
di Roberto Mauriello.
La Siria, culla di antichissime civiltà, è stata sempre una zona di transito tra l’Egitto e la Mesopotamia. Tante popolazioni, sia di origine semitica che indoeuropea, hanno popolato queste terre, lasciando delle vestigia di incomparabile bellezza. In particolare la Siria diede il nome ad uno dei regni ellenistici più estesi ed evoluti, sotto la dinastia greco-macedone dei Seleucidi, dopo la morte di Alessandro Magno e le guerre tra i diadochi. Questa peculiarità ha favorito la nascita di numerose confessioni religiose, probabilmente eredi di etnie e culture differenti.
La Siria contemporanea.
La Siria, nei suoi confini attuali, è nata dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano nel 1918 e la stipula di accordi, durante e dopo il conflitto, che ne definirono i confini. Già nel 1880 nacque a Beirut un’associazione che riuniva cristiani, drusi e musulmani il cui scopo era la rinascita della civiltà araba e l’indipendenza dalla Turchia. Da allora si ebbe una proliferazione di questi movimenti, clandestini e non, comunque appannaggio dei rampolli dell’alta borghesia che guardavano all’Europa, estranei alle masse che continuavano a vivere in estrema povertà e ignoranza. Da un manifesto della “Ligue de la Patrie Arabe” emergevano tre obiettivi:
l’indipendenza dalla Turchia;
la nascita di un Regno Arabo esteso dal Tigri al Canale di Suez e dal Mediterraneo al Golfo Persico (Mezzaluna fertile);
il rispetto dell’autonomia del Libano, il mantenimento dello status quo dei luoghi santi della Palestina, l’indipendenza degli stati arabi dello Yemen e del Golfo Persico.
Altri gruppi importanti furono il “Club Letterario”, il “Partito Ottomano della decentralizzazione”, i “Qahtaniya”, “al’Fatat” o “Società dei Giovani Arabi”.
L’avvento al potere del partito dei Giovani Turchi, che si presentava come un movimento liberale, incoraggiò l’attività di queste associazioni. Invece i Giovani Turchi mostrarono ben presto il loro volto feroce, caratterizzato dal laicismo ma anche da un nazionalismo fanatico, il cui risultato finale fu il genocidio degli Armeni e degli Assiri. La repressione si fece quindi più dura, le associazioni entrarono in clandestinità o trasferirono le attività all’estero. Il risultato fu la partecipazione degli Arabi alle operazioni militari contro i Turchi, la cosiddetta rivolta di Lawrence.
Da notare che si stava decidendo tutto l’assetto del Vicino Oriente, con le sue immense risorse petrolifere. Gli Inglesi stipularono una serie di accordi e resero delle dichiarazioni spesso in contrasto l’uno con l’altra. I più importanti furono il carteggio Hussein- Mac Mahon, rispettivamente Sceriffo della Mecca e Alto Rappresentante britannico al Cairo, dove si prometteva la nascita di un grande Regno Arabo nei territori della Mezzaluna Fertile, pur tenendo conto degli interessi francesi nel Levante, l’accordo Sykes- Picot del maggio 1916, che prevedeva la divisione dei territori arabi sotto dominio ottomano tra Inglesi e Francesi, la dichiarazione Balfour del 2 novembre del 1917, nella quale si prometteva l’apertura in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico. In realtà la commissione King Crane, su incarico del governo degli Stati Uniti per regolare la politica americana nei confronti dell’istituzione dei mandati della Società delle Nazioni, pur appoggiando il sistema dei mandati, fece rilevare l’ostilità delle popolazioni arabe al programma sionista, mentre raccomandava la creazione di uno stato armeno, non potendo questo popolo convivere con i suoi carnefici.
Il mandato.
In ogni caso i Francesi pretesero il rispetto dei patti sottoscritti e il principio della spartizioni stabilito con una serie di accordi, a partire dal trattato Sykes- Picot. Inoltre la Francia aveva una consolidata tradizione di influenza culturale, politica ed economica nel Levante, soprattutto dopo i fatti di sangue e le violenze in Libano del 1860 tra maroniti e drusi, istigati dai Turchi, e la nascita del mutassarrifiate sul Monte Libano nel 1861 per tutelare l’incolumità dei cristiani maroniti dalle violenze dei drusi e dei musulmani.
