L’anima nera del terrorismo veniva dal Ministero degli Interni
Fu “l’anima nera dei corpi separati dello Stato, legato a Gelli da un’amicizia dalle radici lontane e oscure”.
Federico Umberto D’Amato venne descritto con queste parole da Andrea Barberi e Nazareno Pagani nel libro “L’Italia della P2”, scritto poco dopo la scoperta da parte della magistratura dell’esistenza della Loggia di Licio Gelli.
Questo personaggio è l’elemento chiave per capire la Strategia della Tensione degli anni Settanta. È l’anello di congiunzione tra il Ministero degli Interni, il terrorismo e le basi della Nato.
Quando Lino Jannuzzi lo inserì nel suo “Rapporto sui giornalisti spia” del settembre 1976 molti gridarono allo scandalo. D’Amato veniva descritto come un poliziotto, “nel senso più storicamente autentico del termine”, che dirigeva il servizio di frontiera del Ministero degli Interni, ma che era stato anche il capo della divisione “Affari Riservati”, fino alla soppressione di quell’ufficio dopo la strage di Brescia del 1974. Jannuzzi aggiunse un particolare per me interessante: D’Amato a suo dire fu “strettamente collegato con l’ambasciata degli Stati Uniti e con tutti i servizi stranieri, ma particolarmente, e fino al limite del doppio gioco, con il servizio segreto francese”. Fu lui il principale responsabile della Strategia della Tensione, dal tempo delle schedature del Sifar ai depistaggi delle inchieste giudiziarie, e “trattava da pari a pari con le grandi firme, gli editori e i direttori dei giornali”, così come faceva con i dirigenti delle grandi aziende private e pubbliche: Fiat e Montedison.
Jannuzzi non sapeva che D’Amato (fascicolo 554, fonte il sito www.strano.net) come Allavena (fascicolo 505) erano iscritti alla Loggia P2. Quando ciò emerse, l’articolo di Barberi e Pagani si spinse anche oltre.
D’Amato fu accusato di essere l’ideatore dell’ultrasinistra italiana. I due scrissero che quest’ultima venne “studiata a tavolino, creata dal nulla negli uffici degli Affari Riservati, al Viminale”.
Ed ecco come: “D’Amato arrivò a inventare gli slogan più duri del maoismo anti-PCI, a farli comporre in manifesti e, infine, a farli stampare”.
Il compito venne affidato all’esponente di “Avanguardia Nazionale” Stefano Delle Chiaie, che Barberi – Pagani descrissero come “bombarolo terrorista”.
Dunque, eccola la verità: estrema destra, estrema sinistra, funzionari ministeriali, magistrati erano uniti dall’appartenenza alla Loggia P2 e si fronteggiavano in quelli che anche Barberi e Pagani chiamarono “regolamenti di conti in famiglia”.
Il doppiogioco sui fascicoli del SIFAR
Giovanni Allavena, l’uomo della schedatura di 157mila italiani, secondo l’inchiesta di Jannuzzi del 1976 avrebbe “arruolato decine e decine di giornalisti fascisti”. Il redattore di Tempo lo definì un “colonnello, poi generale, stretto collaboratore del generale De Lorenzo”.
Fu “coautore” del “Piano Solo”, quello che solo i carabinieri avrebbero dovuto attuare nel 1964, e sostituto di De Lorenzo dopo il fallito golpe del SIFAR. Questo militare corrotto interessa da vicino la storia del Conero.
Secondo altre fonti come Repubblica, che parlò di lui quando morì il 27 settembre del 1991, Allavena fu capo del controspionaggio di Ancona fino al 1956. Quindi, ne deduciamo, proprio mentre nasceva la base del Conero e mentre al cinema Metropolitan veniva attuata una strage dai risvolti poco chiari.
L’orientamento politico di questo militare non ci pare di estrema destra. Allavena, dando per buone le accuse di Jannuzzi, avrebbe scelto tra i giornalisti da lui assoldati per raccontare la cronaca anche Lando Dell’Amico, socialdemocratico, il cui nome sarebbe collegato all’attuale editore del quotidiano di Ancona, Il Resto del Carlino.
