
di Vito Sibilio
La cittadina di Mannheim in Germania è il luogo dove si sono drammaticamente arenate le indagini di tre grandi magistrati italiani: Rosario Livatino, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Essi avevano scoperto che in questa anonima città tedesca si incontravano i rappresentanti di tre mondi, apparentemente incomunicanti ma strettamente connessi, ossia quello dell’alta finanza mondialista, quello dei servizi segreti dell’Est e quello della mafia, intesa come società criminale globalizzata, precocemente adattatasi all’interconnessione economica di tutto il pianeta. L’immissione nell’economia legale di immense somme di denaro provenienti dal crimine, lo scambio di favori politici, le relazioni di vertice erano i grandi temi trattati in quelle opache riunioni. Quando i tre magistrati giunsero a questa verità, la loro condanna a morte venne immediatamente decretata. Quanto più essi l’avevano compresa, tanto la loro esecuzione fu spettacolare. Falcone aveva scoperto i meccanismi perversi con cui le mafie dell’est, sotto l’egida del KGB, avevano spostato in Occidente i tesori del PCUS per scopi politici e le complicità insospettabili di queste manovre. I risultati delle sue indagini erano stati ereditati da Borsellino e implicarono anche la sua fine.
Ma l’ombra della trimurti di Mannheim, del suo lucifero dantesco a tre teste, si intravede anche nella vicenda del Processo Andreotti. L’orma dei servizi segreti dell’Est credo di averla fatta balenare nel mio ultimo articolo. Negli anni settanta, il must dei servizi sovietici era stato impedire il Compromesso Storico, che avrebbe implicato lo snaturamento del PCI in una forza socialdemocratica quale prerequisito per entrare nella stanza dei bottoni di un paese NATO. Per Mosca le Botteghe Oscure o dovevano rimanere nella sua orbita o, al massimo, andare al potere senza la DC, nel quadro di una più ampia strategia che contemplava anche l’ipotesi di uno scontro armato con il blocco occidentale, rendendo del tutto inutile il riformismo eurocomunista di Enrico Berlinguer e la sua mano tesa ai partiti democratici. In tale ottica, gli obiettivi degli Organi sovietici erano stati, in ordine: lo stesso Berlinguer, che nel 1973 scampò a stento ad un attentato in Bulgaria, ordito da Zhivkov in persona; Moro, rapito e ucciso nel 1978 per sottoporre l’esecutivo della Non Sfiducia ad uno stress test dal quale riuscì ad uscire integro, anche se orbato del suo maggior teorico; il presidente della Repubblica Giovanni Leone, costretto a dimettersi nel 1978 per lo Scandalo Lockheed – dal quale sarebbe poi uscito pulito – ma che prontamente venne rimpiazzato da un successore, Pertini, che della Solidarietà Nazionale era espressione; infine Giulio Andreotti, il presidente del Consiglio. Si tentò dapprima di intimidirlo con le rivelazioni sul Memoriale Moro, che fu prontamente reso pubblico il 16 ottobre del 1978, dopo che il generale Dalla Chiesa aveva tolto dalla circolazione in Italia tutte le copie ancora in mano alle Br. Poi si tentò di infangare Andreotti collegandolo all’omicidio di Mino Pecorelli, che era stato un suo strenuo e sleale avversario politico e che conosceva misteriosamente i segreti del Memoriale di Moro, la cui versione integrale non era, all’epoca, nemmeno nelle mani dello Stato italiano. Pecorelli fu ucciso il 20 marzo del 1979, mentre Andreotti presentava alle Camere il suo IV Governo, nel quale però, alla fine, non erano entrati né il PCI né il PSI. Da quel momento la campagna di stampa, che associava Pecorelli allo scoop scandalistico sugli assegni destinati all’entourage andreottiano, invece di intensificarsi per la morte del giornalista, andò scemando. La coincidenza di questa stagione di stillicidio politico con quella della collaborazione tra DC e PCI non fu casuale, come dimostra il fatto che essa finì proprio in corrispondenza dell’archiviazione di quell’esperienza di governo. Andreotti, per precauzione, stette, lui l’immarcescibile, in panchina una intera legislatura per rifarsi una verginità politica anticomunista, fino a quando non rientrò al governo come strenuo fautore del Pentapartito. Sempre non casualmente, quando, in ottemperanza ai dettami dell’Operazione Andropov attuata da Mosca alla fine degli anni ottanta e volta a riciclare i partiti comunisti sotto mentite spoglie perché non fossero travolti dalle macerie del Muro di Berlino, il PCI, trasmutatosi