Già nel 1917 si raggrupparono in Francia Siriani influenti nel “Comitè Central Syrien”, per reclamare l’autonomia della Siria sotto la protezione francese. Tra queste personalità spiccava una consistente presenza di cristiani, soprattutto libanesi. La Francia, quindi, assunse il ruolo di principale oppositore alla causa dell’indipendenza araba, ignorando anche i principi espressi nei Quattordici Punti del presidente Wilson, in particolare il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il ruolo avuto nelle operazioni belliche e la potenza militare consentiva al governo di Parigi di ignorare gli Stati Uniti, il cui ruolo nei due conflitti mondiali è stato esagerato per pura propaganda dal 1945 in poi da una storiografia compiacente.
La situazione si aggravò l’8 marzo 1920 con la proclamazione dell’indipendenza dell’Iraq e l’ascesa al trono dell’emiro Abdallah, figlio di Hussein della Mecca, e l’unione politico- economica con la Siria. Suo fratello Faisal aveva occupato militarmente la Siria. Francesi e Inglesi accelerarono i tempi e il 25 aprile del 1920 alla conferenza di San Remo, su pressione delle due potenze, il Consiglio Supremo Interalleato affidò alla Francia il mandato sulla Siria, che all’epoca comprendeva anche il Libano, e alla Gran Bretagna quello su Mesopotamia, Palestina e Transgiordania. Gli accordi stipulati con gli Arabi vennero disattesi mentre continuava, a corrente alternata, l’arrivo degli Ebrei in Palestina.
Sistemati i rapporti con gli Inglesi, il generale Gouraud inviò al governo di Damasco un ultimatum il 24 luglio 1920. Faisal abbandonò Damasco il 27 luglio. Nella Conferenza del Cairo del 21 marzo 1921 a Faisal fu assegnato il regno dell’Iraq e al fratello Abdallah il governo della Transgiordania, sempre sotto mandato britannico.
Tuttavia la situazione in Siria non era tranquilla. Se le frontiere con i mandati britannici vennero sistemate tra le due potenze con una serie di accordi, a partire dalla Convenzione Leygues- Hardinge del 23 dicembre 1920 e culminati con il trattato franco-iraqeno del 3 luglio 1933, più difficile risultò la definizione della frontiera con la Turchia. Il trattato tra Henri Franklin-Bouillon e Yusuf Kemal Bey del 1921 regolò il tracciato delle frontiere ma non fermò le scorrerie di Turchi, ribelli siriani e beduini, che vedevano le loro comunità divise da frontiere tracciate a tavolino. Solo nel 1930 il problema del confine con la Turchia sembrò risolto, almeno per il momento.
Anche nel resto del paese la Francia stentava ad affermare la propria autorità. I Francesi pensarono così di dividere la Siria in sei zone amministrative, lo stato di Damasco, di Aleppo, Alawita, Gebel Druso, Sangiaccato di Alessandretta (Hatay), Grande Libano. Qui i Francesi vennero accolti da liberatori, soprattutto dai cristiani maroniti. Già nel 1919 era stato stipulato un trattato tra il Patriarca maronita Elias Boutros El-Hoyek e Clemenceau per garantire l’indipendenza libanese. Con il decreto del generale Gouraud il territorio libanese raddoppiò, venendo a comprendere, oltre l’antico mutassarrifiate del 1861, Monte Libano e zone costiere di Biblos e El Batroun, anche territori siriani popolati da arabi cristiano ortodossi e musulmani, meno sensibili al particolarismo libanese e fondamentalmente pansiriani e panarabisti, quali Beirut, Valle della Beqaa, Tiro, Sidone, Tripoli, gettando i semi per la futura guerra civile e le ingerenze siriane. Al contrario degli altri governatorati, il Libano non ritorno più a far parte della Siria.