Il militare avrebbe inoltre rubato i fascicoli del SIFAR per darli a Licio Gelli. Ma soprattutto pare che fu stimato da Agnelli, che gli regalò una concessionaria Fiat a Roma, proprio nel periodo in cui la Fiat fondava una sede in Russia, in nome di un ponte economico tra USA e URSS.
Ulteriore conferma di un doppio gioco starebbe nel fatto che Allavena, fondatore di un comitato per l’elezione di Nixon, secondo Repubblica fu ascoltato dal PM Mastelloni nel novembre del 1990 nell’inchiesta su Argo 16, aereo che si disse fu fatto cadere dal Mossad israeliano per vendetta contro la politica filopalestinese del governo italiano.
Conferme? Ce ne sono tante: Allavena comparve cinque anni dopo l’inchiesta di Jannuzzi nella lista della Loggia P2 (ormai il lettore sa che la Propaganda Due era nelle mani del KGB) e si parlò di lui anche quando nel 1990 scoppiò il caso Gladio.
Lando Dell’Amico viene descritto nel reportage di Tempo come un “giornalista – ricattatore – spione”, politicamente ex repubblichino, ma convertito alla socialdemocrazia. Per questo pare che fu autore di un tentativo di corruzione di un congresso repubblicano di Ravenna, su richiesta del presidente dell’ENI Enrico Mattei e con l’aiuto del SIFAR. Entrò poi nella sfera di influenza del petroliere Attilio Monti, futuro editore del Resto del Carlino. Per Monti fondò nel 1959 l’agenzia giornalistica “Montecitorio”.
Nel 1957/58 avrebbe tentato di coinvolgere, con documenti falsi, Giulio Andreotti nello scandalo Giuffré, facendosi aiutare dal SIFAR e da “alcuni ufficiali della Guardia di Finanza”. Fu un dossieraggio falso, secondo Jannuzzi, perché così stabilì la commissione parlamentare d’inchiesta.
Ma c’è un’indiscrezione che colpisce gli attuali editori del Resto del Carlino. Jannuzzi affermò che nel settembre del 1969, poco prima della strage di Piazza Fontana, Monti avrebbe trasmesso, tramite il giornalista fidato di Allavena, appunto Lando Dell’Amico, dei soldi a Pino Rauti. Il giornalista avrebbe poi lasciato traccia di ciò in una lettera inviata al genero di Monti, Bruno Riffeser.
A quel punto, sempre Dell’Amico si sarebbe pentito, avrebbe consegnato tutto al giudice Gerardo D’Ambrosio, ma alla fine avrebbe ritrattato ogni accusa, costruendosi una villa. Monti voleva partecipare alla ‘strategia della tensione’? Posso confermare solo che ho appreso di un contatto nei primi anni ’80 tra la redazione del Carlino di Ancona e i Servizi Segreti. Non sottovaluterei neanche il fatto che nessuno di questi personaggi querelò il giornalista Jannuzzi.
C’è un ulteriore elemento che fa pensare che i dossier del SIFAR non fossero un affare segreto della NATO, bensì dell’altra parte della Cortina di Ferro. Tra i dossier dello spionaggio cecoslovacco vi è a un certo punto un riferimento proprio all’affare SIFAR. Stiamo parlando del fascicolo 10443-112 sulle Misure attive.
Il 4 maggio del 1967 dall’STB, cioè i Servizi Segreti di Praga, partì una lettera “segretissima” diretta al referente del Ministero Cecoslovacco per comunicare alcuni dettagli sulle operazioni di disinformazione da attuare in quel periodo.
Verso la fine compare questa precisa frase: “In qualche paese, si diffonda la notizia della consegna del volume Sifar alla CIA americana e del contenuto del volume Saragat. Tuttavia, è necessario consultare gli amici, in merito alla persona di Saragat e ai benefici che la DC ne trarrebbe”.
Appare evidente che si parla dei 157mila dossier del SIFAR, sia per la data, in quanto in Italia i reportage di Jannuzzi e Scalfari uscirono nel maggio 1967, sia per il riferimento all’allora Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, il quale infatti, narra la storia ufficiale, fu informato che di lui – come sottolinea qualcuno “erano state minuziosamente catalogate addirittura le marche e le quantità di alcolici usualmente consumati”.