in un PDS orbato di Rifondazione Comunista, diventò improvvisamente papabile per la guida dell’Italia, la DC e Andreotti, ancora a Palazzo Chigi, divennero oggetto di una nuova tempesta perfetta, fatta scatenare dal rinvenimento del Memoriale Moro integro. Esso costrinse Andreotti a svelare l’esistenza di Gladio nel 1990, rendendolo inviso a tutti i Paesi NATO – che egli scorrettamente non aveva consultato prima della sua informativa parlamentare – e lo fece diventare sospetto dapprima di aver occultato l’intero testo moroteo e poi di aver fatto assassinare gli altri due possibili detentori, assieme a lui, del Memoriale integro, ossia Pecorelli e Dalla Chiesa (quest’ultimo nel 1982). La cosa, come è notorio, si concretizzò poco dopo e, al netto dell’esito fallimentare della conseguente duplice istruttoria (marzo e aprile 1993), diede un contributo decisivo alla distruzione della DC e allo spianamento della strada del potere per il PCI riciclato, che avrebbe trovato poi ostacoli di tutt’altro genere nella persona di Silvio Berlusconi che, però, in tal modo rientrava anche lui tra i beneficiari di fatto della catastrofe politico giudiziaria abbattutasi su Piazza del Gesù e sul suo uomo simbolo. Evidentemente l’ala più retriva del PCI era pronta ad andare al potere con quei mezzi che nel 1978/1979 non aveva potuto adoperare perché il riassetto degli equilibri di Yalta gliel’aveva impedito, ossia lo scandalo e il processo politico, quest’ultimo realizzabile senza troppi rischi internazionali negli anni novanta, tramite la buona volontà di una magistratura fortemente ideologizzata, e opportunamente amplificato dalla medesima stampa che negli anni settanta aveva bersagliato il Compromesso Storico.
Ma una simile manovra, in quegli anni, non sarebbe potuta avvenire senza il benestare dell’unica superpotenza rimasta, nella cui sfera di influenza l’Italia era saldamente inserita e alla cui obbedienza il PDS era pronto a sottomettersi, ossia gli USA. La patria del capitalismo mondialista, il cui ceto dirigente coincide in larga parte con quell’oligarchia finanziaria che regge l’alta finanza planetaria, lasciò, a mio avviso, un’orma abbastanza evidente, a posteriori, nella caduta di Andreotti, come di recente ha spiegato Raffaele Romano. Valerio Riva ha raccontato un enigmatico retroscena, svelato da un anonimo alto papavero USA a Giuseppe de Tommaso, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno. Il presidente Bush aveva deciso, nel 1989, di sganciare gli USA da quei politici che, ovunque nel mondo, erano considerati vicino alla mafia. Tra essi era annoverato Andreotti. Secondo questa ricostruzione, Bush era preoccupato del consumo di droga tra i soldati americani e pensava di arginarne la commercializzazione rovesciando i politici corrotti. Una tesi alquanto stravagante, perché partiva dal presupposto che i regime changes avrebbero travolto le mafie – speranza che prevedibilmente si sarebbe dimostrata infondata- e perché ignorava del tutto il ruolo della criminalità organizzata americana in quel commercio, criminalità peraltro ben incistata nello stato americano. Ma, se le motivazioni dell’intervento USA nella vita interna di tanti stati – da Panama all’Italia – appaiono risibili, l’inframmettenza è invece molto plausibile. Di certo, le oligarchie mondialiste si fecero promotrici di un ampio programma di riforma politica in Italia mediante le loro propaggini nel Belpaese. Paolo Cirino Pomicino raccontò che nel 1991 Carlo De Benedetti gli propose di farsi alfiere di un progetto politico forgiato in Confindustria e a Mediobanca, del quale era stato reso partecipe anche Bettino Craxi nel 1989, che però si era reso indisponibile. Anche Pomicino, che evidentemente veniva sondato come uomo di Andreotti, oppose un diniego. In conseguenza di questa duplice indisponibilità, Enrico Cuccia, nel 1991, aveva mobilitato tutti i grandi capitalisti italiani per scacciare dal potere il ceto dirigente che allora esisteva. Il che significava mettere contro Andreotti e Craxi il sistema bancario, industriale, imprenditoriale e dell’informazione privata. Il gioco sarebbe però diventato molto più duro nel 1992, come anticipò l’informatore e depistatore Elio Ciolini, il quale, all’inizio di quell’anno, anticipò che tra il marzo e il luglio successivi, sarebbe avvenuto il sequestro e forse l’omicidio del futuro candidato alla Presidenza della Repubblica, nel