Non vi è mai sosta nel suo animo
Si parla troppo poco della solitudine dell’avvocato.
Nella società c’è l’idea che l’avvocato (penalista) sia, sostanzialmente, un teatrante.
Sia uno che, per prima cosa, indossa un “cencio” nero che si chiama toga e poi si maschera per andare in luoghi particolari: i tribunali.
In quei luoghi, così bardato e con la prosopopea classica, inizia a discorrere di fatti, di persone e di diritto davanti a Giudici, siano essi togati o giurati.
L’avvocato, dopo avere alzato la voce, alzato le mani al cielo e, fatte una serie di considerazioni, si mette a sedere e aspetta la sentenza.
Non è così.
Non è così, ma è difficile farlo capire a chi non ha mai tenuto tra le sue mani l’anima e le speranze di un’altra persona.
Dietro a quelle parole non ci sono solo ore di studio sui fascicoli e sulle norme, ma ci sono analisi e ragionamenti che colgono l’avvocato in ogni dove.
Mai la mente dell’avvocato smette di pensare e pensare è argomentare, è trovare quelle soluzioni che, magari, non hai visto o scorgere quegli ostacoli che non ti sembrava vi fossero.
È, in ogni caso, arrovellarsi ogni momento e ogni istante sino a quando il Giudice non esce e legge il dispositivo.
Sino a un attimo prima ti chiedi se hai fatto tutto e se quello che hai fatto può essere sufficiente.
Non vi è mai sosta nell’animo dell’avvocato.
Ecco perché io nel mio studio ho la foto dell’Avv. Fulvio Croce che era solito dire: “Io non faccio l’avvocato, io sono un avvocato”.