Ci sono altri dettagli che vanno menzionati. Il documento di cui ho parlato compare nella fotografia 67 del volume 1 del fascicolo già citato, il 10443-112. È molto particolare questo foglio, perché si nota facilmente che un foglietto più piccolo, della stessa epoca, fu incollato sopra all’altro. La parte relativa al caso SIFAR si trova nel documento sottostante.
È come se avessero cercato di cancellarla, sovrapponendovi una delle relazioni sulla Misura Attiva “Romulus” che riguardava il caso Obermaier, il console tedesco che fu ingiustamente accusato dall’STB, con documenti falsi, di essere un ex gerarca di Hitler.
Tuttavia, il foglio sovrapposto è più piccolo ed è per questo che è stato possibile leggere e tradurre quella frase, tra l’altro sottolineata a penna dall’STB, sul caso SIFAR. Si potrebbe intravedere qualcosa pure di ciò che c’è scritto sotto all’altro documento. Si scorgono alcuni nomi: Andreotti, Saragat, De Lorenzo e la frase iniziale del documento.
Il SIFAR e le tangenti di Saragat
Ho cercato aiuto tra i miei contatti e grazie a Erik Getlik, un esperto della guerra fredda che vive in Slovacchia e conosce la lingua ceca dalla nascita, sono riuscito a ricostruire praticamente la prima metà del documento, diciamo così, nascosto. Eccone il testo:
***
“Tra i documenti perduti del Sifar c’è anche il volume di Saragat, commissionato personalmente da de Lorenzo per il suo ritrovamento. Scomparve senza lasciare traccia e fu probabilmente nascosto da Andreotti prima di lasciare il Ministero della Difesa.
Nel volume di Saragat si trovavano prove che, prima delle elezioni del ’63, i socialdemocratici austriaci consegnarono xxx in denaro all’appartamento di Saragat come ricompensa per il suo contributo alla risoluzione di xxx a favore dello Stato austriaco.
Alla fine del ’63, Saragat era Ministro degli Esteri e in seguito guidò i negoziati con l’Austria per l’Alto Adige, condotti dall’Austria a favore generale. Lì, SARAGAT apprese che il Sifar aveva ricevuto una segnalazione secondo cui era stato corrotto dagli austriaci..”
Proviamo a ragionare sul contenuto che, grazie anche alla consulenza dell’amico slovacco e ai consigli di Vito Sibilio, ci offre molte notizie.
I fascicoli perduti
Il documento inizia subito con la notizia della perdita di alcuni fascicoli del SIFAR, che ormai sappiamo essere quelli dei NOS. Chi scrive la relazione dà per scontato che chi leggerà queste frasi saprà già di cosa si parla. Sono andato a rileggere i documenti precedenti, anche oltre a quello sovrapposto, che è immediatamente precedente in termini temporali. Non manca nessun foglio. Il giorno precedente, il 3 maggio, l’Stb era impegnato nella disinformazione sull’Alto Adige, inserendosi con gli articoli di un loro contatto, tale Gismondi, sulle relazioni tra Italia e Austria nella politica regionale altoatesina.
Il volume Saragat
Potrei dedurre che il SIFAR, nello svolgere le consuete verifiche sull’affidabilità di coloro che richiedono il NOS, avrebbe scoperto che Saragat si era fatto pagare una tangente dagli austriaci per concludere in loro favore la spinosa questione dell’autonomia altoatesina.
Giulio Andreotti avrebbe deciso, forse scoprendone il contenuto compromettente, di nascondere questo fascicolo. Forse anche gli altri? L’Stb si concentra sull’allora Ministro degli Esteri quindi non lo sappiamo. Però è plausibile.
La parte mancante
Abbiamo svelato la parte iniziale del documento. Non ci viene detto dall’Stb dove siano state reperite le informazioni, se da qualche contatto oppure dai giornali. E questo accade molto raramente nei documenti cecoslovacchi. Ma è evidente che sui giornali italiani non ci sia ancora niente.
