo spunto dalla tragedia per affrontare temi serissimi, primo fra tutti quello dell’integrazione, che sarebbe acclamata come ricerca di un punto d’incontro, non piuttosto come affermazione suprematista del potere formale su comunità che sono riconosciute ma anche, di fatto, aliene.

Il dramma delle banlieue di Parigi e delle più popolose città della Francia si incardina su un’anacronistica affermazione di supremazia della visione laica della società, visione che da mera angolatura di osservazione e d’indirizzo di fenomeni socioculturali è divenuta visceralmente endemica, quasi genetica, nella porzione autoctona, perciò protestante, della cittadinanza. Da quel punto di vista, più radicale del radicalismo che si vorrebbe correggere, deriva l’impossibilità di percorrere con i moderni strumenti di convivenza sociale la strada dell’integrazione, unico cammino possibile per avere un futuro autentico di libertà, di uguaglianza e di fraternità.

Sull’intolleranza connaturata con la separazione dianzi descritta s’innesta, oltretutto, una forma d’incompatibilità, di assenza di dialogo e di non accettazione molto più grave. Mi riferisco all’intolleranza intra islamica tra le generazioni succedutesi nell’accedere alla laicità offerta dalla società francese. Alcuni giovani di generazione seguente rispetto a quella di primo innesto nel contesto laico hanno fallito l’obiettivo dell’integrazione. Dopo aver aderito più o meno liberamente agli aspetti talora degeneri di una società aperta (droga, alcol, prostituzione ecc.), si sono scoperti rifiutati da una società incapace di riconoscerli come laici puri e, infine, sono stati ripudiati, per aver abusato dei costumi della laicità, dalle famiglie d’origine ancora ancorate agli usi dell’appartenenza islamica.Quei giovani sono così divenuti facili prede di fenomeni di radicalizzazione, ricercando e illudendosi di trovare nella militanza estrema la chance di rigetto della società di destinazione, che non li aveva saputi accogliere, e di riscatto rispetto alla società di provenienza, che li biasimava per i loro comportamenti.

Vorrei allora che l’Italia non abbandonasse mai una visione incentrata su posizioni critiche che non siano mai interamente laiche ma, neppure, esclusivamente affidate a dogmatiche sovrastrutture confessionali. Abbiamo il dono della medietà cui la storia del nostro Paese ci ha costretto, e lì vorrei che rimanessimo, anche a costo di non primeggiare. A questa considerazione mi muove un convincimento personale: penso infatti che gli italiani siano sempre esistiti, sin dall’era villanoviana e dalle primordiali palafitte nella pianura padana, e credo che chiunque si trovi oggi ospite della nostra terra, racchiusa tra le Alpi e il Mediterraneo, così mirabilmente costellata di insuperabili esempi di civiltà e di bellezza naturale e artistica, finisca inevitabilmente per sentirsi italiano.

Rovescerei dunque i termini dell’affermazione pronunciata all’apice del percorso risorgimentale da Massimo d’Azeglio: “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.
Ritengo, infatti, che non vi siano italiani da fare, e che gli italiani esistano da sempre. Occorre invece ricostruire il senso dello Stato, uno Stato animato da una visione laica rispettosa delle diversità. Insomma: bisogna fare l’Italia.

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  • Redazione

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