I disordini si susseguirono e l’arresto, l’11 luglio 1925, di cinque leader drusi accese una violenta rivolta che durò fino al 1927, provocando gravi perdite tra le truppe francesi. La rivolta drusa si estese a molte altre zone e anche in diverse regioni del Libano a maggioranza islamica. La reazione francese culminò con il bombardamento di Damasco nel 1926. Il Parlamento francese destituì il generale Sarrail sostituendolo con un civile, Henri De Jouvenel, che avviò delle timide riforme tra le quali spiccava la decisione di istituire una Assemblea Costituente eletta a suffragio universale. Seguì, nel 1930, una diversa sistemazione dell’assetto interno siriano. Nacque così la Repubblica di Siria, il Governatorato di Laodicea, o Stato degli Alawiti, il Governatorato del Gebel Druso. Veniva ribadito lo status di autonomia del Sangiaccato di Alessandretta, mentre il Libano imboccava un suo proprio cammino politico. Un ultimo colpo all’integrità territoriale siriana venne inferto prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. I Turchi non avevano mai rinunziato alle loro rivendicazioni sul territorio siriano. Spinti dagli Inglesi, che temevano un avvicinamento della Turchia alla Germania nazista, i Francesi firmarono un trattato di amicizia franco -turco, stipulato il 4 luglio 1938 tra Rushidi Aras e Henri Ponsot, che, tra le varie clausole, prevedeva il passaggio del Sangiaccato di Alessandretta alla Turchia. Con il trattato del 23 giugno 1939 l’Hatay venne annesso definitivamente alla Turchia. Si levarono numerose proteste internazionali, tra cui quelle dell’Italia. La Siria era un mandato della Società delle Nazioni affidato alla Francia, non un dominio coloniale di cui il governo di Parigi poteva liberamente disporre.
De Gaulle nel 1945 cercò di restaurare il controllo francese sul Levante. In Siria vi furono scioperi e manifestazioni contro la Francia. Con l’intervento britannico e la mediazione della Lega Araba la Siria acquistò la piena indipendenza, che divenne effettiva il 1 gennaio del 1946. Nella primavera dello stesso anno le truppe francesi lasciarono definitivamente la Siria.
Etnie e religioni.
I confini così tracciati, secondo gli interessi delle potenze mandatarie, sono artificiali. Questo ha prodotto un aumento della complessità etnica e religiosa della popolazione siriana. Il confine naturale della Siria è sempre stato rappresentato ad oriente dal fiume Eufrate, frontiera naturale tra la zona mediterranea, a prevalente cultura ellenistica, e la zona mesopotamica e iranica. Dario III Codomano, prima della disfatta di Gaugamela, aveva proposto di dare in sposa ad Alessandro Magno una delle sue figlie, forse la primogenita Statira, e la corona sui suoi domini fino al fiume Eufrate, proposta doppiamente aborrita dal macedone, noto omosessuale e insaziabile conquistatore. L’Eufrate è stato il confine tra la provincia della Siria romana e il Regno dei Parti, e, successivamente, tra l’Impero Bizantino e la Persia Sassanide. L’espansione ad est, fino al Tigri, ha inglobato regioni mesopotamiche, mentre il confine con l’Anatolia, una volta fissato ai Monti Tauri, è stato spostato più a sud, con la perdita delle Cilicia e dell’Hatay, mettendo numerose popolazioni arabe alla mercè del fanatico nazionalismo di Kemal Ataturk. La creazione del Grande Libano, infine, ha privato Damasco del suo naturale sbocco al mare, Beirut.