Anche perché sarà il numero dell’Espresso del 7 maggio a svelare che fu De Lorenzo l’autore dello spionaggio dei Ministri, dei quali forse già si vociferava. In Cecoslovacchia invece lo sapevano già. Resta tuttavia impossibile leggere il brano centrale di questo documento, poiché sopra vi è un messaggio interlocutorio sull’operazione Romulus. Che dice questo:
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“AO Romulus
28.4 Durante un incontro specifico per la richiesta di un documento telegrafico alla redazione di VS-DOMINGO, si è rifiutato di inviarlo. A suo parere, è meglio richiedere la documentazione per posta all’Ambasciata e consegnargliela qui sul posto.
Dalla conversazione è emerso chiaramente che non vuole dimostrare l’iniziativa richiesta e la considera troppo delicata. Afferma inoltre di non essere certo di ricevere il materiale richiesto. Non ha ancora ricevuto risposta all’interpellanza, a suo dire, non sarà così presto data la situazione. Invierò maggiori dettagli tramite corriere”.
Non c’entra nulla con ciò che invece resta leggibile nella parte bassa del foglio. Poi vedremo meglio anche come era stato composto questo collage di fogli e foglietti.
Sotto ancora c’è il messaggio sottolineato che abbiamo già visto.
“In qualche paese, si diffonda la notizia della consegna del volume di SIFAR alla CIA americana e del contenuto del volume di Saragat. Tuttavia, è necessario consultarsi con gli amici, data la figura di Saragat e il beneficio che la DC ne trarrebbe”.
Il mio amico Getlik mi conferma che il verbo va inteso al congiuntivo con senso futuro: “si diffonda”. Questo dettaglio è fondamentale, perché conferma che l’Stb sull’affare SIFAR intendeva prendere l’iniziativa e dire che i volumi spariti erano stati spediti negli USA. Non è detto che sia totalmente falso.
Abbiamo visto nei precedenti articoli che dietro la gestione dei dossieraggi c’erano gli americani. Ma venivano fatte delle valutazioni su cosa fosse meglio diffondere e cosa no. Sembra evidente che i fili del gioco fossero tenuti in mano da loro e dal KGB.
La Misura Attiva sul SIFAR nei documenti successivi rimase a margine di altre operazioni. Venne citata in altri documenti anche una seconda volta, poi sparì, almeno dai fascicoli della Cecoslovacchia, che era un piccolo Stato satellite dell’URSS. Quindi il sospetto è che i giornalisti del settimanale L’Espresso, sia pure onestamente, fossero finiti nello sporco gioco della disinformazione sovietica.
Proviamo ora a fare qualche considerazione più tecnica di carattere archivistico. Come primo passo, analizziamo le date di emissione dei due documenti, quello sopra e l’altro, più importante, sotto, e poi i numeri di protocollo. L’ordine di archiviazione è corretto, poiché il documento più piccolo, sull’operazione “Romulus”, e quindi quello incollato sopra, è numerato a penna come 23, mentre quello sul SIFAR è il 24.
Infatti, il 23 fu emesso la mattina e il 24 il pomeriggio-sera dello stesso giorno: 4 maggio 1967. Entrambi partirono da Roma, presumibilmente dalla sede dell’ambasciata cecoslovacca. Si potrebbe pensare che la sovrapposizione nefasta, che ci impedisce di leggere integralmente il documento, sia dovuta a un errore nella catalogazione dopo la caduta del Muro. Ma lo escluderei, per due ragioni.
Primo, l’archivio di Praga conserva in foto digitali sia il fronte, sia il retro, pertanto il foglio mentre veniva fotografato venne alzato e girato. È per questo che lo considero incollato e non solo appoggiato, altrimenti gli archivisti se ne sarebbero accorti.
Secondo, i cechi dopo la caduta del Muro di Berlino cercarono di ricostruire in modo certosino l’attività dei propri servizi segreti, con una mentalità anticomunista molto lontana dalle nostre abitudini italiane. Credo, pertanto, che nel caso in questione si tratti di una copertura decisa dallo stesso Stb prima del 1989.
Il retro del documento è importante.