quadro di una nuova strategia della tensione. In effetti, di lì a poco fu assassinato Salvo Lima che, a giudizio sia di Andreotti che di Tommaso Buscetta, impedì al primo di salire al Quirinale, mentre la pietra tombale sulla sua candidatura fu messa dalle stragi di Capaci e Via d’Amelio, che furono inspiegabilmente collegate al presunto malgoverno del Divo Giulio, che invece era stato uno dei pochi protettori dei due magistrati e che, se fosse salito sul Colle più alto, avrebbe portato Falcone alla Superprocura antimafia. L’anno successivo, perduto lo scudo della Presidenza del Consiglio, Andreotti venne accusato di concorso esterno in associazione mafiosa da uno stuolo di pentiti i più importanti dei quali – Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia – erano gestiti dalle agenzie investigative americane, le quali li appaltarono pro tempore ad una magistratura antimafia assai incline a leggere il proprio ruolo in chiave politica. Fabio Martini ha poi asserito che Bill Clinton, insediatosi alla Casa Bianca nel 1993, essendo preoccupato del disfacimento politico italiano, pose fine all’appoggio americano all’offensiva giudiziaria contro i resti della vecchia classe dirigente dello Stivale, Andreotti in testa. Ciò implicò l’arrivo in Italia dell’ambasciatore Reginald Bartholomew che, per sua esplicita ammissione nel 2012, sganciò il suo paese dall’inchiesta di Mani Pulite che, fino a quel momento, era stata sostenuta in ogni modo da Via Veneto e dal Consolato USA a Milano. Da ciò si evince che, accanto al vecchio piano sovietico contro Andreotti riesumato da una certa sinistra italiana per andare al potere, si era affiancato un nuovo progetto che lo coinvolgeva con la mafia ed era stato concepito oltreoceano. Assai presumibilmente i due piani erano stati fusi insieme, tanto che l’ultimo decollò per primo, con l’avviso di garanzia per associazione mafiosa del marzo del 1993, e il più antico seguì a giro di boa, nell’aprile successivo, con l’accusa ad Andreotti di essere mandante dell’omicidio Pecorelli. In quanto ai moventi di questo complotto a stelle e strisce, sono abbastanza evidenti: la necessità di normalizzare la frontiera dell’Impero al crollo del Muro, purificandola da politici troppo indipendenti sullo scacchiere internazionale; quella di garantire una gestione economica dell’Italia più in linea coi parametri di Maastricht – concepiti però oltreoceano – e quella di avere un ceto politico più debole in quanto meno radicato elettoralmente o –perché proveniente dal vecchio PCI – più ricattabile, grazie alle valigie di documenti compromettenti giunte a Washington con la messa all’asta degli archivi segreti di Berlino Est, Praga e di altre capitali dell’ex Patto di Varsavia.
In quanto alla terza orma sul Processo Andreotti, è di Cosa Nostra e delle sue corrispettive in tutto il mondo. Dopo decenni di immobilismo, la politica italiana si era mobilitata contro la mafia proprio sotto gli ultimi due governi Andreotti. Egli stesso parlò di una vendetta, anche se nessuno gli credette, dopo averlo ascoltato per anni ironizzare sull’aria mefistofelica che sempre lo aveva avviluppato senza imbarazzarlo. Il dato di realtà è che lui e molti suoi ministri, come Gava, Martelli, Misasi, Mannino, furono accusati di concorso esterno in associazione con quelle mafie che avevano, sia pur tardivamente, combattuto. Del resto, proprio sotto l’egida di Andreotti, Giovanni Falcone si era avventurato sulla strada che conduceva ai rapporti tra Cosa Nostra siciliana, mafie sovietiche e KGB, strada lungo la quale aveva trovato la morte – argomento sul quale mi sono espresso da queste colonne con un articolo apposito l’anno scorso. Né va dimenticato che le nostre mafie erano entrate a gamba tesa nei mercati spalancatisi ad ogni investitore dalla caduta del Muro. Questi interessi convergenti erano troppo forti per poter rischiare che, andando Andreotti al Quirinale e Martelli rimanendo alla Giustizia in un esecutivo guidato da Craxi, la lotta alla mafia continuasse seriamente.
Fu così che i tre poteri di Mannheim si trovarono nelle convergenze parallele che avevano al centro la caduta di Giulio Andreotti, attraverso l’infame accusa di essere collegato alla mafia. Ovviamente, l’accusa, usata politicamente, poteva essere sia vera che falsa, se non una sapiente mistura di entrambe le cose. Su questo argomento però spero di potermi esprimere in futuro.