La maggioranza della popolazione è composta da Arabi, di varie confessioni religiose. I Curdi, presenti nella parte nord orientale, tra il Tigri e l’Eufrate, sono al secondo posto per consistenza numerica, circa il 10% della popolazione. Di stirpe iranica sono musulmani sunniti, anche se in alcune comunità si pratica lo Yazidismo, una religione di derivazione gnostica. Seguono, per consistenza numerica, gli Armeni, cristiani di varie confessioni, con comunità presenti sin dall’antichità, ma giunti in gran numero dopo la fine della Grande Guerra, fuggiti in seguito al genocidio del 1915, gli Assiri, sopravvissuti al genocidio anticristiano scatenato dal governo ottomano dei Giovani Turchi, noto anche come CUP, Comitè Union et Progres, ma anche giunti dall’Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein che, proprio come Assad, proteggeva i cristiani. I Turcomanni abitano in zone limitrofe al confine turco. Di religione sunnita hanno fornito il pretesto ad Ankara per interferire negli affari interni siriani. Vi sono infine Circassi, Greci, Persiani, oramai arabizzati, e pochissimi Ebrei, ultimi rimasti di una numerosa comunità quasi tutta trasferita in Israele.
Tuttavia in Siria, come in tutto il Levante, è molto più importante la religione rispetto al fattore etnico-linguistico, tranne che per i Curdi, il cui vincolo di collettività è quello nazionale. La confessione religiosa più diffusa è la musulmana sunnita, circa il 70% della popolazione. Molto importanti sono gli alawiti, concentrati sulle coste e a Damasco e negli altri grandi centri. Hanno espresso la classe dirigente fino alla caduta del regime di Assad, anche lui alawita. Praticano una religione iniziatica, che si apre agli adepti per gradi, sincretica tra elementi musulmani, cristiani e gnostici. Il regime di Assad ha cercato di invogliare gli alawiti a frequentare le moschee, nella speranza di amalgamarli al resto delle popolazione, mentre l’ayatollah Khomeini li ha dichiarati parte degli sciiti, per motivi politici, anche se si tratta di una religione a se, forse neanche islamica. Gli sciiti si dividono in duodecimani, come gli Iraniani, e ismaeliti, dai quali deriverebbero i drusi, almeno secondo alcuni studiosi. I drusi non praticano alcuna forma di proselitismo ne di professione di fede, la loro religione, fondata da Al-Darazi e altri teologi per assecondare le pretese di un regnante fatimide, Al-Hakim, di essere una figura divina, anche se gli stessi drusi in parte rinnegano questa origine, è segreta e conosciuta solo dagli uqqal, che praticano i riti in luoghi non accessibili ai fedeli. Molti drusi, proprio come gli alawiti, non si considerano islamici.
Il restante 10% della popolazione è cristiana. Sono rappresentate tutte le chiese presenti in Oriente, la Chiesa greco-ortodossa di Antiochia, la Chiesa greco-cattolica melchita, la Chiesa apostolica armena, la Chiesa ortodossa siriaca, la Chiesa cattolica siriaca, la Chiesa maronita, la Chiesa armeno-cattolica, la Chiesa cattolica caldea, la Chiesa assira d’Oriente.
Conclusioni.
Un paese instabile, dove le classi dirigenti, di cultura europea, si poggiavano sul consenso della ricca borghesia o delle minoranze religiose, timorose di essere fagocitate dalla maggioranza sunnita. Eppure questo sistema ha garantito un relativo benessere fino all’esplosione delle rivolte note come primavere arabe. Il traballante regime di Assad è riuscito a tenersi in vita finché è stato aiutato dai Russi e dagli Iraniani, e dai loro alleati sciiti libanesi. Con la Russia impegnata in Ucraina e gli Iraniani e gli Hezbollah ripetutamente colpiti da Israele, il regime, inerme, è caduto sotto i colpi delle milizie islamiste. Assad era un tiranno, ma non peggiore degli altri governanti della regione. Quello che è venuto meno è il carisma dell’Occidente, della cultura europea, dissolta dalle storture del gender, woke, cancel culture, etc. Le elite arabe che guardavano all’Europa sono sparite anche esse, fagocitate dall’islamismo radicale di masse tenute lontane da ogni progresso e istigate e foraggiate da quegli stessi poteri forti, la Società dei Fabiani, i neocon, i democratici americani, che stanno provvedendo a distruggere quella cultura europea plurimillenaria che è il più grande patrimonio dell’umanità.