Osservando il retro del foglio, si intuisce che ci sono ben tre fogli in questo mix stranissimo di documenti, non due. Attenzione alle firme. Notiamo un foglio molto grande, che sembra cartonato, in cui pare non esserci scritto niente, se non la firma finale: “Jaros 83”. Poi c’è un secondo foglio, meno grande, con il depistaggio sull’affare SIFAR, ed è firmato in corsivo da un certo “balar S.S.” oppure 5.5. E poi il foglietto della misura attiva “Romulus” firmato di nuovo “Jaros 82”.
Visti da dietro, i tre fogli appaiono essere tenuti insieme dal foglio dell’affare SIFAR, perché è una specie di foglio doppio a quattro facciate, come quelli protocollo che si usano a scuola. Perciò gira per 360 gradi intorno al foglio vuoto cartonato, che sembra essere stato messo lì perché gli altri due vi si attacchino. Il foglietto di “Romulus” è una specie di toppa messa lì per coprire il caso SIFAR, quantomeno per non far capire come si arrivò al depistaggio.
Cosa dunque vuol dire? Ormai ho visionato migliaia di documenti cecoslovacchi e credo proprio che sia la prima volta che mi capita un caso del genere. Una spiegazione interessante potrebbe essere “Tecnica di segnalazione interna (“marcatura”).
In certi casi, le sovrapposizioni erano usate non per censurare, ma per evidenziare una parte sottostante a uso interno, ad esempio: perché la parte inferiore conteneva informazioni operative sensibili; oppure perché si voleva far notare qualcosa a un lettore successivo (es. “leggi sotto con attenzione”).
La sottolineatura a penna rafforza questa ipotesi: chi l’ha letta, voleva chiaramente mettere in risalto proprio quella sezione, non nasconderla. Mi dà anche altre possibilità ma questa al momento mi pare la migliore.
Ho provato a chiedere spiegazioni direttamente agli archivisti di Praga, sostenendo che a mio avviso il documento fosse stato incollato per coprire dei dati sensibili.
Un’impiegata mi ha risposto così: “Caro signor D’Agostino, È una possibile ipotesi, ma in questo caso è probabilmente solo un problema di riprese scadenti. La carta sopra è leggera, più leggera di quella sottostante e quasi traslucida, quindi probabilmente si sono semplicemente dimenticati di toglierla durante le riprese. Ci sono molti errori simili nelle riprese, specialmente nei casi di carte più piccole. Se lo STB voleva attaccarla, di solito usavano nastro adesivo o colla, che è visibile sotto la carta durante le riprese”.
Devo aggiungere un commento personale. Più volte il personale dell’archivio di Praga escludeva a priori questo o quel coinvolgimento della Cecoslovacchia nelle vicende tragiche italiane, salvo essere poi smentito dai documenti.
Quindi non scarterei del tutto l’ipotesi della fonte anonima riportata all’inizio del precedente articolo anche perché non sarà per niente facile ottenere la correzione di quell’errore di “ripresa”, ossia nel fotografare il documento. Loro sostengono sempre di non essere in possesso dell’originale, ma di conservare soltanto la copia microfilmata.
Credo che per ottenere una modifica servirà un intervento a livello politico o diplomatico.
In definitiva, è probabile che mi sia trovato di fronte a un caso unico di attività talmente segreta da essere criptata anche all’interno dello stesso servizio segreto di Praga.
Tutti i reportage dell’Espresso partirono dal 7 maggio del 1967, con lo scoop su De Lorenzo. Il titolo in copertina era: “Spiava per conto dei Ministri”. Il 3 maggio Jannuzzi iniziò la raccolta di informazioni.
Infatti, secondo un articolo de Il Dubbio, intitolato “Lino Jannuzzi, ironia e vita spericolata da reporter garantista”, del 9 agosto 2024 a firma di Paolo Delgado, di un dossieraggio ipotetico del SIFAR si vociferava e dibatteva in Parlamento da circa un anno, ma senza grande attenzione mediatica. E allora ecco che questo documento si inserisce nella vicenda in maniera piuttosto prepotente.
Il confronto con L’Espresso
Come immaginavo negli articoli del settimanale L’Espresso non c’è niente del documento di Praga. Uno dei primissimi se non il primo in assoluto uscì il 23 aprile del 1967. Ciò vuol dire che le spie dell’STB si potevano essere documentate da questa fonte per la loro relazione.
Che però integrarono con notizie del tutto nuove, anticipando, come già sottolineato, una soluzione dell’affare SIFAR che ancora nel 2025 noi in Italia non abbiamo. Il lettore di questo volume conosce già la versione riveduta e corretta di questo dossieraggio. Vediamo allora cosa era uscito nel nostro Paese.
Gli articoli de L’Espresso sono a dire il vero tutti molto interessanti, anche quelli successivi al 4 maggio ’67, che potrebbero in teoria contenere i depistaggi cui accennava la spia di Praga nel documento. Sappiamo che Jannuzzi rifiutò di collaborare con l’ambasciata cecoslovacca e mantenne una sua indipendenza di giudizio. Lo stesso si potrebbe dire di Eugenio Scalfari.
Nel numero del 23 aprile L’Espresso usciva con un’apertura in prima pagina dedicata al generale De Lorenzo, con la sua faccia, il berretto militaresco in testa, accanto al titolo a caratteri cubitali a mo’ di fumetto: “Perché spiavo Saragat”. Si poteva supporre che questo numero rivelasse lo scandalo delle tangenti austriache, quelle che abbiamo scoperto nel documento di Praga. Ma non era così. Anzi.
Qui Scalfari affermava, ma lo stesso Andreotti si espresse in questi termini generici nei suoi libri, che il SIFAR non solo spiava i potenziali aggressori, ma persino tutti i parlamentari. Saragat, stando a questa versione, sarebbe stato spiato in quanto aspirante alla carica di Presidente della Repubblica.
Non vi era alcun cenno al particolare fondamentale che indagare sui parlamentari, coinvolti nella gestione dei documenti Top Secret, era una prassi normale; si chiamava NOS. Quindi stava scoppiando un ‘non scandalo’ che aveva ben altre radici, altri risvolti, altre conseguenze. Nei numeri successivi, da maggio in poi, scoppieranno altre polemiche: si saprà del Piano Solo, del tentativo di golpe e del caso Rocca.
La polemica de L’Espresso non era del tutto fuori luogo. Rimaneva casomai troppo generica. E certo è uno scandalo che un Presidente del Consiglio, della Repubblica, un Ministro, siano spiati! Ma si comprende il meccanismo solo se si allarga lo sguardo all’estero. Il dossieraggio lo voleva la NATO, e da uno strappo alla regola era facile farne un altro e girare i fascicoli oltrecortina. Qualcuno probabilmente lo fece. Chi? Andreotti? De Lorenzo?
L’articolo ci aiuta a comprendere quali fossero i clan all’interno della DC. Si parlò di colpo di stato di destra, eppure De Lorenzo era un fanfaniano, che costituiva con Moro la sinistra DC, Allavena era del PSDI. Non proprio destra, insomma. Ancor meno forse atlantisti.
In quei giorni di aprile i parlamentari decisero di farsi giustizia da soli: fuori De Lorenzo, dentro l’atlantista Vedovato, quale nuovo capo del SIFAR. Un Vedovato che, vedremo bene tra poco, era atlantista ma non filo-americano e soprattutto era moroteo, quindi non distante dalle posizioni della sinistra democristiana.
Sono piccoli dettagli, piccole sfumature all’interno di un odioso gioco di correnti e correntucole, che, tuttavia, è necessario considerare, se si vuole comprendere la storia di questo periodo.
Sempre questo mirabile pezzo di bravura di Scalfari del 23 aprile ci racconta le vicende della Commissione parlamentare Beolchini. Era stata creata con lo scopo di indagare sul dossieraggio, ma si era deciso immediatamente di segretarla, mettendo a conoscenza della relazione finale soltanto sei persone.
La commissione, da quel che si apprese in seguito, approfondiva proprio la questione dei NOS. Probabilmente gli omissis messi da Aldo Moro su questa Commissione e sul rapporto Manes, quello sul Piano Solo, erano dovuti a svariati motivi, che vedremo nel prossimo paragrafo.
E che furono poi gli stessi per i quali le Bierre lo rapirono, così scrissero nel comunicato poco dopo la strage di via Fani. Quindi se si risolve il caso SIFAR tutto il mosaico torna ad avere un senso.


Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".


